Santarcangelo di Romagna, 12 luglio.
Fa caldo e il paese è saturo di movimento. Davanti al Lavatoio G ed io ci mescoliamo a zaini, lingue, accenti e corpi sudati. Qualcuno fuma, qualcuno sfoglia il programma stropicciato, è il nono giorno di festival.
All’interno, la danza Have A Safe Travel di Eli Mathieu-Bustos sconvolge l’ordinario: la
violenza non è spettacolarizzata, ma silenziosa, acquisisce efficacia a poco a poco. Un
episodio apparentemente banale – un controllo sul treno, un fermo –, raccontato con estrema lentezza, ci introduce nei meccanismi oppressivi di un sistema razzista e giustizialista. Mathieu-Bustos ci autorizza ad attraversare il proprio corpo nudo passando per la pelle, il respiro, le piaghe interiori. Il suo corpo non sta mai fermo. Parla in francese, urla in inglese, cerca l’equilibrio su una valigia. “I can’t breathe” dice, ma non è solamente affanno o fatica fisica, è ribellione, memoria politica, rivendicazione.
Più tardi, nel silenzio sospeso del Palazzo della Poesia, Brinjë me Brinjë di Genny Petrotta è un rituale che si ricorda più col corpo che con la mente. Un rito collettivo tipico della comunità arbëresh, una delle comunità albanesi in Italia, praticato da uomini, in cui ci si avvicina “costola a costola” per danzare, per affrontare il dolore, per rafforzare la fratellanza. Petrotta, consegnando quel gesto antico a due corpi femminili, lo trasforma in un atto di cura, di sorellanza. I due corpi si sostengono per necessità, per salvarsi, e, nel loro canto visivo, ci accompagnano in uno spazio rituale di riflessione su identità, genere e potere.
È quasi mezzanotte quando entriamo nella palestra dell’ITSE Molari. Non c’è più traccia di educazione fisica, di regole, di ordine. Solo neon intermittenti, banchi spinti ai margini come rovine civili. Nell’aria un silenzio ingombrante. Malign Junction (Goodbye, Berlin) non comincia: esiste già. I performer si muovono dentro una lentezza che deforma il tempo. I gesti sono minimi, spezzati, sensuali. I corpi si sfiorano, si cercano, ma qualcosa li trattiene sempre a distanza. Come se l’intimità fosse un codice rotto, e non restasse che abitare quella frattura. È un rave rallentato, interrotto, una festa finita prima di cominciare. L’azione è innescata dalla precarietà. Ogni movimento è un’ipotesi. Ogni sguardo, una traiettoria sbagliata. In sala, nessuno fiata. Nessuno se ne va.
Santarcangelo di Romagna, 13 luglio.
Nel buio del Supercinema, A Fidai Film di Kamal Aljafari le assenze diventano presenze, ciò
che manca è ciò che si vede. Con un lavoro di indagine il regista ha permesso, almeno in parte, alla Palestina e ai palestinesi di riemergere dal buio abissale della censura israeliana. Il termine “fidai” indica i combattenti della resistenza palestinese, ma nel film è assente qualsiasi tipo di lotta o martirio. Qui l’immagine veicola resistenza, il cinema diventa atto politico. Poi Language: no broblem di Marah Haj Hussein prende la scena: un tentativo di esaminare le complessità del plurilinguismo come fonte di identità e conflitto, una satira sull’esotizzazione dell’inglese da ufficio imposto alle identità migranti. Con humor tagliente, frammenti d’intimità familiare e slittamenti surreali, lo spettacolo espone l’impossibilità di racchiudere un’esistenza intera dentro i confini rigidi di una lingua dominante. Un tentativo di esaminare le complessità del plurilinguismo come fonte di identità e conflitto.
A Rimini, nel buio denso del Teatro Galli, UNARMOURED di Clara Furey non racconta ma si lascia attraversare. Un corpo solo, lento, presente, abita la scena come se stesse imparando a stare al mondo da capo. Non c’è difesa, non c’è azione spettacolare: solo una tensione continua tra fragilità e resistenza. Il corpo non porta armature, ma si protegge non con la forza, ma con l’ascolto. È una coreografia di pochi movimenti, ripetuti come respiri: il peso si sposta, si contrae, si espande, e ogni gesto contiene un’origine e una fine. Ogni pausa si carica di senso.
Furey lavora sullo spazio come se fosse interno: lo attraversa, lo curva, lo dilata. Il corpo è
architettura viva, organo mutevole, una pelle che pulsa, una soglia che resta aperta.
Non cerca l’impatto: cerca la risonanza. E nel silenzio, qualcosa si muove.
A Santarcangelo il teatro non consola.
Santarcangelo non è solo un festival. È una città che accetta di farsi palcoscenico, corpo,
microfono. Fuori dagli spazi performativi, il festival si apre a un altro rituale: le assemblee
pubbliche. Partecipano lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, tecnici e curatrici, in dialogo
informale. Senza copioni ufficiali o moderatori, emergono riflessioni feroci su precarietà
sistemica, cachet miseri, fatica fisica e invisibilità sociale. Parlano della frattura generata
dalle recenti graduatorie ministeriali, che penalizzano le realtà indipendenti e critiche.
A questo proposito, ecco il senso vivo della campagna Vogliamo Tutt’Altro: un grido collettivo lanciato il 7 luglio, che ha riunito migliaia di persone, assemblee simultanee in diverse città, per dire che la cultura è su un crinale politico, e non un’aggiunta a un sistema che esclude. Richiedono un lavoro riconosciuto come tale, il tempo di ricerca come salario, il reddito di continuità come esigenza concreta. Vanno riformate le modalità di selezione dei bandi: non più meritocrazia al servizio di élite affaristiche, ma un sostegno reale alla scena autonoma, sperimentale, plurale. Vogliono processi partecipati, trasparenza, dignità organizzativa. Nessuna retorica. Cultura non è commercio, laboratorio non è palco, arte non è spreco. La notte che segue l’assemblea non chiude il discorso, ma lo estende.
Poi la notte: L’Imbosco.
Un bosco che si trasforma in pista temporanea. I corpi, di giorno spettatori, si ritrovano di
notte come comunità danzante. Piedi nella polvere, LED tra i rami, sudore a far vibrare il petto. Il palco non serve. La distanza non ha senso. Qui, il gesto politico è ballare insieme, essere visibili, dire in silenzio: ci siamo ancora.