- Arrivare alla COP
- Dentro gli spazi decisionali
- Trasformazioni e contraddizioni
- Poco fuori e molto lontano dalla COP
- Il problema è strutturale
- Conclusioni (oltre la COP)
“Banzeiro Banzeiro Banzeiro!”, cantato sulla riva del Rio delle Amazzoni. Banzeiro è il punto in mezzo al fiume, in cui le acque formano dei pericolosi vortici che possono ribaltare le canoe.
Arrivare alla COP
“C’è differenza tra essere presenti ed essere ascoltati. I nostri simili sono qui e stanno aprendo nuove strade. Il tempo della foresta è arrivato alla COP, anche se i suoi leader non hanno ancora imparato ad ascoltarlo.” — Wajã Xipai (19 anni, giornalista-foresta, SUMAÚMA – Jornalismo do Centro do Mundo)
Il Rio delle Amazzoni è una gigantesca anaconda: nasce tra le cime delle Ande peruviane, si snoda nella foresta e apre le sue fauci nell’Oceano Atlantico. Alla conclusione del suo viaggio d’acqua si trova la città metropolitana di Belém, capitale dello stato brasiliano del Pará e sede della trentesima Conference of the Parties (COP), organizzata ogni anno dall’UNFCCC (la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici). La prima conferenza fu organizzata a Berlino nel 1995. Sono quindi passati trent’anni dalla prima volta in cui i Paesi del mondo si sono riuniti riconoscendo la crisi ambientale e climatica come un problema del nostro tempo e avvertendo la necessità e la responsabilità di delineare una strategia comune per affrontarla. Quasi altrettanti anni sono trascorsi dal Protocollo di Kyoto (1997), il primo documento in cui gli Stati misero nero su bianco il proprio impegno a ridurre le emissioni di gas serra. In seguito al Protocollo di Kyoto, negli ultimi tre decenni sono state formulate altre dichiarazioni e altri documenti, tra cui l’Accordo di Parigi del 2016 per il contenimento del riscaldamento globale sotto la soglia critica di 1,5 gradi. Ciononostante, il degrado ambientale e i fenomeni climatici estremi non hanno fatto che aumentare, e da qui la decisione simbolica di ospitare la COP30 in Amazzonia, un luogo immenso, complesso e segnato da profonde ferite. Non solo quelle impresse sul corpo della terra dal disboscamento, dalle attività minerarie, dall’esplorazione del petrolio, dalle grandi monoculture e dall’allevamento bovino, ma anche quelle che organizzazioni criminali e forze militari e politiche (siano esse regime o democrazie) hanno lasciato e continuano a lasciare sui corpi di chi lotta per la difesa della terra. L’Amazzonia è un corpo che sanguina.

Giovedì 13 novembre, quattro giorni dopo l’apertura della COP, nel corso di una conversazione pubblica sulla forza distruttiva della compagnia mineraria canadese Belo Sun nello stato di Pará, l’imprenditrice di economia sociale bengalese Runa Khan utilizza queste parole per descrivere la connessione tra la sua terra d’origine e i corpi delle persone che la abitano: “Per noi [la gente che vive nel Bengala, ndr] i fiumi sono come le vene del nostro corpo, perché il 60% della popolazione, in un modo o nell’altro, è collegato ai fiumi”. Nel Bengala, “the land of a thousand rivers” secondo Khan, decine di milioni di rifugiati climatici sono già in costante movimento, costretti a spostarsi da un luogo all’altro del Paese a causa dell’innalzamento del livello del mare, dei cicloni tropicali, delle inondazioni e dell’erosione delle rive dei fiumi. I migranti bengalesi si riconoscono nei fiumi: insieme a essi si spostano e sono costretti ad apprendere come sopravvivere al collasso del loro mondo.
Nel frattempo, a Belém, il segretario esecutivo dell’UNFCCC Simon Stiell, nel discorso di apertura della conferenza, invita a guardare agli insegnamenti dell’acqua: “L’Amazzonia non è un’entità singola, ma un vasto sistema fluviale, sostenuto e alimentato da migliaia di affluenti. Per accelerare l’implementazione [dell’azione climatica], il processo della COP deve essere supportato allo stesso modo, alimentato dai numerosi flussi di cooperazione internazionale. Perché i singoli impegni nazionali, da soli, non stanno riducendo le emissioni abbastanza rapidamente”.
Più di sessanta attivistə indigenə, riunitə nella Flotilla Amazzonica Yaku Mama (letteralmente “Madre d’acqua” in lingua quíchua), hanno incarnato questa esortazione: hanno utilizzato le vie dell’acqua per arrivare a Belém dall’Ecuador, dal Perù, dalla Colombia, dal Guatemala e dal Brasile. Il loro viaggio collettivo di 3.000 chilometri è cominciato più di venti giorni prima della conferenza, ciascuna partendo dal proprio luogo di appartenenza e confluendo insieme nello stesso fiume. La coalizione, così facendo, ha tracciato una mappa di conflitti ed è diventata un dispositivo mobile per la convergenza delle lotte, da un lato denunciando la devastazione in corso nei territori amazzonici e dall’altro esigendo che la propria voce sia ascoltata, amplificata e abbia un potere negli spazi decisionali. “La soluzione siamo noi”, si sente nei cori indigeni, dal battello alle strade di Belém, dentro e fuori la sede della COP.
Sul battello, di notte, due giorni prima di arrivare a Belém con le attiviste della Yaku Mama, Flotilla Amazzonica.


Lucía Ixchíu del popolo Maya K’iche, 35 anni, artista, giornalista, difensora della terra e dei diritti indigeni, in esilio a causa del suo lavoro, è una delle portavoce del gruppo e spiega che l’idea della flotilla Yaku Mama — che porta il nome di una divinità andina delle acque — si è diffusa tramite passaparola e connessioni personali. Milton Sumpa del popolo Achuar, 19 anni, attraverso la Flotilla, vuole rivolgersi direttamente alla COP per chiedere che il suo territorio non venga distrutto. Per Levi Tapuia dei popoli Tapuia e Kariri, 25 anni, così come per molti altri, il battello è “un viaggio ancestrale” anticipato dai suoi antenati, un sogno antico che si sta materializzando. Lucía non si aspetta nulla dagli Stati: “Sappiamo come funziona la COP, ma per noi la COP è questa”, spiega, guardandosi intorno e riferendosi alle sue compagne che si confrontano e viaggiano insieme, sedute per terra, dipingendosi il corpo di simboli con estratti di jenipapo, appese alle amache del battello. Per alcune di loro il viaggio ha avuto un potere trasformativo e, in occasione di una roda de conversa sul ponte della barca, Alexis Joel Greffa del popolo Kichwa, 29 anni, si rivolge al gruppo sottolineando che “essere indigena è essere la risposta al cambiamento climatico, essere indigena è la risposta davanti alla crisi globale”. Attraverso l’educazione e l’autoformazione è possibile esercitare un cambiamento nella società, secondo Alexis, ma non per mezzo di un tipo di formazione saturo dell’impronta coloniale e imperialista come quello praticato oggi: occorre una forma di educazione votata all’empatia, che aiuti a comprendere come esseri umani e terra siano uguali e detengano uguali diritti. La conferenza di Belém è un’occasione per riunire giovani attivistə indigenə, “un esempio di unità per tutto il mondo” (Alexis). Lucía vorrebbe che le difensorə del territorio fossero “messe al centro delle conversazioni e ai tavoli delle negoziazioni, perché non possono parlare dei territori senza di noi”, mentre Federico Cruz di Hackeo Cultural, 37 anni, dopo aver attraversato l’Amazzonia nota che –nonostante questa assenza– i popoli indigeni non stanno aspettando azioni e politiche da parte dei governi o dalle multinazionali, ma si stanno già attivando in forme di resistenza locale che vanno dall’agricoltura ancestrale a forme di monitoraggio e vigilanza del territorio.

