Bassa fedeltà non è un libro normale, pertanto questo non sarà un articolo normale, bensì un viaggio in quattro parti. Il testo è un mix densissimo di riferimenti culturali, filosofici e musicali che si diluiscono in un memoir scritto con l’ingenuità di un diario e con la precisione di un saggio. Queste quasi 200 pagine mostrano cosa il lo-fi dice di noi, delle nostre vite sotto il capitalismo e dei modi strani in cui affrontiamo il dolore.
L’origine è lo scarto
Chi si approccia a questo libro credendo che sia un’enciclopedia del lo-fi sarà costretto a ricredersi dopo le prime pagine. O meglio, di enciclopedia si tratta: ma di quella emotiva, che traccia la storia della musica low-fidelity non come una linea retta che descrive il fenomeno legandolo a un ordine cronologico, bensì come un vorticoso grafico che attraversa la vita sonora dell’autore, Enrico Monacelli. Enrico ha la voce allegra che arriva metallica dall’altro capo del telefono. In effetti, mi spiega che questo libro è stato un «pensiero intrusivo al quale ho dato retta» e che ciò che ha fatto è stato non tanto «scrivere un libro accademico, quanto scrivere un libro dal punto di vista di un fan, cioè di una persona che segue quel fenomeno da tanto tempo».
Nel caso in cui il lettore non abbia confidenza con il lo-fi come infarinatura può sapere che è:
un termine ombrello senza forma, abbreviazione di low fidelity, bassa fedeltà, che dà il nome a tutta la musica realizzata, più o meno intenzionalmente, per suonare povera, grezza, quando non propriamente male. O, in altre parole, tutto ciò che non è hi-fi.
Bassa Fedeltà, Enrico Monacelli
O, per avere un’idea ancora più semplice:
Quindi, le registrazioni fatte in casa, il culto del fruscio del nastro e un gusto per un tipo di psichedelia molto peculiare si sono ritagliati una nicchia atipica nel panorama musicale contemporaneo sotto il nome di lo-fi. È un genere senza genere, tant’è che Enrico Monacelli nella nostra chiacchierata informale non si tira indietro dal definire il termine «un’etichetta del cazzo perché alla fine di musica registrata male ce n’è un’infinità», accennando alle band nel Varese nella sua infanzia, che registravano metal in maniera molto rudimentale. Caratterizzato da registrazioni scadenti e suoni grezzi, è diventato una presenza solida nella nostra sensibilità collettiva. Il termine lo-fi nel significato assunto dopo gli anni ’90, può essere fatto risalire al rock and roll degli anni ’50. Le registrazioni di questo tipo sono state fatte «in modo economico e rapido, spesso con attrezzature scadenti. In questo senso, i primi dischi rock & roll, la maggior parte del garage rock degli anni ’60 e gran parte del punk rock della fine degli anni ’70 potrebbe essere definito come lo-fi». Enrico però dà il via alla sua personale storia del lo-fi con un episodio particolare, cioè la militanza politica del figlio del filosofo francese Félix Guattari tramite le radio libere. Infatti, come ribadisce anche Paolo Virno – citato a sua volta nel testo, è tutta una questione di «fare le cose diversamente e in maniera concreta» per rompere del tutto gli schemi che le nostre vite seguono sotto il capitalismo. La radio libera diventa l’emblema della possibilità di riappropriarsi di una catena produttiva, che passa dall’autoproduzione del brano, fino al modo in cui quello stesso brano viene condiviso, valutato e monetizzato.
Adolescenza (im)perfetta
Insomma, l’incontro con il lo-fi è amore a prima vista. Come scrive Enrico Monacelli, «il lo-fi è diventato rapidamente sinonimo della mia personale interzona adolescenziale». Il legame tra lo-fi e adolescenza può essere tracciato a livello concettuale. Le melodie sono incerte e tentennanti, registrate male e gracchiano. Le voci dei cantanti trasudano sensualità ma celano un velo di insicurezza – proprio come quando da adolescente cerchi di essere all’altezza dello sguardo degli altri e ti fai coraggio prima di uscire di casa lanciando un ultimo e disperato sguardo allo specchio, nella speranza che la tua figura sia meglio del riflesso.
