- Un reportage sui sogni e le paure dei siriani dopo Assad
Puoi trovare questo nucleo nel numero 9 a pagina 28 del giornale.
Introduzione
27 Novembre 2024, presa di Aleppo, Siria. Le milizie di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS – sciolte lo scorso 29 gennaio), guidate da Ahmed al-Sharaa (al-Jolani) – una volta affiliate ad Al-Qaeda – espugnano la «Capitale del Nord» dal controllo del regime di Bashar al-Assad. Davanti a loro una Siria abbandonata, debole e indifesa. Non è nei piani, ma improvvisamente si apre uno spiraglio per liberare tutto il Paese. Con la sorpresa del mondo e dei siriani stessi, il regime di Assad è tanto fragile da sgretolarsi con un soffio. Dopo Hama e Homs, c’è Damasco. 8 dicembre 2024, alcuni la chiamano rivoluzione, altri colpo di Stato. Sono passati 54 anni di regime, due tiranni, quattordici anni di guerra fratricida, uno Stato Islamico jihadista e mortifero, invasioni, occupazioni e ingerenze di potenze straniere. Ora la Siria è libera. O meglio, può finalmente esserlo, ma prima deve riuscire a immaginarsi l’unità, in un mosaico di culture, etnie, istituzioni e forze armate differenti.
Un mosaico che va ricostruito. Fino allo scorso novembre il territorio era controllato da infinite autorità che componevano una mappa a macchia di leopardo. Quella mappa è tuttora frammentata, ma dopo decenni il popolo siriano tutto è disposto a ricomporne i pezzi. Nessuno vorrebbe più combattere, ma gli ostacoli sono innumerevoli. Il Nord del Paese è in macerie, e i milioni di persone scappate a causa della guerra non hanno dove tornare. Le sanzioni che soffocano l’economia del Paese rendono la Siria, ancora oggi, un luogo da cui fuggire. Dopo la caduta del regime, Israele ha esteso fino al monte Hermon l’occupazione militare cominciata nel 1967 nel Sud del paese. A estremo Nord, invece, le SNA (Syrian National Army), braccio armato della Turchia nel Nord della Siria, hanno riaperto il conflitto armato contro le Syrian Democratic Forces (SDF), che difendono i territori del Kurdistan Siriano dove la rivoluzione confederalista si è estesa ormai a un terzo del Paese.
Le celebrazioni per la fine del regime si affievoliscono giorno dopo giorno, e l’entusiasmo incontenibile dopo decenni di oppressione si irrigidisce di realismo e paure. La speranza però rimane: oggi è il momento in cui i siriani riscrivono la loro storia. E solo loro possono farci capire la complessità della fase che attraversano.
Per questo siamo partiti per ascoltare le loro voci: dal Rojava, nell’estremo Nord-Est della Siria, fino al profondissimo Sud confinante con la Giordania. Abbiamo incontrato le persone e attraversato i territori e le tensioni che oggi l’auto proclamato presidente Ahmed al-Sharaa sta cercando di mettere insieme – anocra con finora con molte parole e pochi fatti – nella Conferenza Nazionale che porterà poi a un’assemblea costituente. Lo abbiamo fatto con attenzione particolare alle esperienze autonome e democratiche nate in questi anni di tumulto. Abbiamo parlato con le generali curde delle YPJ in prima linea nella rivoluzione confederalista del Rojava. Ascoltato le prospettive sull’unità di alcuni clan arabi nella provincia di Raqqa, una volta capitale dello Stato Islamico, oggi capitale amministrativa del DAANES (Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est). Registrato le paure delle comunità cristiane e alawite nelle zone oggi controllate dal nuovo governo. Dialogato con gli Sceicchi drusi schiacciati tra le pressioni di Israele e la paura di essere nuovamente mobbizzati dal governo centrale. Al centro abbiamo messo le persone, per far raccontare a loro – e non alle potenze che per decenni hanno fatto della Siria una scacchiera della geopolitica globale – cos’è la Siria oggi e cosa potrebbe essere quella di domani.
