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Nel saggio pubblicato nel 2016 dal titolo Overheating: An Anthropology of Accelerated Change, in italiano Fuori Controllo edito da Einaudi, l’antropologo norvegese Thomas H. Eriksen analizza la realtà attuale sotto una particolare lente concettuale: il riscaldamento.

Per Eriksen il riscaldamento va inteso come la crescita smodata e la perenne accelerazione che caratterizza oggi la vita dell’uomo sulla Terra, con conseguente erosione delle risorse, aumento delle diseguaglianze e sfibratura delle relazione sociali.

In una realtà socioeconomica in cui il tasso di entropia dei capitali e la velocità dei rapporti e degli investimenti regnano indisturbati, c’è un’industria che da anni registra tassi di crescita verticali e rappresenta a pieno le contraddizioni del mondo globalizzato: il turismo. Stando ai dati del World Travel and Tourism Council è stato nel 2018 il secondo settore più in crescita a livello mondiale dopo il manifatturiero. Nello stesso anno solo in Italia – sottolinea un report dell’Istat pubblicato lo scorso 27 novembre – rispetto al 2017 le presenze di clienti negli esercizi ricettivi sono salite del 2%, pari a 428,8 milioni, e il flusso turistico è aumentato del 4%.

Il giornalista Marco D’Eramo nel suo saggio Il selfie del mondo, edito da Feltrinelli, afferma con decisione come il turismo sia oggi il principale motore dello sviluppo globale e racconta il fenomeno senza filtri e retoriche romantiche alla Goethe, ma per quello che oggettivamente è col tempo diventato. Non più un semplice vezzo dei ceti borghesi occidentali, quanto un vero e proprio fenomeno di massa globale in rapidissima ascesa e che coinvolge, tra diretti interessati e indotto, buona parte dell’economia planetaria. 

Questo boom, che è soprattutto degli ultimi decenni (da 200 milioni di viaggiatori internazionali nel 1980 a 1200 milioni nel 2015 stando alla World Tourism Organization) non sarebbe stato però possibile senza l’avvento delle grandi piattaforme online. Tra le molte, una in particolare sta facendo registrare una crescita vertiginosa e da anni sta contribuendo alla trasformazione tangibile delle nostre città.

I volti di questa storia sono quelli di Brian Chesky e Joe Gebbia, due amici neolaureati nella San Francisco degli anni precedenti alla Grande Crisi, che per arrotondare qualche soldo decidono di affittare, all’interno della loro abitazione, un materasso ad aria. In città c’è una grande conferenza sul design e pur di trovare un posto dove dormire la gente farebbe qualunque cosa. 

È così che nasce nel 2008 il servizio Airbed&Breakfast. È questo il mito fondativo della più grande piattaforma online per gli affitti brevi attualmente operativa, oggi nota semplicemente come Airbnb.

Airbnb è il principale colosso, insieme a Homeaway e Booking, degli affitti brevi turistici, in inglese noti come short term rentals. All’inizio della sua storia, Airbnb è principalmente un luogo immateriale dove far incontrare domanda e offerta di posti letto, camere, interi appartamenti momentaneamente resi disponibili dai padroni di casa, in inglese host

Il beneficio riguarda entrambe le parti: da un lato i proprietari di casa possono far rendere ciò che altrimenti sarebbe inutilizzato, come la camera di un figlio lontano o la casa nei giorni in cui si parte per le vacanze; dall’altra il viaggiatore gode di prezzi decisamente più bassi (come ricordato prima, il fenomeno nasce proprio come provocazione contro il caro prezzi degli alberghi in una delle città più care degli USA). Ma c’è dell’altro. Un senso di piacevole accoglienza e di calore, uno scambio umano altrimenti impensabile in una fredda camera d’albergo. Non è più il classico viaggio fatto di estenuanti check-in alla reception e colazioni in sale affollate. Con Airbnb ad accoglierti c’è una persona come te, di cui conosci il nome e con cui puoi chiacchierare per farti dare consigli su come conoscere la città. 

