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Servono controlli psicologici periodici per le forze dell’ordine

Gli unici controlli obbligatori vengono fatti in fase di ammissione, poi più nulla. Una mancanza che mette in pericolo sia le forze dell’ordine, sia l’intera cittadinanza.

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In Italia le forze dell’ordine non hanno l’obbligo di sottoporsi a controlli psicologici periodici. Per quanto non ci sia una grande trasparenza sul tema, diversi studi e testimonianze mostrano come questa categoria sia più esposta al rischio di sviluppare traumi o disturbi psicologici, anche a causa di un ambiente lavorativo maschilista e poco attento. Tutto ciò costituisce ovviamente un pericolo non soltanto per i membri delle forze dell’ordine, ma per l’intera cittadinanza.

Suicidi e PTSD

Nel 2023 si sono uccisi 33 appartenenti alle forze dell’ordine, 24 dei quali con l’arma da fuoco di ordinanza. Il tema della salute mentale di questa categoria di dipendenti statali nonostante ciò non riceve particolare attenzione da organismi interni alle organizzazioni ed è molto difficile – per via della mancanza e dell’inaccessibilità dei dati – da indagare dall’esterno. 

Pochi giorni fa è stata depositata una proposta di legge per l’istituzione di una commissione d’inchiesta per indagare su questi suicidi dalla deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari, in seguito a un interessamento del sindacato dei Carabinieri UNARMA. Se dovesse venire approvata si occuperebbe sia di raccogliere e analizzare dati sia di proporre misure di prevenzione e supporto alle famiglie delle vittime.

Uno studio del 2020 condotto da ricercatori dell’Università di Oxford e dell’University College di Londra utilizzando dati raccolti tra il 1980 e il 2019 in Europa, Nord America, Australia ha dimostrato che l’8,5% dei poliziotti ha pensieri suicidi (contro il 3,3% della popolazione generale secondo Occupational and Environmental Medicine), e il 14,2% rientra nei criteri diagnostici per il disturbo post-traumatico da stress (più del triplo del dato relativo alla popolazione generale).

Proprio riguardo al tema specifico del disturbo post-traumatico da stress, i dati e le informative ufficiali da parte delle Forze dell’ordine scarseggiano. Inoltre, nonostante le numerose richieste di chiarimento da parte nostra agli organi ed alle associazioni competenti, non abbiamo ottenuto nessuna risposta. Uno degli articoli più completi risale al 2005 e si trova nell’archivio del sito dell’arma dei carabinieri. Parte di queste informazioni si possono ritrovare anche in studi più recenti. 

Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) è una forma di disagio mentale che si sviluppa in seguito ad esperienze fortemente traumatiche, e nel caso di operatori delle Forze dell’Ordine come carabinieri e poliziotti si può manifestare in sintomi che evidenziano un’emergenza clinica significativa e la mancanza di condizioni psico-fisiche ottimali per adempiere al proprio ruolo. Il lavoro porta questi soggetti, infatti, ad imbattersi in situazioni gravi ed estreme in cui è necessario avere a che fare con morte, ferimenti e tragedie umane a volte sconvolgenti, che in alcuni casi portano loro stessi a vivere in prima persona situazioni di minaccia. Per quanto studi ci dicano che alcuni operatori dichiarino di non avvertire stress derivato da certi eventi ma, anzi, ne traggano ulteriore motivazione e soddisfazione nell’adempimento dei propri doveri (2),   la risposta a un episodio di tale portata dipende in gran parte dall’entità dell’evento traumatico in cui si è stati coinvolti e dalla disponibilità di risorse psicologiche e fattori individuali preesistenti in un carabiniere o poliziotto. 

L’aggravamento del disturbo, però, sembra dipendere significativamente anche dal mancato ascolto e supporto in ambito familiare, relazionale e soprattutto lavorativo. Proprio un ambiente lavorativo poco attento è un elemento che rientra tra i fattori che influiscono sull’entità della risposta a seguito di un evento critico di servizio (ECS) o “critical incident”, che generalmente porta un operatore a soffrire di stress traumatico nel breve o lungo termine. In un’intervista del 2022 rilasciata a Fanpage, il dottor Marco Strano, Direttore del Dipartimento di Psicologia Militare e di Polizia di UNARMA e Presidente di Italian Thin Blue Line, ha sottolineato come l’ambiente di lavoro delle forze dell’ordine renda più difficile ai suoi membri chiedere aiuto. A proposito dei servizi interni di supporto psicologico, Strano ha dichiarato «Ho fatto per anni quel lavoro, e nessuno si è mai rivolto a me. Quei servizi sono stati concepiti non con l’intento di offrire un sostegno, bensì di individuare i soggetti più fragili e allontanarli. Il risultato? Che carabinieri e poliziotti preferiscono convivere con i loro problemi piuttosto che rischiare di perdere il lavoro».