Abbiamo ascoltato i loro desideri, i sogni e le paure, alcune delle quali si sono concretizzate poche settimane dopo aver lasciato la Siria. Tra giovedì 6 e venerdì 7 marzo, infatti, un gruppo di uomini legati al vecchio regime ha sferrato l’attacco più grande al nuovo governo dalla caduta del regime. Sono stati presi di mira i posti di blocco e uccisi gli uomini della sicurezza nazionale con l’obiettivo, probabilmente, di raggiungere Damasco. L’attacco contro il governo è stato immediatamente represso nel sangue. Al-Sharaa ha mandato diverse squadre di uomini con il preciso obiettivo di “trovare i responsabili e punirli”. Ma ad essere punita è stata presto tutta la popolazione. In soli quattro giorni i civili assassinati erano 1000, tra cui centinaia di donne e bambini e famiglie giustiziate insieme. Il governo siriano ha avviato un’indagine per fare luce su quanto successo ma alla data di stesura di questo pezzo non c’è stata ancora alcuna condanna dei responsabili.
È probabile che il degenerare dei massacri abbia spinto al-Sharaa ad accelerare il processo di unità politica e territoriale del Paese, non volendo essere ricordato come l’uomo che riapriva lo spirale di violenza di un paese in ginocchio. Tra il 10 marzo e l’11 marzo è infatti riuscito a stipulare due accordi potenzialmente decisivi per il futuro del Paese. Il primo è lo storico patto con le SDF che riconosce per la prima volta la tutela costituzionale dei diritti del popolo curdo in Siria, oltre a integrare la DAANES nelle istituzioni dello Stato di Siria. Il secondo è l’accordo firmato con le comunità druse di Suwayda, che prevede una integrazione politica e militare del governo e dell’esercito autonomi formatisi negli ultimi anni. Ora dobbiamo aspettare, fiduciosi che ci sia veramente l’intenzione politica di costruire una Siria unita e democratica.
Ingresso in Rojava
Una stretta lingua di terra incastonata tra Siria, Iraq e Turchia, tagliata dal corso del fiume Tigri: il Rojava è la regione Sud-Ovest del Kurdistan, uno dei «paesi mancati» più grandi del mondo. Dopo oltre un secolo di guerre e oppressioni il progetto di una nazione Curda è ormai naufragato. Per questo le comunità curde del Rojava – che hanno animato e trainato la costruzione della DAANES che oggi amministra quasi tutti i territori dalla sponda Est del fiume Eufrate all’Iraq – si sentono siriani e vogliono far parte del processo costituente della nuova Siria. È in questa regione che ha preso vita la rivoluzione confederalista, che si fonda su un’idea di democrazia diretta che vuole andare oltre lo stato-nazione, che favorisce l’autogoverno dei popoli e mira a dare uguale rappresentanza a tutte le minoranze e alle donne. Le stesse donne diventate famose in tutto il mondo perché in prima linea nella lotta contro il terrore nero di Daesh, sconfitto territorialmente dalle SDF (a trazione YPG e YPJ, le unità di difesa popolari curde), con il supporto della Coalizione Internazionale guidata agli USA.
Gli americani mantengono ancora oggi circa 2000 soldati in Rojava, ufficialmente stanziati per sconfiggere definitivamente Daesh. Da ormai sette anni hanno però anche un importante ruolo di deterrenza per impedire eventuali invasioni da parte della Turchia di Erdogan, che anno dopo anno occupa pezzi di terra sempre più estesi nella regione controllata dalle SDF. Con la Turchia il conflitto nasce decenni prima a causa della resistenza curda nelle montagne tra Siria e Turchia, animate dal PKK, partito curdo dei lavoratori fondato da Abdullah Öcalan, incarcerato nelle prigioni turche da 26 anni. È un momento molto particolare per entrare in Rojava. Pochi giorni prima del nostro ingresso infatti ha avuto luogo uno storico incontro tra il generale Mazloum Abdi – comandante in capo delle SDF e primo rappresentante della DAANES all’estero e nelle trattative con al-Sharaa – e Masoud Barzani, ex presidente del Governo Regionale del Kurdistan Iracheno ma ancora leader indiscusso della regione. «È stato un incontro molto importante e con pochi precedenti: abbiamo concordato di unire le richieste dei curdi e di riportarle in maniera unitaria nei negoziati con il nuovo governo Siriano», ci spiega Mazlum Abdi.
A questo si aggiunge un improvviso avanzamento sui negoziati per la liberazione di Öcalan – del quale non si avevano notizie da anni – che avrebbe conseguenze decisive per la stabilità della regione e per la fine della guerra in Siria. «Risolto con il PKK, Erdogan non avrà più scuse per attaccarci»«, aggiunge infatti Abdi. «Dei passi avanti concreti sulla sua liberazione potrebbero fermare la guerra e avviare la risoluzione della questione curda, ma per adesso la Turchia non fa che intensificare il conflitto», ci spiega Garib Hassou, leader del PYD, primo partito in Rojava.