In pochi anni il successo della piattaforma esplode e già dai primi anni ’10 attraversa l’Atlantico per diventare una realtà affermata anche in Europa.

Come successo a molte altre piattaforme di condivisione online, da Facebook a YouTube, Airbnb ha nel corso degli anni attraversato numerose trasformazioni, reinventando se stessa e la sua comunità più volte, seguendo le tendenze e le esigenze di mercato.

A differenza degli altri suoi parenti californiani, però, Airbnb ha dato alle trasformazioni di mercato un carattere esplicito, non occultato dal “gratuitismo” dei social network. In brevissimo tempo si è passato dai posti letto alle stanze e agli interi appartamenti, per finire alla proposta delle cosiddette “esperienze” (gruppi di viaggiatori che pagano una persona locale per fare qualcosa di tipico o particolare).

Alla primavera 2019 (dati Airbnb Newsroom) gli annunci di questa piattaforma sono presenti in oltre 99.800 città, con sei check-in al secondo su scala globale. La stessa società stima un guadagno totale per gli host di circa 65 miliardi di dollari e un flusso di arrivi pari a circa mezzo miliardo di ospiti dall’inizio dell’attività. Tra le opzioni di pernottamento disponibili anche 14.000 “piccole case”, 4.000 castelli e 2.400 case sull’albero. Appare dunque chiaro il distacco intercorso dai tempi del materasso ad aria.

Non stupisce dunque come gli effetti dell’attività delle locazioni brevi turistiche, che di fatto si caratterizzano oggi come un immenso e fruttuoso business, siano da qualche anno finiti sotto i riflettori del dibattito pubblico e accademico.

Nel suo Airbnb Città Merce uscito nel 2019 con DeriveApprodi, la ricercatrice Sarah Gainsforth ripercorre oltre dieci anni di battaglie contro gli effetti degli affitti brevi, su tutti “il rialzo dei valori immobiliari e i canoni di locazione, la contrazione di offerta di case in affitto e, dunque, l’espulsione dei ceti medi e bassi dai centri urbani”. Il saggio ha aperto gli occhi a molti e portato in Italia un dibattito già da tempo presente in America e sfociato in un consistente attivismo volto a proporre politiche di regolamentazione per quello che de facto è diventato un grande attore del campo immobiliare nelle nostre città.

Se da un lato cresce la consapevolezza sulle controversie legate alla piattaforma di home sharing, dall’altro Airbnb non ha nessuna intenzione di rinunciare al successo guadagnato finora. Nell’epoca in cui per tutte le piattaforme digitali l’entusiasmo un po’ ingenuo da comunità online sta lasciando il posto al rigido pragmatismo di chi si vuole quotare in borsa, Airbnb compatta le fila della sua comunità con iniziative di vero e proprio team building da movimento politico come la recente 100case 100idee, che ha riunito gli oltre 200.000 host italiani per discutere del futuro del settore, di cui tantissimi residenti a Roma.

Urbi et orbi

La città italiana più visitata dai turisti è Roma. Nel 2018, l’Istat ha stimato che nel territorio della Città Metropolitana di Roma Capitale siano arrivati, contando strutture alberghiere ed extra-alberghiere, 11.131.192 persone. Di queste, il 69% erano straniere ed il restante turisti interni. Il dato in ogni caso è in crescita ogni anno, così come in crescita è il numero di persone che, nel mondo, si sposta per turismo.

