Entrando in Redazione il clima non è quello di sempre: la musica è spenta, i biliardini sono fermi, le luci soffuse anche se è ancora giorno. In atrio un grande cerchio di cuscini, divani e poltrone: è così che – durante Pillowtalk – lo spazio che ci vede ogni giorno lavorare, scrivere, studiare ma anche ballare e socializzare si trasforma in un salotto intimo, un luogo sicuro dove poter affrontare temi che riguardano la nostra salute mentale con l’aiuto di psicologi, esperti e attivisti. Oggi, per esempio, parliamo di cura e genitorialità. L’incontro si chiama: “Genitori o figli? Le forme del prendersi cura.”
Ci sediamo tuttə insieme e dopo una breve introduzione da parte della moderatrice, la psicoterapeuta Daniela Cardamoni – esperta in età evolutiva – esordisce dicendo che «se Nemo fosse nato nel 2026 avrebbe di certo la geolocalizzazione sullo smartphone». Ci racconta di come stiamo vivendo una fase di ipercontrollo e iperconnessione tra genitori e figli, spesso ambivalente.
La conversazione è orizzontale, un coro di voci e di scambio: partecipanti, moderatori e ospiti esperti sono sullo stesso piano, in tutti i sensi. Si parla di quanto i genitori di oggi, probabilmente i primi a crearsi degli scrupoli reali sull’educazione emotiva dei figli, finiscano spesso per “studiare” fin troppo e per inseguire una perfezione che non esiste, rendendo perfino la genitorialità un atto performativo. Le esperienze vissute si mescolano, da ognuna viene fuori uno spunto che ne richiama un’altra, e prima o poi arriva quella frase che tocca anche te. Così inizi a parlare e ti ritrovi a raccontare a un cerchio di semi-sconosciuti il trauma che hai vissuto quando avevi 6 anni. E il tuo trauma somiglia a quello di un altro seduto con te, e forse si intreccia con i tanti casi che la dottoressa Cardamoni ha visto e a cui è riuscita a dare una risposta, che ora puoi fare tua.
Come si elabora un rapporto tossico con i propri genitori? Con le amicizie, le relazioni e con tutto ciò che permette di emanciparsi da ciò che si percepisce come malsano. Interviene Michele Sicca, presidente di Auser San Lorenzo Esquilino, un’associazione che si occupa di invecchiamento attivo e di supporto agli anziani che, qualunque sia il motivo, non ricevono aiuto familiare. Ci ricorda che come esiste il punto di vista dei figli esiste anche quello dei genitori, riportandoci esempi di genitori anziani che ricevono dai loro figli ormai adulti un trattamento di negligenza e indifferenza. Nella sua esperienza ne ha conosciuti tanti, e magari non tutti sono stati cattivi genitori. Si apre il tema di cosa accade quando la direzione della cura si inverte, e non sono più i genitori a dover farsi carico dei figli ma il contrario, con tutti i problemi che i figli adulti della nostra generazione hanno: precarietà lavorativa, difficoltà nel trovare una città “fissa” dove vivere, case sempre più piccole e vite sempre più impegnative. Ci aiuta a fare chiarezza Nadia Lamberti, esperta in psicologia dell’invecchiamento. Alla fine di quell’ora e mezza ti alzi dal tuo cuscino con qualche consapevolezza in più, ma anche con qualche certezza crollata.
Tutto questo accade negli spazi di Scomodo, ogni mese a partire da Luglio 2025 e ogni volta con un tema diverso al centro del tavolo: disturbi del comportamento alimentare, ecoansia, male loneliness epidemic, malattie invisibili… Da quasi un anno Pillowtalk permette ai giovani di raccontarsi intimamente e di trovare risposte affidabili da esperti del settore, mettendo in contatto i partecipanti con professionisti e realtà che potrebbero essere poi utili per intraprendere un percorso più strutturato.
Questi talk nascono da un’esigenza concreta: non parlare di più, ma parlare meglio.
Le nuove generazioni sono forse le prime a parlare di salute mentale senza tabù: tra giovani ci si dice “oggi ho lo psicologo” con la stessa nonchalance di “devo fare la spesa”. Ma se da un lato il Therapy Speak, ovvero l’utilizzo nelle conversazioni quotidiane di un gergo psicoterapeutico, sembra ormai ben diffuso e sdoganato, è vero anche che l’accesso a solidi e continuativi percorsi psicologici è economicamente inaccessibile per molti e parlare di salute mentale con gli adulti è spesso ancora fonte di forte stigma.
Nonostante quindi una nuova apertura sul tema esista, lo stato di benessere psicologico e serenità per cui tanto lottiamo sembra non arrivare mai. Forse perché ci facciamo più domande rispetto alle generazioni precedenti o forse perché anche volendo, in un mondo che cambia così velocemente e imprevedibilmente, non potremmo non farcele.
Forse perché viviamo in un mondo che ci da troppe presunte risposte: psicologi da social media, autodiagnosi affrettate, terminologia clinica usata come intercalare per descrivere persone e situazioni nel quotidiano. Abbiamo iniziato a trattare la salute mentale come un contenuto leggero, come se fosse uguale a parlare di skincare o di ricette.
La trappola è così il concetto di “normalizzare”, arma a doppio taglio. Nato con l’intenzione giusta di abbattere lo stigma, spesso si è trasformato in un invito a trattare il malessere come se fosse un tratto estetico della personalità. Abbiamo normalizzato tutto e in questo mare di normalità siamo più confusi di prima.
Pillowtalk nasce proprio dall’esigenza di parlare di salute mentale senza cadere in queste trappole: ci da la possibilità di confrontarci in uno spazio sicuro e informale con figure di riferimento credibili, persone che hanno studiato, che hanno esperienza clinica, e che sanno distinguere tra divulgazione e spettacolarizzazione.
Credere nell’efficacia di momenti come questi significa anche accettare che alcuni discorsi richiedono tempo, sfumature, contraddizioni, e che probabilmente quell’argomento non verrà esaurito nel tempo del talk, ma sarà comunque sviscerato meglio che in un qualsiasi reel su Instagram. Ma soprattutto significa trattare i giovani come persone capaci di reggere la complessità e non solo come consumatori di contenuti facili. La salute mentale non è un trend. Non è un’estetica. È la base su cui costruiamo relazioni, lavoro, progetti di vita. Per questo abbiamo bisogno di ricevere, e di fornire a nostra volta attraverso questi momenti, strumenti che ci aiutano a stare meglio davvero.
Format come Pillowtalk dimostrano che si può fare. Si può parlare di ansia, depressione, relazioni, trauma, senza spettacolarizzare e senza minimizzare. Si può tenere insieme la serietà del tema e un linguaggio che arriva anche ai ventenni. Basta avere chiaro un principio: il nostro obiettivo è dare alle persone la possibilità di analizzare un fenomeno, riconoscere un problema e eventualmente chiedere aiuto, e di farlo nel modo giusto, al momento giusto, con la persona giusta.
E questo è un atto politico.