Non è solo la coalizione Yaku Mama ad aver attraversato il continente per arrivare a Belém. Lo stesso hanno fatto migliaia di indigenə provenienti da centinaia di popoli di tutto il Centro e Sud America mossə dall’urgenza di farsi sentire. Hanno dimorato nella capitale del Pará per tutta la durata della conferenza, sia dentro la cosiddetta “aldeia COP” — uno spazio organizzato dal governo brasiliano in collaborazione con enti locali e nazionali — sia in città, accampatə nelle università oppure ospitatə da associazioni e amici. Venerdì 14 novembre le rappresentanti del popolo Munduruku sono arrivate alle porte delle Nazioni Unite, hanno bloccato gli ingressi, hanno manifestato insieme ad attiviste arrivate da tutto il mondo e hanno scavalcato i tornelli della sicurezza, occupando lo spazio per denunciare la loro assenza nei luoghi negoziali, il perpetuarsi di logiche predatorie e capitaliste nei confronti degli elementi naturali (“A natureza não é mercadoria!”) e per esigere la demarcazione dei loro territori. Infatti, nel Pará — lo stesso stato che ospita la COP — la natura continua a essere vista come una risorsa da sfruttare. Il governo Lula ha autorizzato l’esplorazione del petrolio alla foce del Rio delle Amazzoni, persiste la possibilità che venga costruita una ferrovia industriale (la Ferrogrão) attraverso la foresta, mentre i fiumi Tocantins e Tapajós corrono il rischio di essere privatizzati. Pochi mesi prima dell’inizio della conferenza, il governo brasiliano ha pubblicato il decreto n. 12.600, “per l’inclusione di più di tremila chilometri di tratti navigabili di fiumi nel Programma Nazionale di Destatalizzazione” (fonte: Movimento dos Atingidos por Barragens – MAB).
“Você não pode comprar a minha alegria, você não pode comprar a minha dor”, attivista canta alla Marcia Globale per il Clima sabato 15 novembre.
In seguito alla protesta Munduruku, la presidenza COP ha ricevuto i rappresentanti indigeni per ascoltare le loro istanze alla presenza della Ministra dell’Ambiente Marina Silva e della Ministra dei Popoli Indigeni Sônia Guajajara. Dopo una settimana, alla conclusione della conferenza, il governo brasiliano ha annunciato la demarcazione di quattro territori indigeni [tra cui la terra Sawre Ba’pim, dove vive parte del popolo Munduruku] e dieci Portarias Declaratórias, ovvero la tappa intermedia della regolarizzazione fondiaria. Come spiega Joenia Wapichana, 52 anni, prima avvocata indigena in Brasile e presidente della FUNAI (Fundação Nacional dos Povos Indígenas), la demarcazione è una rivendicazione indigena che si inserisce in un percorso più ampio di tutela e di riconoscimento delle proprietà collettiva di un territorio: “Prima una terra viene identificata, poi delimitata, poi demarcata fisicamente, poi omologata a livello governativo e infine registrata”. Il sito Terras Indígenas no Brasil, attraverso una mappa virtuale e una serie di pagine dedicate, tiene traccia di tutti i processi in corso.
Dentro gli spazi decisionali
La rivendicazione Munduruku rende visibile la questione della partecipazione indigena e della società civile alla conferenza. Nel corso degli anni, la possibilità di partecipazione alla COP per popoli e cittadini è mutata. Per esempio, è significativo che le ultime tre COP siano state ospitate in Egitto, Arabia Saudita e Azerbaigian, paesi in cui la repressione del dissenso è acuta e dove la criminalizzazione delle proteste ha inibito l’organizzazione di manifestazioni. Contestualmente, negli ultimi anni è stata istituita la Green Zone, un luogo aperto al pubblico, ricco di eventi e panel, che per molti aspetti ricorda una fiera e che per definizione si distingue dalla Blue Zone, ovvero lo spazio in cui avvengono le negoziazioni. La Blue Zone a sua volta è organizzata in diverse aree: grandi sale per le assemblee plenarie, stanze dedicate alle riunioni private, spazi per i giornalisti e per le conferenze stampa, luoghi dedicati ad eventi paralleli e una serie di padiglioni curati dai Paesi e da altri gruppi di interesse in cui avvengono presentazioni e dibattiti che non incidono direttamente sui negoziati. È questa immensa zona blu che accoglie le delegazioni dei singoli Stati (i cosiddetti party), oltre ad altre categorie di persone, le cui tre principali sono i party overflow, la stampa e gli osservatori. A seconda della categoria di appartenenza — identificata attraverso un badge — il potere di azione e decisione all’interno dei negoziati è differente.