Un tale mercato non può che portare Roma, la quale ha ormai fatto del gigantismo il suo marchio di riconoscimento, ad essere anche la città italiana con il maggior numero di annunci sulla piattaforma Airbnb. Nella Capitale infatti, come afferma il portale online insideairbnb (che ha fatto della ricerca sul fenomeno la sua missione), sono presenti ben 29.436 annunci per locazioni turistiche: un numero molto più alto delle altre principali città d’arte italiane confrontabili come Venezia (8.469 annunci) e Firenze (11.262). Di questi annunci, a Roma, 10.368 sono intere stanze e 18.843 sono interi appartamenti (il 64% degli annunci), principalmente di piccole dimensioni (63 metri quadri il dato medio) come afferma la mappa nº27 elaborata dai ricercatori del blog mapparoma

Se dunque siete uno studente o un giovane lavoratore e vi state chiedendo che fine abbiano fatto tutti i mono e bilocali in affitto nelle aree più centrali della città, è probabile che il bilocale dei vostri sogni sia già su una piattaforma per affitti brevi come Airbnb.

Osservando i dati su Roma di insideairbnb, uno degli aspetti più interessanti è la concentrazione spaziale degli alloggi. Il I Municipio (Centro storico) detiene il primato assoluto con più della metà di alloggi disponibili, pari a 15.700 di cui il 70.2 % sono interi appartamenti. Seguono il VII (San Giovanni – Cinecittà) con 2.479 alloggi di cui il 52,6 % interi appartamenti e il II Municipio (Parioli – Nomentano) con 2.274 alloggi di cui il 56,6 % interi appartamenti.

Enrico Puccini gestisce l’Osservatorio Casa Roma e si occupa di anni della questione abitativa nella Capitale. In un recente incontro pubblico a tema Airbnb, ospitato dal centro sociale Lab Puzzle nel quartiere Tufello, ha fatto notare come con poco meno di 30.000 alloggi la piattaforma sia nei fatti “il secondo gestore di case che abbiamo a Roma, dopo l’ATER (che gestisce l’edilizia popolare per conto della Regione e conta 48.000 alloggi) e prima del Comune di Roma (che gestisce un patrimonio di circa 28.000 alloggi). Se comprendiamo anche le comuni locazioni a lungo termine tra privati ed escludiamo gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, vediamo come Airbnb gestisca quasi 1/5 dei 150.000 affitti presenti in città”.

Intervistato sul nesso tra boom degli affitti brevi e il crescente fenomeno di turistificazione, ossia la scomparsa del tessuto sociale e commerciale originario del centro città, Puccini risponde così: “L’aver sottratto alloggi al mercato ordinario significa in buona sostanza che case che una volta erano affittate a residenti ora sono destinate a turisti, con tutto quello che ne comporta. Il fenomeno è stato massiccio e quindi molto impattante. Ad esempio sulla piattaforma Airbnb si è registrato un forte incremento degli annunci negli anni 2014-2015, anni in cui la crisi immobiliare ha trovato l’apice, che ne ha raddoppiato il numero. Ora vi sono circa 30mila appartamenti su Roma e per avere un riferimento numerico un medio municipio romano ha 70mila alloggi di cui però il 65% è abitato da famiglie proprietarie”. 

Secondo Puccini le carenze nell’affrontare il fenomeno sono essenzialmente tre: leggi, strumenti di lettura e controllo: “La legge che regola l’intero mercato degli affitti è la legge 431 del 1998, scritta in un’altra fase storica e andrebbe rivista. Da un lato, in un momento di crisi, non bisogna inibire la capacità delle famiglie di poter implementare il reddito (la casa è da sempre il bene rifugio degli italiani) dall’altro bisognerebbe arginare le speculazioni. In seconda battuta manca un Osservatorio Pubblico sull’Abitare che sintetizzi in tempo reale tutti i dati sulla città nonostante sempre la 431/98 lo preveda. Oggi i fenomeni e le dinamiche urbane sono più veloci: le amministrazioni senza efficaci strumenti di lettura sono cieche e rischiano di intervenire in ritardo, come succede ora. In ultimo la legge della Regione Lazio limita gli affitti turistici di carattere non imprenditoriale a pochi giorni all’anno: ma chi controlla?”.

