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Abbiamo fatto anche cose buone: breve resoconto dell’imperialismo Made in Italy

Dall’intervento di Paola Egonu alle dichiarazioni dei politici di destra la versione cambia: siamo razzisti o “brava gente”?

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«Noi italiani siamo placidamente razzisti. Abbiamo quasi ripristinato la schiavitù». È stato Enrico Mentana, in una recente intervista al “Corriere della Sera”, a pronunciare queste parole. Ha continuato il discorso, mettendo in risalto un nodo importante, ovvero come il razzismo sia intimamente radicato nella nostra società, al punto da legittimare delle «gerarchie del colore» che agli occhi del cittadino medio rischiano di apparire quasi scontate. 

Poco più di un mese fa,  Paola Egonu, sul palco di Sanremo, aveva portato un messaggio simile, sottolineando la palese ostilità che l’Italia ancora prova nei confronti di chi è straniero. 

«Perché mi chiedono se sono italiana? Poi sono diventata più grande e i perché sono continuati. Perché mi sento diversa? Perché vivo questa cosa come una colpa?»

Questi interventi mettono ancora una volta in discussione l’argomentazione secondo la quale noi, in realtà, non saremmo un Paese razzista.

Potrebbe sembrare un semplice problema di negazionismo, ma è lo specchio di qualcosa di molto più profondo. La tendenza è stata quella di sovrapporre il fascismo e il nostro espansionismo alla carlona: usammo sì il gas contro gli Etiopi, ma alla fine eravamo dei bamboccioni che non sapevano quello che stavano facendo, come rappresentato dal film premio Oscar Mediterraneo di Gabriele Salvatores. Questo articolo intende dimostrare le due principali falle di questa narrazione, ovvero la pre-esistenza dell’impero coloniale italiano all’avvento del fascismo e i crimini di guerra largamente impuniti commessi dal Regio Esercito sul posto, evidenziandone infine il processo di costruzione da parte dei dirigenti della Repubblica italiana in sede di negoziato.

Ti saluto, vado in Abissinia

Nonostante le Repubbliche marinare avessero dominato nel Mediterraneo bassomedievale e i navigatori italiani fossero stati i protagonisti delle prime esplorazioni europee nel continente americano, fino alla corsa per l’Africa ottocentesca gli Stati pre-unitari furono completamente estranei alle spedizioni coloniali ad eccezione di un tentativo isolato del Granducato di Toscana con la spedizione Thornton (1608-1609). La principale ragione di questo disinteresse fu, oltre a una posizione al centro del Mare nostrum che garantiva già una ricchezza soddisfacente dai commerci con l’Impero Ottomano, la frammentazione politica della Penisola. Infatti le velleità imperialiste italiane iniziarono solo dopo l’unificazione nazionale, così come in Germania.

Questo ritardo secolare, unito alla debolezza del proprio esercito, portò il neonato Regno a doversi accontentare degli scarti delle altre potenze. Il punto di partenza del processo fu l’acquisto della Baia di Assab (1869), mossa molto criticata dall’opinione pubblica perché ritenuta inutilmente costosa. Fu però il punto di partenza per lo sviluppo delle colonie nel Mar Rosso, avallate della Gran Bretagna in funzione antifrancese. Nello stesso anno fu siglato il Trattato della Goletta con il bey di Tunisi, il quale aveva riconosciuto all’Italia lo status di nazione favorita. Alla fine però, grazie a un’abile ragnatela diplomatica tessuta con Regno Unito e Germania e all’ingenuità dei cugini d’Oltralpe, fu la Francia a imporre il proprio protettorato sulla Tunisia nel 1881 (“schiaffo di Tunisi”).

Complici i pochi rimasugli della spartizione tra le altre potenze europee del continente africano alla Conferenza di Berlino (1885), la conseguenza fu l’espansione in Africa Orientale che portò al trattato di Uccialli (1889): il Negus Neghesti (“re dei re”) d’Etiopia Menelik II riconosceva all’Italia le acquisizioni in Eritrea, che formarono ufficialmente la prima colonia italiana nel 1890 insieme ai protettorati sanciti nel frattempo in Somalia. L’articolo 17 dell’accordo fu però manipolato nella traduzione italiana e, quando venne a galla, Crispi sfruttò l’occasione per rilanciare l’impresa coloniale affinché, una volta sconfitti i dervisci mahdisti provenienti dal Sudan, fosse possibile canalizzare all’esterno la tensione interna rappresentata dai Fasci Siciliani e dai moti anarchici in Lunigiana. Incominciò così nel 1895 la guerra di Abissinia che nessuno immaginava sarebbe finita con una disfatta così clamorosa come quella di Adua nel 1896, causata da una scarsa conoscenza del territorio che portò a un disastro logistico.

Le stime parlano di 4.000-7.000 morti e intorno ai 10.000 feriti italiani, cifre non molto distanti dal totale di caduti in tutto il Risorgimento. Fu la prima battaglia nella storia in cui un esercito africano sconfisse in maniera decisiva uno europeo sul campo, diventando un simbolo delle lotte decoloniali. Le regie ambizioni furono frenate per 40 anni in Etiopia ma non in Africa orientale, visto che nel decennio successivo venne consolidata l’autorità sabauda in Somalia. 

Tripoli, bel suol d’amor

Nel frattempo vennero messi gli occhi sulla Libia ottomana. Nonostante le due parti fossero formalmente alleate nella Triplice Alleanza, il governo Giolitti iniziò una martellante campagna mediatica anti-turca con toni da crociata. La Chiesa si oppose formalmente con grandi divisioni al suo interno, come anche tra i socialisti che avevano da una parte gli interventisti come Giovanni Pascoli e dall’altra i pacifisti, tra cui un giovane Benito Mussolini.