La categoria fondamentale è quella dei party, all’interno della quale sono riuniti, con le parole di Katharina Maier (Fridays for Future USA), “negoziatori, esperti in materia e persone che hanno la legittima autorità per impegnare il proprio Paese”. Tra questi, sono gli esperti in materia ad avere la “reale comprensione di ciò che sta accadendo”, dice Maier, dal punto di vista scientifico e per quanto riguarda le strategie necessarie per l’adattamento e la mitigazione, i due concetti chiave per affrontare la crisi climatica. Sono i singoli Stati che hanno la responsabilità di formare le proprie delegazioni (party) e di indicare i propri party overflow, ovvero un gruppo eterogeneo che può includere consulenti, scienziati, indigeni, esperti tecnici, lobbisti, rappresentanti di enti locali e di ONG. Chi partecipa come party overflow non può parlare a nome di un governo, ma può dialogare con i suoi rappresentanti, influenzando indirettamente le decisioni. Infine, chi ha il badge da osservatore può ascoltare le negoziazioni senza intervenire, ma non può partecipare alle riunioni a porte chiuse, mentre la stampa non ha accesso né alle negoziazioni né alle riunioni: riceve le comunicazioni ufficiali attraverso le plenarie e le conferenze stampa ed è in quei luoghi che può fare domande dirette ai rappresentati dei Paesi e alla presidenza COP.
Parlando in numeri: alla COP30 il Brasile contava il maggior numero di delegati tra party (899) e party overflow (2.906), per un totale di 3.805 (fonte: CarbonBrief.org). Gli Stati Uniti, l’Afghanistan e il Myanmar non avevano alcun delegato; il Nicaragua ne aveva uno; la Cina 789 — seconda dopo il Brasile per quantità di delegati — e l’Italia 221. Al terzo posto c’era la Nigeria, con 749 delegati. Il governo brasiliano si è adoperato negli ultimi mesi per assicurare la partecipazione indigena attraverso la CoParente, uno strumento di consultazione regionale, mobilitazione e selezione di rappresentanti, strutturato in quattordici appuntamenti e coordinato dal governo in collaborazione con il movimento indigeno. Questo ha permesso la partecipazione di 360 leader indigeni di circa 80 popoli alle negoziazioni, a cui è stato garantito l’accesso agli spazi negoziali, ma il loro potere è rimasto limitato alla rappresentanza e alla consultazione non essendo parte delle delegazioni ufficiali. Non hanno diritto di voto né di parola nelle riunioni, né di partecipare alle riunioni riservate. Nella stessa COP di Belém, secondo l’analisi della coalizione Kick Big Polluters Out, erano presenti complessivamente 1.600 persone accreditate come party overflow associabili alla lobby dei combustibili fossili, più del quadruplo della presenza indigena del Brasile e circa il doppio dell’intera delegazione della Cina. Nel corso di due settimane, 11.519 party e 11.990 party overflow hanno transitato negli spazi della conferenza, in una fitta rete di riunioni formali e informali, revisioni di accordi passati e stipulazione di nuovi documenti. Inoltre, l’incontro di Belém è stato l’occasione per ciascun Paese di presentare lo stato di avanzamento dei propri Contributi Determinati a livello Nazionale (NDC). Gli NDC sono i piani climatici di una nazione: sono obbligatori ogni cinque anni a partire dall’Accordo di Parigi (2015) e servono per rendere conto all’UNFCCC e alle altre Parti di come un Paese sta rispondendo alle sfide di mitigazione e adattamento alla crisi climatica attraverso obiettivi, accordi multilaterali o bilaterali, azioni concrete, strategie, monitoraggio, politiche pubbliche e, se previsti, meccanismi di mercato. Pur non essendo soggetti a sanzioni in caso di mancato rispetto, gli NDC rientrano in un quadro di revisione tecnica e di responsabilità politica e internazionale dei Paesi garantite dall’UNFCCC.

Il documento conclusivo di questa COP, chiamato “Global Mutirão: Uniting humanity in a global mobilization against climate change”, riassume la visione condivisa di 195 paesi, inclusa l’Unione Europea, ed è stato ottenuto tramite il metodo del consenso, il che significa che ogni stato può obiettare i contenuti nel corso della redazione. Negli ultimi giorni della COP30, una coalizione di circa 80 Paesi ha espresso l’urgenza perché la fuoriuscita dai combustibili fossili [tramite una mappa di cammino] fosse menzionata esplicitamente nel documento. Il giorno prima della conclusione, nel corso di una conferenza stampa, la ministra dell’ambiente della Colombia Irene Vélez Torres, insieme ad altri 20 Paesi ha accusato l’UNFCCC di lavorare a un documento vuoto. Il risultato di questa pressione, da una parte pubblica e dall’altra avvenuta attraverso consultazioni private tra i delegati e la presidenza COP, è stata l’inclusione di un riferimento indiretto ad un accordo precedente (il United Arab Emirates Consensus della COP28 a Dubai) in cui l’abbandono del fossile è compreso. Panama, insieme alla Colombia e ad altri Paesi, ha obiettato l’inconsistenza del documento finale nel corso della plenaria conclusiva. “Le persone ci stanno chiedendo di arrivare a un risultato che includa i combustibili fossili” ha affermato la delegata colombiana Daniela Durán González.
Irene Vélez Torres, ministra dell’ambiente della Colombia, annuncia alla stampa la pima Conferenza Internazionale per la Fuoriuscita dal Fossile, nel penultimo giorno della COP.

Infine, il mutirão [che in lingua indigena Tupi-Guarani significa lavoro e sforzo collettivo], ha lasciato molti Paesi insoddisfatti per la mancanza di ambizioni e di strategie concrete, oltre che per l’omissione di concetti chiave. Lo riconosce il presidente della COP30 André Corrêa do Lago nel suo ultimo intervento (“so che vi aspettavate di più”) e la Ministra Silva, la quale mette in guardia con preoccupazione che “l’urgenza dovrebbe parlare più alto di ogni altro interesse”. In assenza di un consenso globale la presidenza brasiliana si è dunque impegnata per la realizzazione nei prossimi undici mesi di due mappe di cammino in vista della prossima conferenza, ospitata dalla Turchia con presidenza australiana nel 2026. Di queste due mappe – autonome e parallele rispetto alle altre risoluzioni vincolanti e basate sul consenso – la prima sarebbe per la transizione dai combustibili fossili, mentre la seconda servirebbe a delineare un piano volto a invertire la deforestazione in collaborazione tra forze politiche, comunità, ONG e privati. Alcuni degli strumenti per rendere concrete queste mappe sono già stati lanciati. Ad esempio, giovedì 20 settembre la coalizione di 20 Paesi sopracitata ha annunciato la Prima Conferenza Internazionale per la Fuoriuscita dal Fossile, una piattaforma intergovernativa e multisettoriale indipendente dall’UNFCCC da tenersi a Santa Marta (Colombia) nel mese di aprile del 2026 con il coordinamento congiunto di Colombia e Paesi Bassi. L’invito alla partecipazione è esteso a tutti i Paesi del mondo. Un altro passo avanti emerso durante la COP ed esplicitato nel documento Mutirão è l’impegno da parte dei Paesi più ricchi di triplicare la finanza di adattamento entro il 2035, il che significa l’aumento di fondi ed investimenti dedicati all’aiuto dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi climatica. Infine, tra gli accordi approvati tramite il Belém Package emergono il Just Transition Mechanism [uno strumento tecnico e finanziario per garantire una transizione equa che non esclusa i soggetti e i paesi più vulnerabili], il Global Implementation Accelerator [per supportare i Paesi nell’attuazione dei loro NDC], la definizione e l’utilizzo di indicatori e parametri per un Global Goal on Adaptation e un Gender Action Plan volto all’empowerment della leadership di donne in zone rurali, giovani, indigeni e afrodiscendenti.
Trasformazioni e contraddizioni
“Quando smetti di considerare gli altri esseri come risorse e inizi a vederli come soggetti, il risultato di questa trasformazione è che non sei più libero come prima di disporre degli altri esseri e questo ha conseguenze su come interagiamo con l’ambiente” (l’antropologo Renzo Taddei in conversazione con Irene Graziosi, Lucy 2024)
Tra gli strumenti più contestati nel corso della COP30 c’è il Fondo per le Foreste Tropicali per Sempre (TFFF), un meccanismo finanziario sviluppato dal Brasile in collaborazione con altri Paesi tropicali per garantire un fondo per la riforestazione basato su investimenti pubblici e privati. Il motivo per cui questo fondo risulta controverso per diverse ONGs, collettivi e attivistə è il fatto che la tutela delle foreste venga capitalizzata. Secondo questa prospettiva, la riforestazione, diventando un asset finanziario, acuirebbe la dipendenza dei Paesi del Sud Globale dai flussi di mercato dei Paesi ricchi, peraltro senza contemplare alcun piano per agire sulle cause strutturali della deforestazione. Il 20% dei fondi sarebbe devoluto direttamente alle comunità indigene, ma questo non è supportato da alcun percorso parallelo per la tutela dei diritti indigeni e per lo sviluppo sociale. Gabriel Mantelli, 33 anni, di LACLIMA, un organo multidisciplinare nato per la comprensione delle politiche climatiche attraverso la lente del diritto, esemplifica bene la tensione contraddittoria nel guardare al TFFF. L’istituto per cui lavora [che ricopre una funzione paradiplomatica all’interno dei negoziati COP] ha una posizione ottimista e vede in questo strumento un “nuovo tipo di soluzione finanziaria, un buon modo per iniziare la conversazione”. D’altra parte, l’approccio personale di Gabriel è decoloniale, ovvero non favorevole a “nessun tipo di soluzione commercializzante per la natura”. Sulla piattaforma di giornalismo indigeno SUMAÚMA, Wajã Xipai scrive: “Il problema è che questo tipo di iniziativa non può essere accettato senza una posizione critica reale da parte delle autorità”.