Tornando ai dati di Airbnb a Roma, un altro dato rilevante è quello della gestione di questi appartamenti. Airbnb era infatti nato come piattaforma di incontro tra domanda e offerta di alloggi temporaneamente vacanti e contrapponeva il fascino di uno scambio “umano” al soggiorno nei grandi alberghi. Oggi, però, la stragrande maggioranza degli annunci è di tipo cosiddetto multihost, ossia la tipologia per cui uno stesso “padrone di casa”, host, gestisce più annunci e dunque più alloggi. Nel I Municipio gli annunci multipli sono il 72,3% del totale, nel VII Municipio il 54,9% e nel II Municipio il 55,5. Appare chiaro come laddove girano più profitti e il numero di annunci è più alto, cioè nel Centro Storico, è più alto anche il numero di diverse proprietà gestite da uno stesso host

In quest’area la sola host “Bettina” è responsabile di 89 annunci, seguita da “Emiliano e Maria” con 81 annunci attivi. Nel suo libro Sarah Gainsforth rivela come dietro Bettina ci sia l’agenzia internazionale Halldis, con sede a Milano e la quale gestisce più di 700 alloggi in tutta Italia, a Parigi e a Bruxelles. In ogni caso è evidente che il significato per Airbnb di host, in inglese “padrone di casa” ma anche “ospite”, sia decisamente mutato negli anni, come ha spiegato alla redazione di Scomodo Marzia Midulla, vicepresidente dell’associazione Host di Roma e Lazio

Midulla ha studiato come architetto e ha cominciato nel 2012 ad affittare il suo appartamento di Monti per necessità economiche. “Oggi la mia professione è la local manager, gestisco più di 30 appartamenti per conto di terze persone che non hanno il tempo di occuparsene. Ho aperto una società dove lavorano anche i miei due figli”. Marzia riferisce come negli ultimi anni (“quando ho cominciato io non lo conosceva nessuno”) “gli affitti brevi sono diventati per molti un business, ci sono tante persone che hanno affittato casa per subaffittarla su Airbnb. Sono intervenute anche le multinazionali, che stanno comprando molti appartamenti. È diventata una grande bolla”.

Dal canto suo, Marzia fa parte di quella comunità di host che prende attivamente parte nella difesa dello spirito originario della piattaforma: “faccio lavorare molte persone, tra pulizie, lavanderia etc. Cerco di fare bene il mio lavoro: per altri non è così, ma io come host sento la responsabilità delle persone che vengono a pernottare nei miei alloggi, vengono per la prima volta a Roma, non conoscono la città e spesso sono disorientati.” 

“Mi auspico la comparsa di un codice identificativo unico della struttura”, continua Marzia, “fornito dallo Stato, che semplifichi gli adempimenti burocratici (ora ci sono credenziali diverse per ogni interlocutore istituzionale)”. Questo permetterebbe di avere tutti in regola. Oggi molti non rispettano gli adempimenti (versamento contributo di soggiorno, dichiarazione nominativi alla Regione Lazio, versamento cedolare secca) anche perché c’è poca chiarezza. Questo codice scoraggerebbe coloro che si improvvisano e poi finiscono per fallire. Ridurrebbe anche la competizione abbastanza selvaggia che c’è. Adesso un alloggio per due vicino piazza di Spagna sta anche a 45 euro a notte”. 

La richiesta di un codice unico identificativo è anche la linea ufficiale di tutta la comunità host Airbnb, linea fuoriuscita dalla convention 100case 100 idee.

Interrogato dalla redazione in proposito e sull’opportunità di normare il settore degli affitti brevi in città, l’Assessore allo Sviluppo Economico, Turismo e Lavoro di Roma Capitale, Carlo Cafarotti, riconosce che “Roma vive effetti importanti circa l’impatto di affitti brevi e B&B, il principale dei quali è la diminuzione della parte residente nel centro”. Prosegue poi affermando che “il fenomeno deve essere governato e deve essere normato senza che le aziende la vivano come una diminuzione, perché una maggiore regolamentazione e una maggiore chiarezza non può che servire a tutti” e conclude che “deve esserci completa simmetria per quanto riguarda le informazioni, come l’esposizione della partita IVA e della sede legale, tra chi fa l’imprenditore con Airbnb e B&B e chi fa l’albergatore”.

