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Contro Acea: la lotta di una comunità per il Lago di Bracciano

Nel 2017, durante l’ennesima emergenza idrica romana, la multiutility capitolina sfruttò indiscriminatamente la riserva lacuale. La storia di come un piccolo comitato è riuscito a salvare un paradiso ecologico dalla sete di una metropoli. E come ciò può aprire nuovi fronti per la difesa legale del territorio

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Siamo sulle rive del Lago di Bracciano, una conca vulcanica dalle acque cristalline, incorniciata da colline boscose e insediamenti che in alcuni casi risalgono al neolitico. C’è così poco inquinamento che d’estate l’aria pullula di libellule. Quel buco nero di smog che è Roma è ad appena un’ora di auto. «Un tempo mi sarei tuffato da qui» dice Francesco Falconi, un avvocato del posto, indicando una roccia. A saltare oggi da quel punto si finisce dritti in pronto soccorso. L’acqua si è ritirata. Al suo posto, una spiaggetta di ciottoli. È una novità tutto sommato recente.

Nel 2017, il Lago di Bracciano, un bacino di 57 chilometri quadrati, si è trovato a un passo da un irreversibile danno ambientale. Acea, la multiutility di Roma, ne stava dirottando più acqua del dovuto in un momento di forte – ma non imprevisto – stress climatico. L’acqua sarebbe dovuta andare verso la capitale per calmare la sete dei romani in una delle estati più siccitose per il Lazio; a fronte delle pesanti perdite della rete di distribuzione, non sapremo mai quanta sia in effetti arrivata a destinazione. Agendo in fretta, gli abitanti del lago sono riusciti a far sospendere le captazioni, impedendo il collasso dell’ecosistema del bacino per prosciugamento parziale, ma il danno ormai era fatto. Come testimoniano le relazioni tecniche della procura, interi habitat ed ecosistemi sono andati perduti e il lago non si è più ripreso. Adesso, a distanza di sette anni, Acea dovrà rispondere in tribunale alle accuse di disastro ambientale.

È un processo importante, ma sta passando in sordina. Per la prima volta in Italia, e probabilmente in Europa, una compagnia va alla sbarra non per aver inquinato ma per aver sottratto – e rischiato di esaurire – una riserva idrica, degradandone l’ecosistema. Se Acea verrà ritenuta colpevole del danno, la sentenza rappresenterà un precedente storico. Sarà la dimostrazione che è possibile trattare con lo stesso rigore degli altri crimini ambientali anche quelli legati al prosciugamento di una risorsa, come oltretutto previsto dal Testo unico dell’ambiente. La speranza è che il caso possa spingere altre piccole comunità a lottare per difendere i propri paradisi ecologici dagli interessi di vicini ben più forti come, per il Lago di Bracciano, Roma capitale. 

La crisi idrica del 2017

Il Lago di Bracciano, assieme al vicino e più piccolo Lago di Martignano, è inserito all’interno di un parco naturale regionale ed è tutelato come area protetta comunitaria. È una delle tante risorse del Lazio che, pur essendo una regione ricca d’acqua e sorgenti, per effetto del cambiamento climatico e di una gestione manchevole, versa oggi in uno stato di ricorrente emergenza idrica.

Per quasi trent’anni il lago è stato una riserva d’acqua supplementare per la capitale. Prima dello stop alle captazioni, sosteneva il fabbisogno romano per uno stabile 8%, con picchi nei periodi di magra delle altre fonti. I periodi di magra sono però diventati la norma. In linea di massima, come risulta dai rapporti rilasciati dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale, tutte le risorse regionali, incluso il lago, sono oggetto di un lento ma costante declino indotto dal cambiamento climatico e dal consumo antropico. Alcune sono più stabili di altre. Roma attinge per circa due terzi del suo fabbisogno dalle sorgenti del Peschiera, che sono molto resilienti alle siccità occasionali, al contrario delle rimanenti riserve idriche regionali, che tendono invece a essere più piccole o a prosciugarsi più in fretta (o entrambe le cose). 

Come per quasi tutte le fonti di approvvigionamento della capitale, il lago è in gestione ad Acea con una concessione che risale a prima dell’introduzione delle moderne normative ambientali e dello studio degli effetti del cambiamento climatico. Le concessioni sono rilasciate dalla Regione. Quella per la captazione dal lago risale al giugno 1990.