Una stretta lingua di terra incastonata tra Siria, Iraq e Turchia, tagliata dal corso del fiume Tigri: il Rojava è la regione Sud-Ovest del Kurdistan, uno dei «paesi mancati» più grandi del mondo. Dopo oltre un secolo di guerre e oppressioni il progetto di una nazione Curda è ormai naufragato.
Il ricordo di quella stagione è però tenuto vivo da una serie di ritualità e linguaggi che ancora oggi trovano spazio negli stadi, che si richiamano al panorama identitario della destra estrema. Cori e gesti a cui i giovani che frequentano le curve sono settimanalmente esposti, presentati dagli autori quali dimostrazione di comune appartenenza alla stessa passione. È in questo spazio che ancora oggi s’insinua il tentativo di contaminare le nuove generazioni verso questo comportamento di destra. Giovani che si avvicinano a queste realtà, non per un’affinità politica di partenza, come ci spiega Renzi: «Non si diventa ultras perché si è di estrema destra. Ci sono tanti motivi diversi, anche per sentirsi più affini con alcuni gruppi che si richiamano all’estrema destra. È una sottocultura con le proprie logiche, che spesso esulano dalla razionalità politica».
A dominare l’avvicinamento alla curva, in alcuni casi, sono per lo più le dinamiche familiari e le conoscenze pregresse, non un’affinità politica di partenza. Questo aspetto ci è stato sottolineato da vari giovani componenti dei gruppi di tifo organizzato di squadre come Monza, Fiorentina e Virtus Entella, che abbiamo avuto modo di intervistare. «Sono entrato a far parte del movimento avvicinandomi alla curva partendo con la base di essere un tifoso, poi c’è un’evoluzione»: queste parole sono comuni alle varie persone che abbiamo avuto modo di sentire. Vi è quindi una fase iniziale in cui ci avvicina principalmente per vivere diversamente il contesto stadio, essere al centro di quelle curve rumorose, colme di tifosi che esultano e sostengono la propria squadra, difficili da ignorare: [dall’esterno, ndr], «sembrava che tutti fossero liberi di fare e di essere ciò che si vuole […], non so come spiegarti ma era come se fosse evidente che ci fosse molta libertà». Peraltro, è emerso in modo evidente come fosse difficile non rimanere affascinati da tutto quel trambusto che comunica tanta vitalità: «si vedevano da lontano e ‘sti gruppi tutti molto stretti ed attaccati con bandiere tamburi facevano un casino della M****** e diciamo che abbiamo iniziato ad ammirarli, a vederli come delle persone da imitare». Le principali motivazioni che fanno scaturire, in diversi casi, così tanta fascinazione tra i giovani tifosi sono legate alla forte espressione del sentimento di unione e fratellanza tra i gruppi stadio: «la cosa più bella delle emozioni che sono condivise in curva è di certo l’aggregazione, l’appartenenza e l’orgoglio», afferma uno di loro.
Qamishli
Attraversato il ponte galleggiante che divide Iraq e Siria arriviamo a Qamishli, roccaforte del confederalismo democratico. Sono i giorni del decimo anniversario dalla liberazione di Kobane, città dei martiri da dove è partita la controffensiva che ha portato alla sconfitta di Daesh.
«Sono tante e di diversa natura le guerre che il Nord Est della Siria ha dovuto affrontare negli ultimi anni», spiega Dilgesh Issa, presidente della Mezzaluna Rossa curda (KRC), mentre apre la porta del suo ufficio. Sono circa le 18:00 e il sole è già da un po’ scomparso dietro i palazzi di Qamishli. Accesa resta solo la luce della mezzaluna sulla facciata principale dell’edificio dove incontriamo Dilgesh. «La Mezzaluna rossa nasce con la guerra in Siria e l’invasione di Daesh», riprende Dilgesh, «ma dopo c’è stata quella della Turchia nel 2017, poi il colera, dopo la pandemia da Covid, nel 2023 il terremoto e adesso di nuovo le bombe turche. Le persone qui vivono in un perenne stato di emergenza».