Sottostimare esperienze potenzialmente traumatiche, non cercare il dialogo nell’ambiente di lavoro, non fare prevenzione e informazione riguardo questi temi, sovraccaricare gli operatori di ulteriori responsabilità senza preoccuparsi del potenziale di stress che porterebbero, sono tutti elementi che possono causare col tempo danni permanenti alla persona. Una criticità che, dunque, in origine avrebbe potuto risolversi con un intervento immediato, sarebbe portata ad aggravarsi e richiedere in futuro più sforzi e tempo del previsto. 

Gli operatori che ne accusano il colpo non riescono ad affrontare il trauma (coping), elaborarlo, accettarlo e trarne un’occasione di consapevolezza e arricchimento personale, o sembrano risolverlo subito per poi risponderne realmente mesi o anni dopo. In questo caso sorgono i sintomi veri e propri del PTSD che prima erano soltanto in germe, quali: la riesperienza dell’evento (tramite ricordi intrusivi, flashback dissociativi, incubi e allucinazioni), l’evitamento sistematico di luoghi, persone, attività e conversazioni che possano ricondurre al trauma, e riduzione di sentimenti di vicinanza e affettività verso gli altri – dunque un calo generale della reattività a stimoli esterni – ma allo stesso tempo irritabilità o scoppi di collera, ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme, che mettono poi a rischio, in certi casi, l’incolumità dei cittadini.

Burn-out

Un altro elemento importante quando si parla di salute mentale sul posto di lavoro è il burnout. Si tratta di una sindrome legata allo stress da lavoro e può portare il soggetto alla manifestazione di sintomi psicologici negativi, quali depressione e suicidio. Uno studio di Mayhew del 2001 sostiene che gli indicatori del burnout di un poliziotto comprendono: assenteismo, irritabilità, difficoltà nella concentrazione, insonnia, senso di fatica generalizzato e un insieme di sintomi psicosomatici.

Il burnout, comune nelle professioni di aiuto, si manifesta con esaurimento emotivo, depersonalizzazione (atteggiamento distante con gli utenti) e ridotta realizzazione professionale. Sebbene siano stati condotti numerosi studi sul burnout in altre professioni, le indagini sui poliziotti sono limitate e non molto recenti Tuttavia, una ricerca di Kop, Euwema e Schaufeli del 1999, effettuata su un campione di poliziotti olandese, suggerisce una forte correlazione tra esaurimento emotivo, depersonalizzazione e un declino del benessere nei confronti dei cittadini e della direzione. Essi riscontrano che nei poliziotti l’esaurimento emotivo è moderatamente basso, mentre la depersonalizzazione e la realizzazione personale sono quasi paragonabili a quelli ravvisati in altri lavoratori «a rischio», come i medici. 

I ricercatori attribuiscono ciò a vari fattori, tra cui la percezione meno stressante rispetto all’immaginario dell’opinione pubblica del lavoro in polizia, la selezione basata sulla resistenza allo stress e la cultura poliziesca che incoraggia la conformità al ruolo di genere maschile e, quindi, incoraggia l’occultamento dei problemi emotivi. Quindi, questa mancata differenza tra poliziotti e altre categorie lavorative sarebbe dovuta alle risposte falsate ai questionari date dai poliziotti che non vogliono ammettere i propri problemi emotivi. A proposito di questo fattore, è importante sottolineare che uno studio della Lancaster University ha confermato che gli agenti di polizia vivono in una cultura “machista” che scoraggia le persone dal discutere apertamente delle loro preoccupazioni e paure, perché farlo le fa apparire deboli e potenzialmente mina la loro affidabilità negli occhi dei colleghi. Pertanto, la cultura maschilista è una barriera alla ricerca di sostegno e porta a un peggioramento della salute mentale. 