Il lo-fi è una musica imperfetta, così come imperfetto è il periodo dell’adolescenza. Enrico lo ribadisce durante la nostra telefonata, l’adolescenza è un momento il cui immaginario è denso, carico di sentimenti: sei fuori dal mondo adulto e dunque sei ancora fuori dalle definizioni, libero da tutti i vincoli che avrai con te stesso. Precisa «l’adolescenza non è un periodo fisiologico ma un modo di essere, quando sei libero, imperfetto e non sai chi cazzo sei». L’idea – che la musica lo-fi riesce a estrarre dal piano ontologico e portare nel mondo concreto – è far rivivere questo immaginario senza nostalgia, ma con l’intenzione di rivalutare quel momento in cui ci si sente persi e senza strada, perché è il momento in cui si è carichi di possibilità. La forza delle cose è in potenza. Le chance sono infinite, in quell’incertezza qualsiasi cosa poteva trasformarsi in futuro e – nell’attesa di trovare il proprio posto nel mondo – il lo-fi diventa la colonna sonora che materializza quelle sensazioni. Come spiega Monacelli, «il lo-fi è una musica fatta per essere imperfetta, un modo per scappare dai meccanismi da industria musicale ed è musica adolescenziale fatta per suonare male, un po’ come l’adolescenza, per cui le due cose andavano molto a braccetto».
Affrontare l’abisso
Arrivati a metà di questo articolo, c’è una precisazione doverosa da fare.
Chi scrive non ha mai saputo di aver ascoltato lo-fi nella propria vita, ma è stata investita da un’epifania proprio mentre leggeva Bassa fedeltà, rendendosi conto che hey, metà delle band nella mia playlist sono lo-fi. Chi scrive è una ragazza di provincia nata nel 2000 e alle ragazze di provincia un po’ diverse dalla massa, che non trovano da nessuna parte il proprio posto, restano solo due non-luoghi nei quali rifugiarsi: la musica e Tumblr. Per quanto possa essere strano, il primo chiamiamolo-approccio con la filosofia per chi è nato nel nuovo secolo avviene proprio su Tumblr, in quell’età in cui leggi le cose e non le capisci proprio del tutto, ma sai che sono giuste, sono tue. Un esempio è la famosissima e ormai mainstream citazione di Friedrich Nietzsche, «quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro». Ora che ho ventiquattro anni e che quindi le letture e gli studi ti formano sul valore di una citazione, la percepisco in maniera diversa. Eppure, è quasi impossibile scollarsi da dosso quella sensazione che si prova quando si legge un qualcosa per la prima volta.
Quell’abisso, per la me che aveva esattamente la metà degli anni che ho ora, era costituito da tutte quelle cose che non avevo voglia di affrontare – e che, spoiler, non affronto del tutto nemmeno adesso.
L’abisso diventa l’insieme oscuro e informe nel quale non si deve guardare ed è proprio come l’acqua alta: se ti ci addentri troppo e non sei capace di nuotare prima o poi anneghi e lo sai, ma sei troppo curioso per non sbirciare di tanto in tanto. Il capitolo Fotografie di lunghi weekend al mare è stato un salto nell’abisso, lo scontro tanto evitato da adolescente con la crescita e la consapevolezza di diventare donna. Infatti, come scritto nel testo:
divenire-donna potrebbe riguardare tutto il genere umano, uomini e donne. Potrebbe accadere a te, a me o a chiunque, in realtà. E un intenso processo di conquista che fa a pezzi la proprietà, il possesso e il controllo. «Le donne non creano se non rendendo possibile un divenire, di cui non hanno la proprietà, in cui anch'esse devono entrare». Piuttosto che essere il dispiegamento di un destino biologico che porterebbe alcune persone dritte verso l'essere donna, è un movimento che accade a tutti coloro che si trovano al di sopra o al di sotto del controllo della normalità maschile e maggioritaria. È un tipo di femminilità innaturale e militante, quindi, una «femminilità minoritaria e stregonesca», come direbbero Deleuze e Guattari: «il divenire-donna, più di ogni altro divenire, possiede uno speciale potere introduttivo; non è tanto la donna a essere strega, ma la stregoneria a passare per questo divenire-donna».