E questo è evidente in ogni angolo della regione: dalla povertà diffusa in tutte le principali città, ai quartieri ancora interamente distrutti di Raqqa, ai campi di reclusione dell’Isis, fino agli ospedali dove mancano persino gli anestetici. Una situazione precipitata un mese fa in seguito alla decisione della nuova amministrazione americana di sospendere quasi tutti i finanziamenti USA alla cooperazione, mettendo in ginocchio Il Nord Est della Siria, unica zona del Paese dove la cooperazione non si è mai fermata e che beneficiava principalmente del supporto americano. «Da un giorno all’altro tante Ong hanno interrotto servizi importantissimi. Nei campi di Al Hol e Roj sono state interrotte le forniture di cherosene per le lampade e le stufe, e persino quella di pannolini. Sono stati sospesi i servizi educativi e di protezione sociale, fino a quelli igienici e di supporto psicosociale», così Martina Pignatti Morano, direttrice esecutiva della Ong italiana Un Ponte Per. Fa riferimento ai campi profughi e di detenzione dove vivono le famiglie dei combattenti dell’Isis. Dove l’ideologia jihadista di Daesh alberga e si ricostruisce nella psiche dei più piccoli. «La rabbia e la vulnerabilità aumentano la permeabilità della popolazione all’estremismo violento, dando spazio a Daesh di far riemergere le risacche dello Stato Islamico», aggiunge.
«L’intero Syria Essential Services Program è stato sospeso improvvisamente. Un programma che dal 2017 svolge un ruolo fondamentale nelle zone di Hasakah e di Deir Ez-Zor, dove le cellule dormienti dell’organizzazione terroristica sono più forti», ci dice Mohamed I., ex coordinatore per la stabilizzazione dello USAid nel Nord-Est della Siria.
Hasakah
Uno dei luoghi più a rischio è il campo di Al Hol. Superata Hasakah e dopo un’ora di strada nel deserto, scorgiamo le recinzioni metalliche che avvolgono le tende del campo che si estendono a perdita d’occhio. Sono 39 mila i detenuti, fino a poco tempo fa erano più di 70 mila. La maggioranza sono bambini, che insieme alle donne compongono il 95% degli abitanti del campo. Sono siriani, iracheni, internazionali e occidentali, molti dei quali non vengono rimpatriati dai paesi di origine nonostante le richieste da parte della DANEES. La situazione nel campo è sempre più critica. «Daesh riesce a fare entrare e uscire armi dentro al campo, mentre noi non riusciamo ad entrarci«, ci dice Jihan Hanan, responsabile della gestione del campo.
Da quando il regime è caduto la popolazione di al Hol è convinta che presto sarà libera, «dicono che sarà al-Jolani a liberarli. Il nuovo presidente ha dichiarato che è pronto a prendersi carico della gestione del campo», ci spiega Korshid, anche lui nello staff di Al Hol. Ma è ancora troppo ambiguo il rapporto tra il presidente della Siria e gli uomini di Daesh. «Molti dei suoi fedeli sono vicini all’ideologia di Daesh. Al-Jolani si dice pronto a partecipare alla lotta contro il terrorismo jihadista, ma se non implementerà la Sharia se li metterà contro. Solo il tempo chiarirà queste ambiguità», ci spiega il generale Mazloum Abdi. «Lo stop dei servizi essenziali», riprende Mohamed I. , «creerà estrema povertà che favorirà il reclutamento dell’Isis. È facilissimo chiedere a un ragazzino di piazzare una bomba per un pungo di dollari«. Ad Hasakah, nei pressi delle basi USA, sono infatti sempre più frequenti le manifestazioni contro il disinteresse degli americani rispetto alla tutela della popolazione locale. «Non hanno aiutato noi a sconfiggere l’Isis, hanno aiutato loro stessi. Anche se non mi piace che stiano qui, per adesso è necessario se non vogliamo essere invasi dai Turchi», ci confida Arad, ex combattente.
Raqqa
Oltre agli attacchi che non cessano sul fronte turco, le preoccupazioni per il futuro del Rojava affiorano anche internamente. Dalla caduta del regime si sono infatti intensificati i problemi con alcune comunità arabe che percepiscono meno loro il progetto confederalista. Raqqa è l’emblema di questo fenomeno: per tre anni è stata capitale del sedicente Stato Islamico, ora è di fatto la capitale amministrativa della DAANES dove risiedono le più importanti sedi istituzionali. Ibrahim, attivista arabo di Qamishli, in occasione del 26esimo anniversario dell’incarcerazione di Öcalan, lo scorso 15 febbraio, ci ha scritto che «il braccio politico delle SDF ci obbliga a partecipare alla marcia organizzata per l’anniversario, ma che cosa c’entriamo noi arabi con Öcalan?». Non è però della stessa opinione Amdan Al-Abed, uno dei membri arabi del Syrian Democratic Council (SDC – l’organo esecutivo della DAANES): «molti partiti arabi cercano di creare divisioni, ma la DAANES è un progetto multietnico che appartiene a tutti. All’interno delle nostre istituzioni ci sono più arabi che curdi». Nonostante i conflitti interni, però, il vero cancro che affligge Raqqa sembra essere un altro oggi. Le conseguenze umanitarie degli attacchi turchi hanno messo in ginocchio l’intera città.