Per comprendere come le azioni climatiche possano essere influenzate o meno da una visione decoloniale è utile ascoltare e leggere le parole delle persone indigene, come Davi Kopenawa (La caduta del cielo), Francy Baniwa (Umbigo do mundo) e Ailton Krenak (Futuro Ancestrale). L’antropologo brasiliano Renzo Taddei riferisce dei suoi confronti con Kopenawa, leader spirituale Yanomami, e di come questi lo abbiano fatto riflettere sul fatto che “il modo in cui questa società comprende la realtà è problematico in primo luogo, stiamo provando a usare la stessa cornice di pensiero [mindframe] che ha creato il problema per risolvere il problema, e non funziona”. La decolonialità mette in discussione e in crisi l’attuale sistema coloniale a partire dalle basi su cui poggia, si mette in ascolto di cosmovisioni altre, e tra queste visioni c’è anche la possibilità di intendere ciò che non è umano non più come risorsa, ma come un soggetto politico con cui negoziare.
C’è una differenza tra crescita e sviluppo. Lo spiega l’avvocato José Vargas nel corso della presentazione di Pau d’Arco (2025, Ana Aranha per Repórter Brasil), un documentario che lo vede protagonista nella vicenda giudiziaria seguita al massacro di dieci lavoratori senza terra da parte della polizia civile e militare brasiliana nel 2017. José difende chi occupa le terre abbandonate dai grandi latifondisti, terre incolte o accaparrate (land grabbing) dai grileiros con documenti falsi e sostiene che “la colonizzazione si sviluppa al prezzo della distruzione”. C’è una differenza tra chi si appropria della terra per deforestare, trivellare e coltivare in monocultura e chi la occupa, anche a costo della propria vita, per fornire alla propria famiglia una sicurezza alimentare basata su coltivazioni a ciclo stagionale e agroforestazione, ossia quella che viene definita agricoltura familiare. José parla di una “falsa opposizione tra sviluppo economico e conservazione”, perché quello che fa il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra è un’opera di rigenerazione di terre degradate contestuale all’autodeterminazione economica, ed é curioso ritrovare un’affermazione simile nella sala stampa della COP da parte della Deputata del Parlamento Europeo Lídia Pereira: “Sono fermamente convinta che ambiente ed economia non siano opposti, non sono l’uno contro l’altro”. Pereira rispondeva a una domanda di Scomodo sul perché nel dibattito politico riguardo al clima non fosse presente il tema della decrescita contrapposto a quello della crescita, portando come esempio l’eccessivo affidamento dei governi su soluzioni digitali che richiedono la costruzione di data center, i quali necessitano di ulteriore attività mineraria, energia e acqua. Nella risposta la Deputata, consapevole “che non possiamo andare oltre ciò che la Terra può offrirci e donarci”, sostiene che gli elettori non sarebbero disposti a rinunciare al loro tenore di vita nel nome di un’agenda politica e ribadisce che le soluzioni vanno trovate “con le persone e per le persone, non contro le persone”. Sulla questione è intervenuto anche il Commissario Europeo per il Clima Wopke Hoekstra con la seguente risposta: “ciò di cui ha bisogno tutto il mondo—certamente la classe media e ancor più i tantissimi poveri in tutto il mondo—è una crescita economica più sostenibile. Non il tipo di crescita che abbiamo avuto finora, ma una crescita economica più sostenibile e una distribuzione più equa di quanto non sia oggi. Non lasciamoci sedurre dall’illusione che una crescita minore possa davvero aiutare coloro che sono più bisognosi”.
“There is no climate justice without human rights!“, protesta nei corridoi la Blue Zone della COP30 organizzata da International Federation of Human Rights.

Alla domanda sul perché non ci sia una questione aperta sulla demilitarizzazione invece che sul riarmo, con riferimento indiretto al programma di investimento in sicurezza ReArm Europe, sia il Commissario europeo sia la Deputata non hanno risposto. I report nazionali sulle emissioni di carbonio delle attività militari sono stati omessi dai calcoli dell’impatto umano sull’atmosfera a partire dal 1997 con il Protocollo di Kyoto e fino all’Accordo di Parigi del 2015, per questioni di sicurezza e su pressione degli Stati Uniti. Poi, dal 2015, questi dati sono rilasciati su base volontaria, ma “solo una manciata di Paesi pubblica anche solo il minimo indispensabile richiesto dalle linee guida delle Nazioni Unite”, “molti Paesi con grandi eserciti non pubblicano nulla” (Doug Weir, The Guardian). Secondo le stime del Conflict and Environment Observatory, se le emissioni militari globali fossero un Paese sarebbe il quarto più inquinante al mondo. Per questo Adrian Salazar, 39 anni, protesta insieme alle attivistə di Grassroots Global Justice Alliance lungo i corridoi della Blue Zone. L’inquinamento militare è fuori dal quadro, al momento l’industria bellica sembra infatti intoccabile, mentre “la demilitarizzazione deve essere parte del discorso sulla crisi climatica” (Adrian). Al termine dell’ultima plenaria della COP30, quando i rappresentanti dei Paesi se ne sono quasi tutti andati, mentre “fuori da questa stanza milioni di persone stanno guardando il multilateralismo cadere a pezzi”, la Women and Gender Constituency [uno dei nove gruppi di portatori di interesse ufficialmente riconosciuti dall’UNFCCC] nella sua dichiarazione alla presidenza si oppone “all’estrattivismo, alla militarizzazione e al finanziamento della distruzione che sta minacciando le persone e il pianeta”. Il giorno prima della conclusione della COP, la stessa stanza era riempita da giovani attivistə riunite da tutto il mondo per la People’s Plenary. Dal palco, Zarha Al-Hilali, che si definisce “orgogliosa eco-femminista Palestinese e Irachena”, prende la parola per tradurre dall’arabo la dichiarazione dell’attivista palestinese Tareg Mustafa e riportare l’attenzione sul genocidio del popolo palestinese. “Le stesse istituzioni che predicano la resilienza stanno finanziando armi che uccidono la nostra gente”. L’esortazione é di “smantellare il sistema che trae profitto dai morti”, perché “il mondo spende ogni anno 2,7 trilioni di dollari in guerra, mentre la finanza climatica fatica ad arrivare ad un decimo di questa spesa” (Tareg Mustafa e Zarha Al-Hilali).