Bassa Fedeltà, Enrico Monacelli
Monacelli usa la musica delle Marine Girls con la loro «violenta tenerezza oceanica» per raccontare la rottura che avviene non solo nella crescita del femminile, ma dentro chiunque. Le fragilità scalfiscono l’io che si trasforma in macchina per portare a compimento i doveri della società capitalistica, ma vengono messe da parte e gettate in un abisso rumoroso, con il quale prima o poi si dovrà imparare a fare i conti. In effetti, proprio le nostre fragilità sono ciò che ci unisce sul piano della realtà e riscoprirci uguali nelle nostre imperfezioni è la chiave per uscire dalla società dello spettacolo della quale parlava già Guy Debord.
A noi non resta che rifugiarci nei non-luoghi che ci hanno protetto da piccoli, nei quali ci si riscopre capaci di guardare l’abisso, ma senza il rischio di caderci dentro.
Il lo-fi del web
Enrico Monacelli nell’ultimo capitolo del libro fa una confessione importante: «la mia genealogia del lo-fi è stata finora piuttosto inattuale. Concentrandomi soprattutto sulla musica per chitarra, ho sorvolato sul fatto che, beh, la musica per chitarra è morta. O perlomeno non se la sta passando molto bene».
In effetti prima di scoprire che circa il 50% della musica della mia playlist fosse lo-fi, avevo un’idea ben diversa di cosa fosse. Alla parola lo-fi, accostavo roba di questo tipo:
o questo video iconico:
Durante la nostra chiacchierata, Enrico mi spiega che «il nuovo lo-fi è ancora legato al rapporto che c’era con la chitarra grezza. Il concetto è quello, ma portato nel mondo del laptop e fatto per un mondo totalmente diverso, avendo algoritmi in testa».
In effetti a essere cambiata non è solo la musica che ascoltiamo, ma il nostro rapporto con essa. Ricordo un’intervista interessante con Matty Healy (frontman dei THE1975) che osserva, a proposito del nostro rapporto con i prodotti culturali di oggi, che «creiamo nello stesso modo in cui consumiamo». Non abbiamo più riferimenti singoli, ma ora «siamo parte di una generazione che ha la possibilità di fare riferimento a milioni di cose al minuto, di consumarle con grande velocità e che non fruisce più dei media in maniera lineare» e quindi, di conseguenza, creiamo cose nella maniera più disparata, superando le distinzioni di genere, di modus operandi e, ovviamente, di cosa è cool ora, lasciandoci andare alla fluidità di ciò che ci piace. In un certo senso, siamo più liberi di sperimentare e grazie ai social, di condividere e trovare l’approvazione di sconosciuti che apprezzano quello stesso brano registrato da emergenti il cui snippet del primo singolo somiglia un po’ a quella canzone di una band che ti piaceva tanto, ma che non fa più la stessa musica da quando ha deciso di cambiare direzione musicale per adattarsi al mercato. Come scritto nel libro «lo scopo è sempre lo stesso: attaccare la macchina, distruggere questa realtà».
Enrico mi dice: «Ho scritto molto sulla musica per chitarre ma senza nostalgia, non c’è bisogno di dire come si stava meglio quando facevamo quella musica». Nella musica e nei generi lo-fi oggi lo affascina proprio questa «ingenuità di base che rende il lo-fi quello che è». Mi parla con la voce che si piega in un sorriso di una cosa che lo incuriosisce particolarmente, cioè «l’uso di certi tipi di software usati in modo casalingo e da guerriglia. Alla fine, per quanto io abbia scritto a proposito del passato non sono nostalgico proprio perché quell’approccio non è mai morto, ma cambia solo forma». Ancora una volta, il concetto è quello: distruggere e ricostruire. Una delle mie citazioni preferite a proposito di quanto il capitalismo sia insostenibile è tratta da The Job: Interviews with William S. Burroughs (1966) di Daniel Odier, in cui Burroughs dice «cosa mangia la macchina-del-denaro? Mangia gioventù, spontaneità, vita e bellezza, ma soprattutto mangia creatività. Si nutre di qualità e caga quantità».
I processi del lo-fi e la weltanschauung che questo nasconde sono «un assalto ai fili, ai software e ai metodi di registrazione. (…) Anche se la guitar music è morta e i tempi stanno cambiando, la nostra vocazione acida e luddista non lo è affatto».
Se distruggere la macchina è anche uno dei vostri desideri, Bassa fedeltà non è il manuale di (d)istruzione nel quale sperate, ma una pratica Bibbia capace di guidarvi nella colonna sonora giusta per farlo.