Nelle scuole di Raqqa le poche rimaste in piedi o ricostruite dopo essere state distrutte dalle bombe della coalizione anti Isis, oggi non si fa più lezione. I banchi sono capovolti, uno sopra l’altro, le aule adibite a rifugi e le finestre usate per stendere i panni. Da più di 45 giorni tra i gessetti e le lavagne dormono centinaia di famiglie mentre i giovani di Raqqa restano a casa. 12mila persone hanno trovato rifugio dentro questi edifici lo scorso dicembre, dopo essere state costrette con la forza a lasciare le proprie case nelle zone oggi occupate dalle SNA.
Mentre il gruppo HTS avanzava verso Damasco – infatti – i miliziani turkmeni dell’SNA entravano a Manbij e Shebah, nel governatorato di Aleppo, approfittando della situazione di caos per seminare il terrore e costringendo la popolazione a fuggire. «Quando siamo scappati eravamo tutti civili, tanti sono stati uccisi. Abbiamo dovuto camminare per ore in mezzo ai morti. Molte persone sono ancora disperse. Ci hanno già cacciati da Afrin, adesso da Shebah, prima o poi ci cacceranno anche da qui. I turchi ci attaccano solo perché siamo curdi, ci odiano perché siamo curdi», racconta Naima, 45 anni. Intorno a lei ci sono le figlie piccole, giocano con i gessetti colorati mentre il padre accende un fornello da campeggio per riscaldare la cena. Le milizie che li hanno costretti a fuggire sono le stesse che da settimane minacciano la libertà di Kobanê.
Kobanê
Arriviamo nella città dei martiri, proprio sul confine turco, per le celebrazioni del decimo anniversario della liberazione dall’occupazione di Daesh. Era il 26 gennaio del 2015, e da qui è partita la rivoluzione che mira a offrire una soluzione istituzionale per tutto il Medio Oriente. «Nel giorno in cui abbiamo protetto questa città abbiamo resistito per tutti, anche per Damasco, non solo per il Kurdistan«, ci dice Zehra, dottoressa di Kobanê, dalla piazza in festa per le celebrazioni. Kobanê, a dieci anni dalla liberazione, è circondata. Stavolta però sono i Turchi a portare la guerra. Da inizio febbraio hanno ucciso 300 soldati circa e più di cento civili. Sulla strada verso la città passiamo a soli 5 chilometri dalla diga di Tishreen, dove i civili portano i loro corpi per protestare contro l’ingerenza turca. A circa trenta chilometri più a ovest della diga c’è il fronte. «Il nostro dovere oggi è portare i civili che lo vogliono alla diga. L’altro ieri siamo partiti da Raqqa e Kobanê in un convoglio di cento auto. Appena siamo scesi hanno iniziato a colpirci«, mi confida Khaled, 35 anni. Ha combattuto con le YPG sia a Kobanê che Raqqa quando sono state liberate.
Con il calare del sole la città si svuota. Alle cinque le celebrazioni sono già finite da un po’ e per le strade di Kobane ci si muove solo in macchina. Al di là di una porticina incastonata nella roccia alcune donne si preparano a fare il proprio turno di guardia in uno dei checkpoint della città. Le donne – esattamente come dieci anni fa – sono ancora oggi il cuore pulsante della resistenza di Kobanê. Ad occuparsi della difesa della città oggi ci sono le ex combattenti delle YPJ che un tempo erano al fronte. Aisha ha 70 anni ed è una delle fondatrici delle unità di protezione delle donne, con lei ci sono Adla e Sabah. Bevono un tè insieme prima di andare a presidiare un posto di blocco all’entrata della città. Sedute tra le loro gambe ci sono le nipotine, che imparano come difendersi dalle nonne: «vogliamo che le nostre nipoti vedano da noi come ci si protegge, perché se noi donne non ci proteggiamo da sole, nessuno lo farà per noi«, spiega Sabah mentre imbraccia il suo fucile. Per tutta la strada che ci porta al checkpoint, Sabah nasconde l’arma sotto la veste di velluto verde smeraldo, spiega che i droni turchi colpiscono qualsiasi cosa si muova di notte, e se dovessero vedere un fucile colpirebbero immediatamente anche noi. Appena arriva alla rotonda da presidiare la donna si mette in postazione insieme alle compagne, fucile in spalla e torcia in mano. Mentre guarda dritto davanti a sé, in attesa che arrivi la prima macchina da controllare, dice senza voltarsi: «Non ci fidiamo di Al Jolani perché è la stessa persona di Al Nusra, che attaccò Kobanê, che ha commesso i massacri della nostra gente. Noi ricordiamo ancora quando obbligava le donne a indossare il burqa. Abbiamo visto quello che hanno fatto adesso a Manbij, hanno rapito e stuprato le donne».