Nel 2017, un anno molto siccitoso, il livello delle acque del Lago di Bracciano è crollato di un metro e mezzo mentre Acea, o meglio Acea Ato 2, la branca che serve Roma e provincia, continuava a prelevare dal bacino ben oltre i limiti della concessione. Di norma il livello della superficie lacuale oscilla tra i 163 e i 164 metri sul livello del mare; durante i primi mesi dell’estate scese a 161,58 metri. Sulla carta può sembrare una variazione da poco, ma un metro e mezzo in meno su quasi 57 chilometri quadrati è tanta acqua; una perdita del genere è stata sufficiente ad alterare la vita del lago. Non solo per la scomparsa di interi ecosistemi e il prosciugarsi delle rive. Anche da un punto di vista pratico. La motonave Sabazia, che serve i comuni lacuali, non poteva più attraccare ai moli per via della secca e sono state installate delle scale per permettere l’imbarco dei passeggeri e colmare il dislivello. Dopo lo stop ai prelievi di Acea nel 2017, il lago ha continuato a restringersi. Pur recuperando lentamente i suoi naturali cicli stagionali, nel 2018 il livello del bacino ha toccato il suo punto più basso: alla fine, era calato di due metri. Le acque si erano ritirate di due chilometri. La vista della spianata tra quella che un tempo era la linea di costa e la nuova condizione di secca faceva impressione.

La prima battaglia per il lago

«Il lago non scende mai sotto una certa soglia» dice Graziarosa Villani, la sigaretta tra le labbra e il fumo che le nasconde il volto dopo la prima udienza preliminare nel caso contro Acea. Siamo a maggio 2023, nel piazzale del tribunale di Civitavecchia. Villani è una giornalista locale e presidente del comitato di cittadini che è riuscito a salvare il Lago di Bracciano grazie a una rapida mobilitazione di scienziati e avvocati del posto. Al processo si sono poi associati i comuni lacuali e l’ente Parco, che racchiude anche il limitrofe Lago di Martignano.

Il «Comitato per la Difesa del Bacino Lacuale di Bracciano e Martignano» ha fatto fin da subito pressione alla Regione Lazio per ottenere lo stop ai prelievi, denunciando a giugno 2017 la violazione dei termini della concessione e il repentino crollo del lago.

Ma il Comitato aveva contro due giganti: Acea, incaricata della gestione idrica del bacino, e la capitale. Per ben due volte nel corso dell’estate la Direzione regionale delle risorse idriche laziali, presieduta dall’ingegner Mauro Lasagna, ha emesso e poi ritirato ordinanze di stop alle captazioni, dopo pressioni della giunta capitolina Raggi. La sospensione definitiva di settembre 2017 è stata impugnata invano da Acea fino in Cassazione, dove è stata confermata solo nel 2020.

La legge è stata finora dalla parte del Comitato. Secondo la concessione del 1990, Acea può prelevare dal lago purché il livello delle acque non cali sotto i 161,90 metri per assicurarsi che il bacino non entri in una incontrollata spirale discendente. «Acea però non si è fermata a questo ed è andata ben oltre» spiega Villani. «Cosa sarebbe successo senza il nostro intervento?». Nel 2017, sindaci ed ente Parco avevano lanciato l’allarme sulle condizioni del bacino, senza però procedere a una effettiva denuncia.

Va detto che anche il limite fissato dalla concessione mette a rischio l’ecosistema, perché troppo basso. L’ente Parco ha fissato lo zero idrometrico, ovvero il punto d’equilibrio del lago, molto più in alto, a 163,04 metri. È il livello di sfioro delle acque, che solo oltre quella soglia possono fuoriuscire dal bacino e andare ad alimentare l’effluente Arrone, che invece dal 2017 è in secca. Il limite della concessione, inoltre, non tiene conto delle direttive europee sul deflusso ecologico, varate nel 2000, e recepite appieno dall’Italia ancora più tardi, nel 2022. L’obiettivo delle direttive è tutelare un livello delle acque che mantenga un ecosistema in salute, e non solo al limite della sopravvivenza. La maggior parte della flora e fauna lacuale di Bracciano si concentrava nei metri più superficiali delle acque, prosciugati nel 2017 e non protetti dal limite della concessione.