Poco fuori e molto lontano dalla COP
La People’s Plenary riassume la tensione che esiste tra le decisioni prese durante la COP e quello che accade fuori, nel mondo dove le persone vivono. Non solo chi sceglie la strada dell’attivismo militante, ma tutte le persone che hanno sviluppato (e stanno continuando a sviluppare) una sensibilità alla questione climatica si stanno già adoperando, se hanno la possibilità e le condizioni di farlo, verso un percorso di adattamento e mitigazione, sia esso tramite scelte personali, familiari, collettive o politiche. Come riassume bene la presidente della COP Ana Toni “nessuno sta aspettando le negoziazioni” e le 70.000 persone che hanno partecipato sabato 15 novembre alla Marcia per il Clima a Belém ne sono l’evidenza. La manifestazione é stata organizzata dalla Cúpula dos Povos [come parte di un processo di mobilitazione nazionale e internazionale durato più di due anni] e ha riunito migliaia di movimenti sociali in un lungo cammino sotto il sole amazzonico, insieme ad attivistə e popoli indigeni. Tra i gruppi in marcia c’è la Caravana Mesoamericana pelo Clima e pela Vida, un collettivo indigeno nato da una assemblea anti COP nel 2024 e arrivato a Belém attraversando Abya Yala con i mezzi pubblici. Abya Yala è la denominazione in lingua indigena Kuna della parola eurocentrica America e il loro viaggio dal Messico all’Amazzonia è simbolicamente nel verso contrario rispetto a quello compiuto dai milioni di immigrati che negli ultimi decenni hanno tentato di spostarsi negli Stati Uniti in cerca di migliori condizioni di vita. La carovana è arrivata fino a Belém per smentire la “narrativa completamente coloniale del futuro verde, finanziata attraverso la vita e la morte dei compagni”.
Suraras do tapajós, gruppo di mulheres indígenas che suonano carimbò all’apertura della Cúpula dos Povos.

Quello che emerge dalla marcia, al di là delle rivendicazioni dei singoli movimenti, è l’idea di “globalizzazione” e “internazionalizzazione” della lotta. “Benvenuta lotta!” grida la Ministra Silva alla folla. La stessa lotta nata originariamente come moto di contrasto allo strapotere delle multinazionali [e che nel 1999 a Seattle ha visto la sua prima mobilitazione di massa, con 40.000 persone contro la conferenza ministeriale della World Trade Organization], ventisei anni dopo si sta appropriando della medesima logica di diffusione capillare nei territori. Questa volta senza un potere centrale, ma piuttosto con in testa l’immagine delle micorrize nel sottosuolo del bosco. “Fare di ogni territorio una trincea di lotta internazionale” si legge nella Declaracao Final dela Cúpula dos Povos, consegnato alla presidenza COP domenica 16 novembre, cinque giorni prima della fine prevista dei lavori, e con l’obiettivo di portare negli spazi negoziali la voce dei movimenti. Nel documento viene riassunta la visione comune a cui è approdata la Cúpula dos Povos in due anni di convergenza e dialogo tra movimenti diversi, dai pescatori agli agricoltori senza terra, dai leader indigeni ai collettivi studenteschi. Con una visione del mondo orientata verso l'”internazionalismo popolare” fatto di scambi di conoscenze e saperi, denunciano, tra le cose, come “l’espansione delle fonti di produzione energetica ha finito per configurarsi a sua volta come un nuovo spazio di accumulazione di capitale”. Propongono partecipazione nei processi decisionali, una riforma agraria popolare, la fine delle esplorazioni fossili, maggiori politiche pubbliche e finanziamenti climatici trasparenti, ad accesso democratico e partecipativo. Nella stessa occasione viene letta la Carta dell’infanzia, scritta in collaborazione tra bambini e adolescenti per portare l’attenzione sulle future generazioni. “Gli adulti devono fare la loro parte, perché noi stiamo facendo la nostra” leggono dal palco, chiedendo partecipazione nelle decisioni politiche. Come spiega Gabriela Costa, 29 anni, educatrice e attivista nella città di Altamira, i bambini “sono soggetti di diritto e sono parte della società”, sono consapevoli di quello di cui hanno bisogno e di quello che sta succedendo, ma necessitano di contesti sociali e comunicativi in cui la loro visione possa essere ascoltata e compresa per generare trasformazioni significative.
Altamira, nella regione Volta Grande di Xingiu dello stato di Parà, è secondo la giornalista Eliane Brum la “cittá più violenta del Brasile”, con un tasso di suicidi giovanili quasi triplo rispetto al resto del Brasile nel 2020 (fonte: El Pais, Eliane Brum, Clara Glock; 27 aprile 2020). La compagnia canadese Belo Sun si è insediata nella regione dal 2010 (sotto il secondo governo Lula) per la costruzione della centrale idroelettrica Belo Monte e nel corso degli anni ha espropriato centinaia di famiglie indigene dai loro territori. Ha portato povertà, morte e violenza dove prima c’erano abbondanza e pratiche ancestrali e ha soffocato in una monumentale morsa di cemento il fiume, con i suoi abitanti umani e più che umani. A Volta Grande – così come in molte regioni del Brasile – viene prodotta energia pulita, e allo stesso tempo “se poteste mettere un filtro per il sangue nelle centrali idroelettriche di Tucuruí, Balbina, Belo Monte, Santo Antônio e Jirau, questo si intopperebbe” (Ailton Krenak, Futuro Ancestrale). I leader del popolo Juruna avvertono che la devastazione ambientale iniziata da Belo Sun quindici anni fa sta proseguendo con l’avviamento di una miniera per l’estrazione di oro negli stessi territori. Il governo brasiliano ha già dato la licenza alla compagnia, la quale sta procedendo con l’esplosione di bombe senza la consulta dei popoli indigeni.
Nello stesso stato che ospita la COP è in corso un saccheggio incostituzionale della terra, “che esclude tutti dal processo decisionale” (Bel Juruna). Nel giornale SUMAÚMA, fondato da Eliane Brum in collaborazione con giornalisti-foresta, Wajã Xipai scrive: “Quando l’attività mineraria contamina un fiume, invadendone il corso d’acqua, si tratta di un’invasione. Quando il mercurio colpisce i pesci, invadendone l’organismo, si tratta di un’invasione. E noi mangiamo questi pesci. In questo preciso momento, ci deve essere sicuramente una certa quantità di mercurio nel mio corpo. Questa è un’invasione. Ciò che è accaduto nella Zona Blu non è stata un’invasione. È stato il grido di qualcuno che viene invaso ogni giorno”. Wajã Xipai si riferisce all’occupazione della sede COP guidata da popolo Munduruku nella settimana di apertura e mette in luce le contraddizioni di un processo che si dichiara inclusivo, ma il cui potere decisionale nella pratica risiede nelle stesse mani di chi può autorizzare attività minerarie ed esplorazioni di combustibili fossili a danno delle popolazioni locali e della terra, o revocare la tutela di un parco nazionale per attività minerarie. Come denuncia la leader Munduruku Alessandra Korap al telegiornale, quello che sta accadendo è “usare la nostra immagine per dire che è sostenibile”.