Così su Kobane, tra il rumore di sporadiche esplosioni e il ronzio perenne dei droni turchi, arriva la notte e insieme a lei anche la paura per quello che sarà.
Restiamo ancora qualche giorno a Qamishli prima di uscire dal Rojava, passando per il Kurdistan iracheno, da dove prenderemo un volo che da Erbil ci porterà a Beirut. Da qui, finalmente, ci sposteremo verso Damasco.
Damasco
Damasco
Il tempo che trascorre tra il movimento dei tergicristalli e il posarsi fitto della neve sul parabrezza è millesimale. Siamo dentro una bufera, tra le curve che portano dall’estremo est del Libano, fino alla capitale del Levante: Damasco. Fuori dai finestrini è difficile riconoscere il confine tra le montagne e il mare, tutto intorno a noi è ricoperto di bianco e avvolto nella nebbia.
Ci lasciamo alle spalle il fragile Libano, tra il rumore dei droni israeliani e la tregua mai rispettata nel sud del Paese. Dopo i primi controlli alla frontiera libanese, e una manciata di chilometri dentro la terra di nessuno, tra alberi innevati e relitti di automobili sul bordo strada, arriva la Siria. A darci il benvenuto è una gigantografia di Assad, della quale resta solo il busto. La faccia è stata sfregiata e lasciata lì per ricordare con orgoglio, a chiunque stia entrando nel Paese, la fine del vecchio regime e quella del tiranno Bashar al-Assad, fuggito da Damasco prima che arrivassero le milizie di HTS. Nel suo aereo diretto a Mosca c’erano la moglie, i figli e 250 milioni di dollari.
Dentro la frontiera siriana la nuova leadership di Damasco riserva a giornalisti e attivisti internazionali sorrisi e un insolito lasciapassare. Quello che nessuno avrebbe mai potuto immaginare durante gli anni di Assad. Per i libanesi che vogliono entrare in Siria, invece, la frontiera si traduce in lunghe ore di fila e interrogatori, gli stessi – vedremo poi – a cui sono costretti i siriani in uscita verso il Libano. Le file e i controlli, ci spiegano, sono dovute ai rapporti per niente distesi tra i miliziani di Hezbollah e quelli di Hay’at Tahrir al-Sham. Le milizie libanesi, adesso intenti a riorganizzarsi dopo la sconfitta militare contro Israele, un tempo avrebbero supportato Assad, sotto l’egida iraniana, contro l’avanzata delle truppe di al-Jolani. E così oggi a pagare le conseguenze dell’alleanza di Assad all’asse della resistenza sono i siriani in fila per tornare a casa dopo anni di esilio in Libano. Sono i giornalisti e i reporter di Beirut in attesa di poter svolgere il loro lavoro a Damasco, o quelli che hanno finito di lavorare e adesso devono tornare a casa.
Dopo i controlli di frontiera un cimitero di fili spinati e rocce dipinte con i colori della vecchia Siria, sono quel che rimane dei posti di blocco del regime. In molti punti la bandiera è già stata sostituita con quella a stelle rosse, quella della rivoluzione ma anche della Siria sotto il mandato coloniale francese. Ai bordi della strada ci sono ancora alcune macchine bruciate o capovolte, che ricordano ciò che è successo tre mesi fa, e senza le quali sarebbe difficile comprendere la portata del colpo di stato. Una forte sensazione di quiete, infatti, ci accompagna per tutto il viaggio verso Damasco.