Il nuovo processo

Ai tempi del procedimento legale per lo stop di Acea, Villani era rappresentata in tribunale da Falconi, un avvocato cresciuto ad Anguillara Sabazia, uno storico borgo di 19 mila anime arroccato su un promontorio che digrada dolcemente nel lago. Oggi Falconi, con gli avvocati Simone Calvigioni, anche lui di Anguillara, Marco Marianello e Mario Lepidi, continua a essere il legale del Comitato nel secondo processo contro Acea. «Se non fosse stato per noi, le istituzioni non si sarebbero mosse» dice Falconi. Dalla denuncia del gruppo sono nate le indagini del sostituto procuratore Delio Spagnolo che hanno portato alla sbarra il presidente del consiglio di Acea, Paolo Saccani, e sette altri consiglieri. Le accuse sono di disastro ambientale per reato di captazione in esubero colposo.

Per legge, il «disastro ambientale» è un crimine che riguarda individui, organizzazioni e aziende che causano un’alterazione irreversibile o cospicua nell’equilibrio di un ecosistema protetto. La pena massima è di 15 anni di carcere, con annesse sanzioni pecuniarie.

Il cambiamento climatico potrebbe rendere casi simili sempre più comuni in Europa. Ricordiamo che è la prima volta che una compagnia va a processo in Italia per sottrazione e non inquinamento di una risorsa idrica. Una vittoria potrebbe costituire un precedente notevole  per altre comunità in cerca di vie legali con cui difendere il proprio territorio. Le leggi, del resto, ci sono già. Per questo il secondo processo è «incredibilmente importante», ribadisce Falconi.

I numeri del disastro ambientale

Il Lago di Bracciano gode di uno stato particolare per l’Unione europea. È Zps, zona di protezione speciale, e di Zsc, zona speciale di conservazione. Proprio per questo, rientra tra i siti europei della rete Natura 2000, ovvero gli habitat da salvaguardare per tutelare flora e fauna a rischio.

Sia le direttive europee che la legge italiana riconoscono l’importanza di mantenere le risorse idriche «in buona salute». Per raggiungere questo obiettivo, come abbiamo anticipato, bisogna tener conto del «deflusso ecologico»: il livello delle acque deve essere tale da permettere alla vita biologica di continuare. L’Ue delega l’onere del monitoraggio e della tutela delle proprie aree protette agli stati membri. Perciò, anche se il Lago di Bracciano è un sito Natura 2000, l’Unione non poteva intervenire per difenderlo. Il compito spettava alla Regione Lazio e, in un certo senso, alla stessa Acea.

Acea è un’azienda municipalizzata quotata in borsa, con il 51% del capitale detenuto da Roma, ma il restante diviso tra Caltagirone, potente famiglia di costruttori romani (gli stessi che posseggono il Messaggero e la Vianini Lavori, compagnia specializzata in grandi opere pubbliche), e la multinazionale francese Suez, sempre attiva nel comparto di gestione dell’acqua. A sua volta, Acea è una multinazionale con progetti in tutto il mondo. Oltre al settore idrico, la società si dedica all’energia e al trattamento dei rifiuti.

«Nel corso degli anni, Acea ha fatto un gran lavoro per tenere pulite le acque del lago dagli scarichi dei comuni limitrofi» ammette Falconi. Però poi, nel momento del bisogno, non ha saputo dosare lo sfruttamento della risorsa.

«L’ecosistema non è collassato, ma è stato molto danneggiato» dice Mattia Azzella, un ecologo locale che ha firmato lo studio sulle conseguenze dei prelievi di Acea. I risultati della ricerca sono stati utili per ottenere lo stop delle captazioni della multiutility capitolina. Secondo Azzella, il lago ha perso in maniera irreversibile parte del suo ricco ecosistema. Potrebbe riprendersi nel corso dei decenni, ma a quel punto si tratterebbe di un nuovo equilibrio. Altre specie andranno a riempire il vuoto ecologico lasciato da piante acquatiche e alghe che pulivano naturalmente il lago. Una buona parte della fauna e della flora stazionava tra i 162 e 160 metri sul livello del mare ed è scomparsa con il prosciugamento dell’habitat di riferimento.