Dal 1992 la costituzione brasiliana riconosce l’esistenza e il diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni, alla COP16 del 2010 a Cancun (Messico) “la partecipazione indigena era praticamente nulla” (Federico Cruz), nel 2025 a Belém 360 indigeni erano negli spazi decisionali della COP, ma senza voce. Come racconta Natalia Mapuá, 26 anni, attivista indigena laureata in diritto: “Indipendentemente dalle credenziali che furono distribuite e da come furono distribuite, questo è un momento chiave perché i popoli indigeni collochino i propri corpi e i propri diritti [nella scena, ndr], indirizzando l’attenzione verso quello che sta succedendo nei loro territori”. Per questo, Natalia anticipa che è in previsione per il prossimo anno un programma di formazione per giovani negoziatori indigeni in vista delle prossime COP. Perché collocarsi sulla soglia di due mondi [la foresta e il mondo dei bianchi] è un’attività logorante per chi, come Txai Surui (leader ventottenne del popolo Paiter Suru) e tante altre attiviste indigene, ha una posizione di visibilità e cerca di comprendere come districarsi tra linguaggi burocratici e protocolli all’interno di spazi che “non riescono a comprendere il mio stile di vita, o addirittura la mia realtà” (Txai Surui).
Per molti indigeni la COP rappresenta la prima esperienza in un contesto internazionale globalizzato. C’è chi, come Aldair Carvalho (32, Popolo Mura), sta trascrivendo in forma di diario il viaggio dalla sua aldeja [villaggio] nella prefettura di Autazes (stato di Amazonia) a Belém, con lo scopo di mantenere una traccia di questo momento storico da lasciare alle future generazioni. Per Aldair, che non può accedere alla Blue Zone, questa è un occasione per apprendere, formarsi, confrontarsi con chi sta affrontando situazioni simili alla sua, riportare ad Autazes questa esperienza e condividerla con il resto delle aldeje Mura. Nel suo territorio, ancora in fase di demarcazione ufficiale da parte del governo federale, la compagnia canadese Potassio do Brasil ha spaccato le quaranta aldeje Mura in due fronti opposti: cinque si oppongono alla realizzazione della miniera di potassio, mentre 32 sono giunte ad un accordo con la multinazionale (fonte: Associação Nacional de Ação Indigenista). Lo scambio tra azienda e popolo Mura consiste nel permettere le attività estrattive in cambio di un “Plano Bem Viver Mura”, ovvero un progetto di sviluppo sostenibile in cui parte dei profitti verrebbero indirizzati verso “iniziative di sviluppo sociale e culturale per le aldeje indigene” (fonte: Potassio do Brasil). Secondo una fonte Mura circa il 2% degli incassi della multinazionale andrebbe direttamente al popolo. Come spiega Ewerthon Mic (44) del Consiglio Indigeno Mura, l’azienda arriva dove la municipalità cittadina non ha le risorse per fare altrettanto. Il popolo Mura è segnato dalla proliferazione dell’utilizzo di crack tra giovani e adulti, dal narcotraffico e dall’inquinamento delle acque causato dagli allevamenti bovini. Non possono più vivere di pesca e caccia, il loro è un popolo impoverito e qualsiasi supporto, anche da parte di chi ha intenzione di trivellare un territorio ancestrale, può essere accettato purchè metta fine alla loro agonia. “Questo dolore è solo nostro” (Ewerthon). In contesti come questi, accade spesso che la Consulta Prévia, Livre e Informada [il diritto dei popoli indigeni di essere consultati in merito ad una decisione di natura amministrativa o legislativa che ha un un impatto il loro territorio] non rispetti un iter adeguato e ometta delle informazioni necessarie per la comprensione dell’impatto ambientale di un’opera.
Il problema è strutturale
Sia la dichiarazione della Cúpula dos Povos sia il documento conclusivo del Just Transition Work Programme [un documento informale con cui la COP orienta le politiche climatiche nazionali e internazionali] rafforzano l’importanza del diritto alla Consulta Prévia, Libre e Informada prima di qualsiasi azione intrapresa da aziende private su territori ancestrali. Ma perché questi propositi siano efficaci, la questione va affrontata in modo più profondo e strutturale. Non tutti i territori sono indigeni, non tutte le attività fossili, estrattive, di agrobusiness o di deforestazione sono illegali, ma ugualmente la biodiversità e il pianeta ne risentono. Come riferisce la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Elisa Morgera rispondendo ad una protesta davanti ai cancelli militarizzati della COP, l’utilizzo senza freni del fossile è contro la legge internazionale, in quanto minaccia la salute umana ed è quindi un “imperativo di diritto umano defossilizzare le nostre economie, il nostro sistema di conoscenze e i nostri processi politici” (Morgera). La crisi climatica abbraccia infatti ogni aspetto della vita sulla terra, perchè fondata su una serie di ingiustizie accumulate nel corso dei secoli che stanno emergendo e rivelando le loro interconnessioni. E a proposito di giustizia, Gabriele Mantelli (LACLIMA) sottolinea il fatto che si sta espandendo il vocabolario che le persone possono utilizzare per le loro lotte contro aziende private e governi. Nuove terminologie emergono a fianco di nuovi diritti e i contenziosi climatici sono ora supportati da una vasta conoscenza legislativa e una molteplicità di casi studio.
La Relatrice speciale delle Nazioni Unite su diritti umani e cambiamento climatici Elisa Morgera risponde ad una manifestazione di attiviste davanti alla sede della COP30.
Parallelamente, esercitare una pressione costante su chi ha posizioni di potere è fondamentale per chi sta portando avanti lotte climatiche. Se infatti, da una parte, ci sono persone che stanno “dando la propria vita per la difesa della vita” (Dianx Cantarey, 31 anni, Debt for Climate) dall’altra la “seconda linea del fronte”, come la chiama Eliane Brum, è nel Nord Globale, dove “le imprese hanno i loro mondi finanziari” (Eliane Brum). È infatti la finanza climatica e la finanza di adattamento ad essere una delle grandi questioni aperte del dibattito politico globale. Lo stesso segretario esecutivo dell’UNFCCC riconosce come la finanza climatica sia la “linfa vitale” (lifeblood) dell’azione per il clima e nel suo discorso conclusivo esorta le nazioni a “potenziare la finanza pubblica, attraverso sovvenzioni [grants], risorse agevolate e strumenti che non creano debito”. Negli stessi giorni, i corridoi della Blue Zone della COP si popolano di attivistə con cartelli sui quali é scritto: “Chiediamo subito sovvenzioni pubbliche basate sul finanziamento per l’adattamento”; “Sovvenzioni, non prestiti”; “Proprietà pubblica, non violazione di proprietà privata”.