La città è proprio come l’hanno sempre raccontata i siriani in Italia, che a Damasco non sono più potuti tornare. Camminando nei vicoli del centro storico è percepibile l’importanza millenaria di una capitale seconda soltanto a Gerusalemme. Qui si mescolano oggi i resti dell’entusiasmo di dicembre alle drammatiche storie emerse dalle prigioni. La gioia di chi ritorna, il dolore delle madri dei dispersi. La voglia di ricostruire e di riorganizzarsi dei giovani che non sono mai andati via è accompagnata dal desiderio dei genitori di chi è fuggito di poter finalmente riabbracciare i propri figli. Le famiglie si riuniscono dopo 15 anni di separazione. La città è inondata dai fiumi di turisti siriani che per troppo tempo non hanno potuto visitare Damasco. Ma sebbene sia incontenibile la gioia dopo la fine di 54 anni di tirannia, a tre mesi dalla presa del potere di al-Sharaa, le paure per ciò che sarà affievoliscono l’entusiasmo. I «dobbiamo lasciarli lavorare« si alternano ai «al vecchio regime ne è seguito uno nuovo».
Chi teme di più per la propria incolumità sono gli alawiti, colpevoli di essere della stessa etnia dell’ex tiranno Bashar al-Assad. Nei giorni successivi alla caduta del regime diversi video hanno mostrato esecuzioni sommarie di alawiti nella città di Latakia. Ma gli alawiti non sono gli unici a temere di perdere le proprie libertà o addirittura la propria vita nella Siria di al-Sharaa. Nelle scorse settimane circolava un video su Tiktok che mostrava il pestaggio di una ragazza trans ad Aleppo. Sulle mura della città vecchia della capitale sono stati affissi dei cartelli che indicano alle donne come si devono vestire. Si tratta di episodi che il nuovo governo di transizione minimizza a «atti isolati di singoli» lavandosi le mani da qualsiasi responsabilità e senza prendere nessuna misura contro chi li ha commessi. Questo sta creando ansia e paura tra le minoranze in Siria.
Sul piano economico il governo ha tagliato tutti gli stipendi dei lavoratori pubblici – che da dicembre sono senza salario – e i sussidi alle madri che hanno perso i figli al fronte, considerando questi ultimi sostenitori del vecchio regime anche se sotto Assad gli uomini erano obbligati a prestare servizio militare. È così per Sanah che non vede più il figlio dal 2012. «L’ultima volta che l’ho abbracciato era cinque mesi prima che scomparisse. In quel maledetto 25 novembre del 2012 ci fu un’esplosione nella base militare in cui era costretto a prestare servizio, ma il suo corpo non è mai stato ritrovato. Non so se è morto o ancora vivo, ho sperato fosse tra i prigionieri liberati da Sednaya, ma non era lì», racconta la donna mentre piange come se il figlio fosse scomparso oggi. William, così si chiama o si chiamava, all’epoca ventunenne, costretto come tutti i suoi coetanei a prestare servizio militare per il regime. «Lui non voleva, giuro che non voleva, nessuno voleva servire l’esercito di Assad», continua la donna tra i singhiozzi. Eppure questo non sembra interessare oggi alle autorità del nuovo governo di transizione. Sanah come altre migliaia di madri si ritrova additata come una collaborazionista del regime, esattamente come il figlio, che però non c’è più. Alla famiglia di William è stato tolto il supporto economico che il vecchio regime erogava a tutte le madri di chi era scomparso servendo l’esercito, anche nel caso in cui fosse scomparso per mano del regime stesso. Queste donne, insieme alle madri dei dispersi nelle prigioni, sono oggi abbandonate senza nessun aiuto se non quello della società civile che si è organizzata per garantire che venga fatta giustizia, non attraverso la vendetta ma cercando di scoprire la verità, un passo indispensabile per una concreta transizione democratica nella nuova Siria.
Suwayada
Molto diversa è la situazione nella provincia di Suwayda, città principale della comunità Drusa al confine con la Giordania, de facto autonoma dal regime di Assad già dal 2020. Si raggiunge in due ore di bus da Damasco. Man mano che si avanza il terreno si annerisce: è una zona di ex vulcani, e intorno ai villaggi in pietra nera, circondati dalle punte innevate, si scorgono innumerevoli segni di civiltà passate. Suwayda era una città romana, e ancor prima ci abitavano i fenici.