Sembrerebbe pertanto che il tempo della crescita senza freni sia in dirittura d’arrivo per le piattaforme di affitti brevi. Nonostante ciò, la recente proposta per affidare ai Comuni il potere di elargire licenze e stabilire un tetto massimo di annunci, presentata dagli esponenti del PD Nicola Pellicani e Rosa Maria Di Giorgio come emendamento al dl Milleproroghe, è stata ritirata il 28 gennaio per contrasti interni alla maggioranza di governo. Contrario alla proposta si è infatti dimostrato il partito Italia Viva, così come tutte le associazioni di host. Nella visione di Midulla, il governo non può “vietare a qualcuno di fare ciò che preferisce con la sua proprietà privata”.

Polarizzazione

Un’altra delle lenti con cui si può osservare la realtà contemporanea, oltre al riscaldamento, è la polarizzazione. I principali temi protagonisti del dibattito pubblico sono quasi sempre oggetto di divisioni nette, visioni del mondo speculari e contrapposte. Il fenomeno Airbnb non fa eccezione. 

Non capita spesso che Airbnb rilasci dichiarazioni, al di fuori, s’intende, della nutrita pagina FAQ’s presente sul suo sito. 

Interrogata da Scomodo circa l’opportunità di regolare il settore degli affitti brevi, la società Airbnb ribatte: “La creazione di un tetto di notti alla locazione breve nei centri storici costituisce un approccio inefficace e controproducente rispetto ad una crescita sostenibile del turismo, specialmente per i piccoli borghi, e non andrebbe incontro alla necessità di destagionalizzazione turistica”. Prosegue: “Sono necessarie politiche a sostegno della residenzialità, per tutelare chi affitta a lungo termine i propri immobili e per proporre più soluzioni abitative anche nei centri storici. I contratti a lungo termine non tutelano i proprietari di casa che si trovano spesso in situazioni di difficoltà rispetto ad affittuari morosi di cui non riescono a liberarsi. Per questo motivo spesso la locazione breve rappresenta la migliore soluzione per non tenere una casa sfitta e poter far fronte alle spese. Penalizzare gli affitti a breve termine, inoltre, non eviterebbe i fenomeni di over-tourism, che sono ormai legati a flussi turistici ovunque in costante crescita.

Sulla vicenda del codice unico identificativo, più volte richiamato come risolutivo dalle varie associazioni di host italiani, la società dichiara: “Airbnb si è detta subito favorevole a un codice nazionale e unico, che superi i codici regionali, per evitare un doppio adempimento per i proprietari. Ci siamo resi disponibili, anche insieme alle altre piattaforme online, a supportare il lavoro del Governo nella stesura dei decreti attuativi, che stabiliranno come implementare il codice. Ribadiamo la nostra piena collaborazione su questo fronte per assicurarci che questo strumento davvero permetta di semplificare gli adempimenti e che sia nazionale, facile da ottenere, unico, obbligatorio, che garantisca un periodo di transizione”.

Sui fenomeni di sovraffollamento turistico che colpiscono le nostre città, Airbnb suggerisce “una presenza di alloggi diffusa sul territorio (certamente non solo nel centro urbano) che consenta a mercati turistici ormai saturi di continuare a crescere, evitando ulteriore cementificazione e consumo di suolo dovute alla costruzione di nuove strutture d’accoglienza”.