Grazie a campagne come quella del movimento Debt for Climate, ma anche alle dichiarazioni di figure come Papa Francesco, negli ultimi anni sono state visibilizzate le catene del debito pubblico — spesso considerato illegittimo — che impediscono ai Paesi del Sud di emanciparsi dal Nord globale. L’illegittimità di questo debito è legata al fatto che le “risorse naturali” del Sud del mondo sono state storicamente estratte dai Paesi più ricchi senza l’applicazione di un prezzo equo e senza considerare i costi ambientali e sociali di questo sfruttamento. Quando un grande creditore — come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale o un investitore privato — concede un prestito a un Paese del Sud globale, quest’ultimo deve accettarne anche le condizioni, le quali possono influenzare direttamente le scelte politiche del governo. Inoltre, l’obbligo di restituire il debito con gli interessi costringe i governi a sfruttare ulteriormente i propri territori (ricchi di fonti fossili e metalli) per ottenere guadagni immediati, rinunciando spesso a investire in politiche pubbliche come sanità e istruzione. Questo meccanismo genera situazioni paradossali. Come spiega Jana, 27 anni, di Debt for Climate: “I principali Paesi esportatori di petrolio hanno anche alcuni dei tassi di povertà energetica più alti, il che è assurdo. Perché un Paese come l’Angola, che esporta molto petrolio, ha così tante persone senza elettricità?”. Un ulteriore elemento critico riguarda l’accesso alla tecnologia: in molti settori é il Nord globale a detenerlo, costringendo il Sud globale a importare beni a un prezzo maggiorato, poiché non dispone delle infrastrutture necessarie per trasformare materiali grezzi in prodotti finiti. La cancellazione del debito dei Paesi del Sud globale sarebbe il primo passo per sanare questa disuguaglianza, non solo per Debt for Climate, ma anche secondo altri movimenti sociali e studi accademici. Tale cancellazione incondizionata è inoltre inserita all’interno di una strategia globale più ampia, che vede la decrescita del Nord globale [la riduzione pianificata di produzione e consumo] accadere simultaneamente con quello che viene chiamato delinking (disconnessione). Con questo termine si intende, con le parole dell’antropologo Jason Hickel: “il processo attraverso il quale le economie del Sud globale possono ridurre la loro dipendenza dal capitale imperialista, aumentare la sovranità economica e organizzare la produzione attorno ai bisogni umani e allo sviluppo nazionale, includendo – come altri hanno aggiunto – il processo di pianificazione ecologica” (fonte: degrowth.org). In questo quadro la finanza climatica rivestirebbe quel ruolo di “linfa vitale” invocato da Simon Stiell. Come riferisce Steve Vict, Ministro dell’Agricoltura di Palau nel suo statement alla COP30: “Siamo costretti a mobilitare una quota sempre maggiore delle nostre risorse nazionali per l’adattamento [climatico] in patria. Questo sta aggravando il nostro debito e distogliendo fondi da altre priorità cruciali. Per questo motivo chiediamo continuamente finanziamenti basati su sovvenzioni [grant-based finance]”.

Ad una delle conferenze stampa colleterali alla COP, in una delle slide di presentazione di AIDESEP (Associazione interetnica per lo Sviluppo della Foresta Peruviana che rappresenta quasi 2.500 comunità indigena) si legge la seguente dichiarazione in merito ai finanziamenti per la salvaguardia delle foreste: “Per accedere ai fondi non dovrebbe essere richiesta la piena maturità istituzionale: è essenziale un sistema progressivo basato sulla fiducia e sul rafforzamento istituzionale”. Le comunità indigene chiedono finanziamenti diretti, senza intermediari: una finanza basata su sovvenzioni e sulla fiducia di come il denaro verrà speso, a differenza di una finanza basata sui prestiti che genera debiti e interessi. Per esempio Jose Murayari Cordova, vicepresidente di una organizzazione locale collegata ad AIDESEP chiamata ORPIO, spiega che per il monitoraggio del disboscamento viaggia attraverso l’Amazzonia peruviana allo scopo di organizzare e facilitare assemblee per l’elezione di vigilanti forestali nelle comunità indigene. Le assemblee generalmente hanno una durata di cinque giorni, ma se avessero maggior fondi potrebbero estenderle ad un mese, rafforzando così il processo di selezione di chi monitora la foresta e fornendo tecnologia e formazione adeguata. ORPIO indaga su quali sono gli scopi della deforestazione e fornisce informazioni alle autorità competenti, grazie ad un processo collettivo e di rafforzamento delle comunità che integra il conoscimento ancestrale della foresta a nuove tecnologie.
Lo sguardo indigeno sul mondo è prezioso nella definizione di un’agenda climatica. Basti pensare a come le canzoni Tikmũ’ũn del popolo Maxakali tengono memoria di specie animali e vegetali estinte. Grazie a questo inventario di biodiversità immateriale tramandato attraverso le generazioni e alla collaborazione con gli spiriti guida Yãmĩyxop e un gruppo di ricerca universitaria, i Maxakali stanno rigenerando ettari di Foresta Atlantica distrutta (fonte: Mongabay). Un altro esempio è Pamela Condori Bernal, 25 anni, indigena quechua, ecofemminista, artivista, migrante climatica residente a El Alto (città segnata dalla violenza sorta dalla periferia di La Paz) e studente universitaria di Biologia ed Ecologia Ambientale. Il suo progetto è quello di studiare la scienza per proteggere i luoghi degradati dove abita la sua comunità originaria. Ha appreso che i macroinvertebrati acquatici sono indicatori della contaminazione dell’acqua e desidera educare al riconoscimento di questi animali “per capire cosa sta succedendo nel fiume”. Nel frattempo Pamela insegna gratuitamente per un progetto di educazione popolare a La Paz (Juventud Proactiva por la Amazonía) e fornisce a ragazzi e ragazze uno sguardo interdisciplinare, legando tra loro economia, diritto riproduttivo e sessuale, attivismo e divulgazione scientifica.