Ad agosto 2017, a seguito della richiesta degli avvocati del Comitato, l’Ispra fece un sopralluogo per il tribunale. In merito a un rilevamento su di un tratto di costa, si legge: «Tutta la parte di fondale emerso in questa fascia è caratterizzata da accumuli di vegetazione acquatica morta e marcescente, accanto a materiale di varia natura spiaggiato, fonte di cattivi odori». Quel che resta di un ecosistema.

Nell’ultimo decennio il lago era già in sofferenza mentre le temperature salivano in tutta la regione. La siccità stagionale dura sempre più giorni ogni anno. Un bacino vulcanico come quello di Bracciano, senza affluenti, dipende dalle piogge. Fino al 2017, però, il lago si era dimostrato resiliente alle pressioni del cambiamento climatico. Il livello delle acque era rimasto stabile. I prelievi  di Acea hanno spezzato l’incantesimo. «Proprio per questo l’azienda avrebbe dovuto proteggere la risorsa e non sprecarla» dice Azzella.

Le perdite di Acea e la scomparsa di un fiume

Secondo i suoi stessi dati, Acea Ato 2 perde una buona percentuale delle acque captate a causa di falle nella rete. Nel 2017, la perdita ammontava al 45% del totale distribuito. La cifra oggi si attesta per Roma al 27%. Nessuna autorità regionale ha mai controllato l’accuratezza dei numeri della multiutility a riguardo.

Per la gente del Lago di Bracciano, basterebbe riparare le perdite per risolvere le ricorrenti crisi idriche e alleggerire la pressione sulle risorse idriche. «Non puoi dare per scontato che ci sarà sempre acqua. Potrebbe non rinnovarsi. Sono passati ormai sei anni e il lago ancora non si è ripreso» nota Azzella.

Ad oggi, il livello delle acque è ancora un metro al di sotto della norma, al netto delle variazioni stagionali. «Potrebbe non tornare più al suo precedente equilibrio» osserva Giampietro Casasanta, un climatologo del Cnr e residente di Anguillara. I suoi studi sul lago, anch’essi strumentali in tribunale, hanno dimostrato che un abbassamento così repentino delle acque non sarebbe mai avvenuto solo per le fluttuazioni del clima.

«Quell’anno la siccità non ha inciso con la stessa intensità sul limitrofo lago di Martignano» ricorda a sua volta Falconi. Se Acea non avesse captato più del dovuto, il lago non avrebbe risentito troppo delle scarse precipitazioni.

Il danno ambientale del 2017 include la scomparsa di un fiume. L’effluente del lago, l’Arrone, non esiste più. Scompare fino all’altezza del depuratore che tratta gli scarichi dei paesi limitrofi. Queste acque vengono immesse nel greto secco a 4 chilometri dall’inizio del suo corso. Il fiume, insomma, è morto e le specie che lo abitavano non possono più lasciare il lago.

La violazione della concessione del 1990

In Italia, i dati sui livelli delle acque sono spesso di facile accesso. Per il Lago di Bracciano sono visibili almeno due scale idrometriche, tra cui una al molo di Anguillara. La sequenza storica delle precipitazioni locali è disponibile online e dipende da una rete di pluviometri le cui misurazioni vengono riportate sul sito dello Scia, il Sistema nazionale per l’elaborazione e diffusione di dati climatici, di competenza dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

Oltre a queste rilevazioni, i dati su cui si è basato il climatologo Casasanta per i suoi studi sull’impatto delle captazioni in molti casi sono stati presi dagli stessi documenti rilasciati da Acea Ato 2 prima della crisi. «Non ho fatto altro che usare contro di loro le loro stesse conclusioni» dice Casasanta.