Oggi la brigata Al Karama (dignità) – la coalizione di milizie spontanee unitesi per respingere l’attacco di Daesh nel 2018 prima, e per prendere il controllo della regione dopo – ha messo in piedi un sistema di difesa popolare che garantisce sicurezza a tutti i cittadini. Non è stato così negli scorsi cinque anni tuttavia, in cui Suwayda era a tutti gli effetti una prigione a cielo aperto. I giovani che uscivano dalla città in cerca di lavoro (l’economia locale era intenzionalmente ridotta all’osso dal regime) venivano catturati e obbligati a servire nell’esercito dopo un periodo nelle carceri militari. «All’epoca i nostri giovani o riuscivano a scappare, o li prendeva il regime, talvolta non abbiamo avuto più notizie di loro», ci dice Abdul, avvocato di Suwayda. Il periodo di lotta è culminato in quasi due anni di proteste incessanti contro il regime, nel silenzio della stampa e della politica internazionale. «Ci eravamo detti che avremmo lottato fino alla fine della tirannia di Assad», ci racconta Hazem. Insieme alla regione autonoma in mano alla DAANES la regione di Suwayda adesso, dopo aver lottato per l’autonomia dal regime, è disposta a impegnarsi per l’unità dando fiducia al processo Costituente che finora è stato pressoché una farsa.
La gente di Suwayda, nonostante i decenni di dispotismo, è riuscita a mettersi in gioco per costruire un sistema democratico. Come in Rojava, anche qui le donne hanno lottato per la loro autonomia, e oggi hanno un ruolo centrale nella politica della città. Anche loro temono che il governo non prenderà in considerazione le loro esperienze. «Quando il nuovo governo ci ha chiesto di nominare un rappresentante, abbiamo votato Muhsina al-Mahitawi, una donna. Ma la loro scelta è poi ricaduta su uno dei loro uomini in città. Al-Jolani non sembra poi così diverso da Assad», ci spiega una scrittrice e poetessa di Suwayda. «La nostra preoccupazione principale riguarda l’approccio escludente che stanno mettendo in atto per la National Dialogue Conference. La nostra gente vuole dialogare con tutti i siriani, ma il nuovo governo sembra essere affezionato all’uomo singolo al comando. e», così lo Sceicco Hijmat Salman al-Hijri, primo leader religioso della regione e figura diplomatica di punta nei negoziati con il nuovo governo. Nel frattempo continuano le proteste delle comunità locali contro gli attacchi di Israele, che nonostante tenti di influenzare la politica della regione autonoma Drusa, non riesce a penetrare l’identità del popolo libero di Suwayda.
Mentre scriviamo Israele sta bombardando il sud della Siria, con l’obiettivo di smilitarizzare il Sud del Paese e la scusa di sostenere i Drusi, approfittando del caos nella zona costiera.
Intanto dal confine opposto, quello con la Turchia è arrivato un terremoto per gli equilibri siriani. Il 27 febbraio Abdullah Ocalan, dopo anni di silenzio in carcere, ha chiesto lo scioglimento e la deposizione delle armi del movimento considerato terrorista da Turchia, Stati Uniti, Unione Europea e NATO. Nonostante le SDF si siano tenute a una distanza tutta diplomatica dal coinvolgimento diretto con le vicende, l’eventuale scioglimento del PKK avrà inevitabili conseguenze anche nella DAANES e in Siria. Potrebbe trattarsi di un passo avanti verso la creazione di un esercito unico siriano, e quindi indirettamente anche accelerare la transizione democratica della Siria, alla quale ha senz’altro contribuito lo storico accordo per l’unità firmato da Ahmed al-Sharaa e Mazlum Abdi lo scorso 10 marzo. «Non c’è alternativa alla democrazia nel perseguimento e nella realizzazione di un sistema politico. Il consenso democratico è la via fondamentale» ha scritto Ocalan nella lettera condivisa lo scorso febbraio dando uno schiaffo morale non solo alla Turchia di Erdogan e alle potenze circostanti, ma anche a un Occidente che sembra aver perso la bussola democratica, risucchiato nel vortice nero dell’imperialimo di stampo neofascista a guida statunitense.
Ci piace immaginare, dopo questa lunga immersione in Siria, che un nuovo protagonismo popolare possa emergere qui, in questa terra martoriata, da lungo tempo teatro di mire egemoniche delle principali potenze mondiali e degli attori locali ad esse collegate. Oggi una nuova generazione cresciuta in cattività rivendica con determinazione il proprio futuro. Sia esso agevolato dal nuovo processo costituente guidato da Damasco, o riscritto con un’altra rivoluzione. Come ci ha detto un caro amico siriano prima di salutarci: «noi siriani non abbiamo paura, siamo solo ansiosi di vedere cosa succederà e se sarà necessaria un’altra rivoluzione».
Con i contributi di

Lidia Ginestra Giuffrida