Infine ribadisce che Airbnb ha concretamente portato benefici per numerose persone in Italia: “I primi beneficiari dell’economia degli affitti brevi sono gli host, soprattutto donne (54%) in media di 47 anni. Il 66% degli italiani che nel 2018 ha affittato tramite Airbnb ha dichiarato che questa attività è stata utile per ammortizzare le spese legate alla casa e per il 22% queste entrate sono state una risorsa aggiuntiva anche per far quadrare il bilancio familiare. Il modello di Airbnb infatti è diverso da quello di altre piattaforme digitali: la gran parte del corrispettivo stabilito dall’host (generalmente il 97%) resta sul territorio. Lo dimostra il 43% dei viaggiatori che ha visitato l’Italia utilizzando Airbnb ed effettuato acquisti o attività nello stesso quartiere in cui ha soggiornato. Il 51% ha invece dichiarato di aver speso in loco i soldi risparmiati utilizzando la piattaforma. Non solo: l’ospitalità in casa ha favorito lo sviluppo di nuove figure professionali, e l’aggiornamento di competenze già esistenti, ma che hanno trovato nuovi sbocchi grazie al mercato degli affitti brevi.”

Ritornando a Eriksen, l’alternativa che l’autore individua nel suo saggio all’ingovernabilità del “globale” consiste nell’individuazione di tattiche e forme di resistenza legati a “congiunture e contesti locali”.

Alessandra Caputi è membro fondatore del distaccamento napoletano della rete SET (Sud Europa di fronte alla Turistificazione). Cominciata nel 2016 come semplice constatazione della trasformazione repentina che il centro storico della città stava subendo, dal 2018 il collettivo si batte per denunciare il fenomeno di proliferazione degli affitti brevi, di espulsione del ceto popolare residente e di impoverimento del tessuto commerciale, sia con i cittadini delle aree più interessate che nelle sedi istituzionali.

“In alcune aree del centro storico di Napoli c’è adesso una monocultura di pizzerie, ristoranti e negozi di souvenir. Recentemente è stata fatta una mappatura dei tre Decumani e di una parallela di via Toledo (vico Lungo Gelso). Il censimento, tra il 2017 e il 2018, ha mostrato a distanza di un anno un aumento del 50% di ristoranti e pizzerie”.

A Napoli la riconversione turistica del centro città, storicamente uno dei pochi in Italia ancora abitato da un vasto numero di residenti, si accompagna al tema degli sfratti: “Molti proprietari trovano più conveniente affittare ai turisti, dunque persone che vivono nel quartiere da una vita si sono trovate in mezzo alla strada. Quando a Napoli abbiamo organizzato la prima manifestazione contro Airbnb, in contemporanea con le altre città europee della rete SET, a dispetto delle attese, molte persone si sono affacciate dai balconi per ringraziarci ed incoraggiare il corteo. Ci dicevano bravi e spiegavano che nessuno fino a quel momento aveva parlato dei problemi legati al turismo degli abitanti del centro storico, la narrazione di politici e giornalisti era solo positiva”.

Caputi affronta quindi così il tema della locazione turistica breve come integrazione al reddito e sviluppo dell’economia locale: “gli affitti brevi ricalcano i classici meccanismi di estrazione della rendita fondiaria: in una prima fase tutti si arricchiscono, il mercato è nuovo, c’è spazio per tutti anche per chi mette una stanza in affitto per avere un sostegno di cui ha concretamente bisogno, magari subaffittando la propria casa; successivamente si assiste ad una concentrazione, chi lo faceva per arrotondare non ce la fa più perché i guadagni sono diminuiti a causa dell’abbondanza di offerta e comunque si tratta di un impegno gravoso, non tutti possono far fronte, rimangono solo i proprietari più forti cioè quelli delle seconde e terze case, che magari possono permettersi di pagare terze persone per la gestione; in ultimo stiamo osservando adesso una terza fase dove subentrano i grandi gruppi immobiliari, i quali comprano interi stock abitativi per convertirli ad uso ricettivo”.

Che viviamo tempi strani d’altronde lo dice meglio di tutti Raffaele, uno dei membri del comitato, durante la consueta assemblea del mercoledì sera presso Santa Fede Liberata, poco lontano da piazza del Gesù: “Quando abbiamo fatto le nostre proposte nessuno dei consiglieri di sinistra è venuto. Gli unici che ci hanno appoggiato sono stati quelli della Lega”.

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di Giovanni Tucci (Giovanni Tucci)

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