La multiutility capitolina sapeva che il lago era in sofferenza per gli effetti del cambiamento climatico. In una relazione datata 23 maggio 2017, quasi un mese prima della denuncia del Comitato, l’azienda riconosce che le precipitazioni sul Lago di Bracciano erano scese del 63% rispetto alla media dei tre anni precedenti. Ciononostante, Acea nello stesso documento sottostimava il calo dello zero idrometrico dovuto ai propri prelievi e alla siccità, prevedendo un abbassamento di solo 60 centimetri in meno entro la fine di quell’estate (il calo avrebbe poi superato il metro e mezzo). E anzi, a fronte del basso livello delle altre fonti idriche, sosteneva di poter prelevare fino a 1800 litri al secondo nel periodo di picco, e cioè a luglio.

Come osservato dai consulenti tecnici della procura di Civitavecchia, durante il procedimento per la sospensione della concessione, «i danni ambientali all’ecosistema lacustre affrontati nel 2017 [sono] stati in gran parte da attribuire ai prelievi idrici eccessivi, oltretutto ampiamente superiori ai limiti stabiliti dal protocollo di intesa sottoscritto e dalle stesse prescrizioni e limitazioni già presenti nel procedimento di autorizzazione della Concessione di prelievo idrico».

La concessione del 1990 prevedeva una media di prelievo di 1100 litri al secondo, fino a un massimo di 5000 litri ma solo in casi di emergenza straordinaria, e sempre subordinati al mantenimento del livello delle acque entro la soglia dei 161,90 metri. Sempre secondo la concessione, Acea avrebbe dovuto prevedere un sistema di blocco automatico delle captazioni, che sarebbe entrato in funzione non appena il livello dell’acqua fosse sceso sotto quella soglia. Non è mai successo.

Il lago è sempre stato usato per approvvigionare Roma senza cagionare danni evidenti. Ancor più, un protocollo di intesa del 2015, denominato «Progetto Small», raggruppava regione e paesi lacuali e fissava con Acea lo zero idrometrico a 163,04 metri per tutelare di più il lago e preservarne il ruolo di riserva per Roma. Acea aveva aveva gli strumenti, le competenze, e il personale per monitorare la situazione. Non essendo stati rispettati né la concessione né il protocollo, oggi la capitale ha perso una risorsa. 

L’inerzia e l’ostilità delle istituzioni

Quando il ritiro delle acque è diventato evidente, Acea ha osteggiato ogni tentativo di sospensione delle captazioni. A spalleggiare la multiutility capitolina, c’era la giunta della sindaca Virginia Raggi.

«Roma si è comportata in maniera servile nei confronti di Acea – ricorda Falconi – In quel periodo la capitale ha impugnato le ordinanze della Regione, arrivando a diffondere notizie false, parlando di captazioni abusive da parte dei privati, che poi sono stati tutti esclusi dal processo penale per palese insussistenza delle ipotesi di qualsivoglia loro responsabilità».

A finire sotto indagine furono i proprietari di giardini e strutture in riva al lago, accusati di aver «rubato» l’acqua e aver esacerbato così la crisi idrica. Sono stati tutti scagionati. Il Comitato ha sempre rifiutato di costituirsi parte civile contro di loro.

Grande assente è invece il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Per legge, è l’unica istituzione che potrebbe chiedere ad Acea il risarcimento per i danni al lago, ma non ha mai risposto alle richieste del Comitato. Il nuovo caso per disastro ambientale potrebbe portare a sanzioni pecuniarie, ma non costituiranno comunque un risarcimento formale.

Il processo durerà anni. È iniziato a maggio, a novembre è entrato in fase dibattimentale e il giudice ha iniziato ad ascoltare le relazioni scientifiche e tecniche di entrambe le parti. La prossima udienza si terrà a febbraio 2024. Ci si aspetta che Acea cerchi di banalizzare il danno all’ecosistema lacuale e la sua responsabilità nel caso. Il Comitato del Lago di Bracciano, comunque, sente che la scienza è dalla sua parte. La speranza è che questa battaglia possa ispirare altre comunità in Italia e in Europa a difendere le proprie risorse idriche.

«In caso di condanna di Acea, che per legge gestisce ancora il lago, il valore della sentenza sarà totalizzante – dice Falconi – mentre per le altre comunità costituirà un precedente legale per future battaglie».

Nota di redazione: questo articolo è stato sviluppato con il supporto del Journalismfund Europe.

di Gabriele Di Donfrancesco (Gabriele Di Donfrancesco)

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