Inoltre, la ricerca di Kop, Euwema e Schaufedeli evidenzia una relazione tra burnout e l’uso della violenza, con comportamenti violenti più probabili tra i poliziotti con atteggiamenti cinici e distaccati. Lo stesso studio sottolinea come anche il genere sia un fattore da considerare, con gli uomini che sono più violenti delle donne.

La mancanza di controlli

Nonostante la riscontrata pericolosità per la salute mentale dell’attività di tutela dell’ordine pubblico non è previsto in Italia che chi se ne occupa sia sottoposto periodicamente a controlli psicofisici. Un decreto del 1985, infatti, determina che possa essere sottoposto a controlli, ma non stabilisce alcuna forma di obbligatorietà o periodicità. Una volta superato il concorso per entrare nella polizia di stato o nell’arma dei carabinieri, che si compone di questionari, produzione di testi, prove pratiche e colloqui con psicologi, quindi, la maggior parte di queste persone non verrà mai sottoposta a nuove verifiche.

Questa situazione è stata più volte denunciata da diversi sindacati di categoria, in particolare in seguito a suicidi o omicidi-suicidi: già nel 2008 l’Associazione nazionale funzionari di polizia aveva invocato maggiori controlli e maggiore supporto psicologico, auspicando anche l’assunzione di un grande numero di psicologi per assegnarne uno a ogni questura. Nel 2019 il segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo ha dichiarato «inaccettabile il fatto che un agente, nel corso della sua vita lavorativa, tolte le visite mediche e psicologiche fatte all’atto dell’arruolamento, nel corso degli anni non venga più sottoposto a nessun controllo per accertarne l’integrità psichica», proponendo controlli ogni tre anni perché «forse così qualche vita in più si potrebbe anche cambiare».

Il problema dell’assenza di controlli periodici sullo stato di salute fisica e mentale dei membri delle forze dell’ordine non è solamente una questione di non considerazione della salute psicofisica di tali operatori, ma rappresenta una criticità che incide direttamente sulla sicurezza generale. Questa problematica acquisisce maggiore rilevanza in considerazione dell’approvazione dell’ultimo pacchetto sicurezza da parte del Consiglio dei ministri, il quale concede agli agenti delle forze dell’ordine la possibilità di detenere un’arma da fuoco privata, diversa da quella di ordinanza, senza la necessità di ulteriori licenze. Questa norma, molto attesa nel settore, risponde alle richieste sindacali e alle proposte di Fratelli d’Italia per superare le implicazioni negative legate alla detenzione di un’arma senza licenza.

Il pacchetto sicurezza non contempla un meccanismo di controllo obbligatorio annuale, né di tipo psicologico né di tipo clinico tossicologico, per i membri delle forze dell’ordine. La mancanza di un sistema di monitoraggio regolare solleva preoccupazioni riguardo alla salute mentale degli agenti e alla potenziale minaccia che la detenzione di armi da fuoco private potrebbe rappresentare senza adeguati controlli preventivi. Come è stato sottolineato da alcuni commentatori, l’assenza di una normativa che imponga tali verifiche annuali crea un vuoto che potrebbe compromettere la sicurezza pubblica, richiamando l’attenzione sulla necessità di introdurre misure adeguate a garantire la salute mentale e fisica di coloro che sono incaricati di far rispettare la legge.

Un’altra problematica è rappresentata dal fatto che in Italia non abbiamo dei dati statistici sui reati commessi dalle forze dell’ordine: queste statistiche sono difficili da ottenere anche perché possono essere limitate da diversi fattori, tra cui la sottosegnalazione e la mancanza di sistemi di monitoraggio efficaci. Inoltre, molte organizzazioni di polizia potrebbero essere riluttanti a rendere pubblici dati che potrebbero influenzare negativamente la percezione pubblica o la fiducia nelle istituzioni di sicurezza.

Un osservatorio dedicato ai reati commessi dalle forze dell’ordine non solo fungerebbe da strumento di responsabilizzazione, ma svolgerebbe un ruolo chiave nella promozione della trasparenza. La registrazione accurata e accessibile dei reati potrebbe contribuire a creare un ambiente in cui le questioni legate alla salute mentale sono affrontate apertamente e tempestivamente.

di Beatrice Baragli (Beatrice Baragli),Virginia Platini (Virginia Platini),Lorenzo (Lorenzo Santagata)

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