Conclusioni (oltre la COP)
Lo strumento COP è complesso e delicato ed evidentemente non può contenere tutte le risposte per affrontare la crisi planetaria in corso. È solo una delle molteplici vie e, al momento, l’unica cornice di senso all’interno della quale i rappresentanti di 195 Paesi si confrontano su un tema comune. I documenti che escono da questa conferenza hanno il valore di una visione politicamente condivisa, forniscono strumenti e linee guida, ma spetta ai singoli governi la responsabilità di internalizzare queste decisioni nelle politiche pubbliche. Lo afferma Thaynah Gutierrez, 26 anni, attivista e assessora, nel corso di un panel dedicato a razza, genere e clima presso il Center for Climate Crime Analysis temporaneamente attivato a Belém. Thaynah parla nella settimana conclusiva della conferenza e si augura per il futuro un’articolazione più comunitaria, partecipativa e territoriale delle negoziazioni internazionali. Altrimenti, “forse, la principale decisione che si potrebbe ottenere da questa COP è di far crollare questo spazio e costruirne uno nuovo” (Thaynah). Sono le innumerevoli pratiche esercitate negli spazi fuori dalla conferenza che possono nutrire questo processo decisionale, pur nella consapevolezza che “non si può decolonizzare tutto” (Dianx). Oltre all’agricoltura familiare e all’educazione popolare già citate e alle politiche pubbliche per la gestione dei beni comuni, altri esempi pratici di cammini già in corso possono essere le Auditorie Cidadã à Divida (Revisioni civiche del debito) e il basic universal income (reddito di base universale). Attraverso le auditorie la revisione del debito cittadino diventa un processo popolare collettivo, con cui è possibile individuare eventuali debiti illegittimi e far emergere “considerazioni di giustizia sociale” (fonte: Auditoria Cidada). Per quanto riguarda il reddito di base universale, oltre ad essere una teoria accademica sono già attivi dei progetti pilota, come quello della ONG di beneficenza Cool Earth che devolve il denaro direttamente e in modo incondizionato alle comunità indigene. I fondi del progetto provengono da donazioni e da finanziamenti umanitari nazionali e internazionali, mentre lo strumento finanziario in sé è stato progettato nel corso di tre anni in collaborazione con le comunità indigene a cui i soldi sarebbero stati destinati, per comprendere quale fosse il modo migliore per la gestione del reddito di base. La soluzione è stata destinare una quota mensile fissa in mano alle madri di ciascuna famiglia.
Per comprendere come funziona la contaminazione reciproca tra la COP e il mondo si può osservare a livello territoriale quello che succede ad una città in cui è ospitata la conferenza. Le prime notizie diffuse dalla stampa su come l’amministrazione del Parà – con i finanziamenti del governo federale – stava modificando l’assetto urbano di Belém riguardavano la deforestazione di un lungo tratto di foresta per la costruzione di una nuova autostrada a quattro corsie. “Il governo di Helder Barbalho ha disboscato una delle aree più densamente boscose dell’area metropolitana, abbattendo migliaia di alberi e violando i diritti delle popolazioni tradizionali che vi abitano” (fonte: SUMAÚMA). Il sito in cui è avvenuta la conferenza è anch’esso di nuova costruzione: un enorme edificio di cemento e vetro sulle spoglie di un vecchio aeroporto e completamente circondato da una recinzione metallica. Sono stati realizzati circa 250 nuovi autobus, in parte elettrici, che nei giorni della conferenza funzionano gratuitamente per chi ha il badge COP. I cittadini di Belém non possono usarli prima della fine dell’evento e spesso gli autobus girano vuoti. Altre opere di manutenzione e ristrutturazione sono state portate avanti nel centro della città, e come conseguenza il quartiere periferico Vila da Barca si è trasformato nel punto di scarico dei liquami dei lavori edili (fonte: SUMAÚMA). Helio, 41 anni, del Centro de Cultura Libertária da Amazônia situato a pochi passi dal porto di Belém, chiama tutto questo “un imbellettamento della città per i gringos”. La COP è energivora, chiama persone da tutto il mondo a riunirsi in un solo luogo e come conseguenza la disponibilità degli alloggi cala drasticamente nei mesi precedenti, mentre i prezzi aumentano. Questo ha un impatto reale sulle negoziazioni climatiche, spiega Katharina, perché “i prezzi più alti impediscono ai governi dei Paesi più poveri di arrivare”, le delegazioni sono dunque più piccole e la loro capacità negoziale è drasticamente ridotta. Sempre secondo Katharina, una delle possibili soluzioni potrebbe essere l’organizzazione di COP in scala regionale, ovvero tramite forme di micro multilateralismo ad impatto più immediato.

Così come in altre questioni riguardanti il clima anche la partecipazione popolare alla COP è un terreno di contraddizioni. Da una parte l’effetto “turismo COP”: impatto sul territorio, gentrificazione, impronte di carbonio e rifiuti di decine di migliaia di persone, mero rito di passaggio per l’attivismo ambientale e “commercializzazione (commodification) della lotta” (Dianx). Dall’altra l’effetto megafono sulla questione climatica prodotto dai media. Radio e televisione brasiliane per settimane non parlano di altro, naturalizzando un tipo di linguaggio che generalmente è assente o superficiale nei media popolari. “Se non fosse stato per l’attivismo sarebbe stato alienante” confessa Paolo Destilo (29 anni, Debt for Climate e United for Climate Justice) che con il suo badge da osservatore riferisce del linguaggio asettico delle negoziazioni e delle stanze grigie e senza finestre in cui si svolgono. Nello stesso tempo, a pochi chilometri, le organizzazioni cittadine di Belém si sono organizzate per inaugurare la Cop do Povo, uno spazio di dibattiti, roda di conversa e fortificazioni di alleanze avviato per la COP con il desiderio di mantenerlo attivo nel tempo. Mentre Leonardo Godoy, insieme alla sua squadra, ha reso possibile la versione latinoamericana del Centre for Climate Crime Analysis, un’associazione no-profit che supporta l’azione climatica tramite le lenti del diritto e dell’analisi dei dati. Mosso dalla sensazione di sentirsi solo durante le sue prime COP, Leonardo ha pensato alla realizzazione di un posto sicuro dove le persone possono andare nel corso di due settimane per lavorare, guardare documentari, ascoltare progetti e soprattutto avere la possibilità di interagire direttamente con chi ha un ruolo attivo nelle lotte climatiche e in alcuni casi ha voce e potere negli spazi negoziali.
Marie-Kelle de Cannart, con violino e versi di balene, all’apertura del panel “Apocalypse in the Amazon” organizzato da The EXTREME Hangout al Parque da Residência.

Da Belém, infine, ritornare al punto di partenza, alla Yaku Mama, la Flotilla Amazzonica che trasporta le difensore della terra e viaggia al ritmo delle acque. Leggere le loro richieste indirizzate alla COP. Apprendere che le giovani attiviste chiedono che le conoscenze e le pratiche ancestrali dei loro popoli, “scienza applicata che abbraccia migliaia di anni”, siano integrate nelle politiche climatiche perchè il futuro è ancestrale. Non solo, ma tra le richieste c´è “il riconoscimento dei territori come esseri viventi con diritti”, da “tradursi in una tutela giuridica efficace e vincolante”. Come sta già succedendo in alcune parti del mondo. In Ecuador i diritti della natura sono inseriti nella costituzione, in altri Paesi leggi e sentenze sono state applicate e stanno avendo i loro effetti. Se una foresta di mangrovie detiene il “diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e rigenerazione dei suoi cicli vitali, strutture, funzioni e processi evolutivi” (articolo 71 della Costituzione dell’Ecuador) allora può portare in tribunale l’espansione dell’acquacoltura di gamberetti. Nel mondo in cui viviamo la giustizia, come dice l’avvocato e difendore dei lavoratori rurali senza terra Josè Vargas, “è un’utopia importante che serve per muovere le cose in avanti e costruire nuove narrazioni e nuovi sogni”.
Los Cedros Cloud Forest
Una canzone composta in collaborazione tra la foresta Los Cedros (Ecuador), il musicista Cosmo Sheldrake, lo scrittore Robert Macfarlane, la micologa Giuliana Furci e César Rodríguez-Garavito, giurista per i diritti più che umani. É il primo tentativo legale di riconoscere il diritto morale d’autore di un ecosistema nella co-creazione di un’opera d’arte.
Le fotografie che compaiono in questo articolo ci sono state gentilmente concesse e donate dalle tante persone che abbiamo incontrato in quei giorni
Reportage a cura di

Leonardo Caldana
Redattore