Quando ci fu la Crisi di Agadir (1911) tra Francia e Germania per il Marocco, l’Italia si mosse in fretta e furia per paura di un nuovo schiaffo di Tunisi e sbarcò a Tripoli, riuscendo nel giro di un anno a strappare la Libia e il Dodecaneso al Sultanato usando per la prima volta nella storia l’aviazione militare.

Il dominio coloniale era però limitato a poche città costiere in Tripolitania e Cirenaica e nel tentativo di espandersi nelle oasi interne incontrò numerose resistenze arabe e berbere, guidate dalla confraternita musulmana dei Senussi. Erano rimasti anche dei generali ottomani che sostennero apertamente la resistenza a partire dall’entrata italiana nella Prima Guerra Mondiale contro gli Imperi centrali, con cui i Turchi erano alleati. Visto che il teatro principale era sulle Alpi nord-orientali, il fronte libico fu prevalentemente difensivo e improntato a tenere i presidi pre-esistenti, soprattutto Tripoli e Bengasi. La Campagna libica si concluse temporaneamente alla fine della Prima Guerra Mondiale con l’Armistizio di Mudros tra Triplice Intesa e Impero Ottomano e gli accordi con i capi locali, ma ciò non impedì il proseguimento della guerriglia.

È l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende

L’ascesa del Fascismo nel 1922 diede avvio alla seconda fase del colonialismo nostrano. Protagonisti assoluti una coppia di fiancheggiatori di prim’ordine del nuovo regime: il Maresciallo Pietro Badoglio (governatore di Tripolitania e Cirenaica) e il generale Rodolfo Graziani. In principio in Libia debellarono la resistenza anti-italiana dei tuareg e dei senussi, senza alcuna pietà, ricorrendo alle deportazioni forzate, alle confische, persino all’uso di carri armati, filo spinato e aerei. Terminato il lavoro in Libia con l’impiccagione del capo dei senussi, Omar Al-Mukhtar, toccava all’Etiopia, attaccata nel 1935 per vendicare la sconfitta di Adua di quarant’anni prima. 

Anche qui il duo non si fece scrupoli ad usare bombe e proiettili all’Iprite (il cui uso era vietato dalla Convenzione di Ginevra) e, nel tentativo di “pacificare” la regione, ricorrere agli eccidi e ai saccheggi, anche a danno di religiosi (come avvenuto a Debra Libanos, in cui secondo le stime più recenti furono uccisi dai 1500 ai 2000 sacerdoti copti, accusati di collaborare con la resistenza etiope). Nonostante le violenze, tuttavia, le nostre autorità non riuscirono mai a pacificare del tutto l’Africa Orientale Italiana, prima che essa fosse liberata dagli inglesi nel 1941. In Europa, intanto, proseguiva la catena di eventi che portarono allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e alla caduta del Fascismo (1943). Prima di quella data però, gli italiani “di terra, del mare e dell’aria”, citando lo stesso Mussolini, si macchiarono di numerosi altri crimini di guerra. Tra i primi in ordine cronologico, i bombardamenti di Barcellona.

Brava gente del cielo

Nel gennaio 1938 il nostro Paese è invischiato nelle vicende della Guerra Civile Spagnola. In appoggio alla fazione dei fascisti ribelli, capeggiata dal generale Francisco Franco, Mussolini ha fin dall’inizio del conflitto (1936) inviato uomini, armi, navi e un contingente aereo. Quest’ultimo, nel gennaio e nel marzo 1938, fu il responsabile di alcuni fra i primi “bombardamenti a tappeto” della Storia, su ordine diretto di Mussolini. 

A riferire l’accaduto è il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano (nonchè genero del Duce), il quale scrive nel suo diario: «La verità sui bombardamenti di Barcellona è che li ha ordinati Mussolini […] pensa che questi bombardamenti siano ottimi per piegare il morale dei rossi, mentre le truppe avanzano in Aragona. Ed ha ragione. […] si è dichiarato lieto del fatto che gli italiani riescano a destare orrore per la loro aggressività anziché compiacimento come mandolinisti. Ciò, a suo avviso, ci fa anche salire nella considerazione dei tedeschi che amano la guerra integrale e spietata». 

Il dittatore ebbe modo di sapere in prima persona gli effetti di quegli attacchi, dato che lo stesso Ciano in data 9 febbraio riporta: «Ho ricevuto e dato al Duce un rapporto di testimone oculare sul bombardamento recentemente fatto a Barcellona. Non ho mai letto un documento così realisticamente terrorizzante. […] Palazzi polverizzati, traffico interrotto, panico che diveniva follia: 500 morti, 1500 feriti. È una buona lezione per il futuro. Inutile pensare alla protezione antiaerea ed alla costruzione di rifugi: unica via di salvezza contro gli attacchi aerei è lo sgombro delle città». 

Brava gente di mare

Il 15 agosto 1940 la Marina da guerra greca, in occasione di una festività del cristianesimo ortodosso, aveva inviato una vecchia nave da guerra, l’Elli, sulla piccola isola di Tinos. Mentre gran parte dell’equipaggio sta partecipando alle celebrazioni a terra, un’esplosione improvvisa affonda la nave, uccidendo un numero limitato di persone. Subito gli inquirenti ellenici scoprono che l’affondamento è stato provocato da un siluro italiano, lanciato da un sottomarino.

L’affondamento costituiva un atto di guerra contro un paese neutrale. Nonostante l’evidenza, le autorità greche non riveleranno la nazionalità dell’aggressore se non in seguito alla dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia (28 ottobre 1940). Probabilmente l’attacco fu conseguenza dell’affondamento di una petroliera, diretta verso le isole italiane dell’Egeo, e che invece fu intercettata e affondata dai britannici (con la probabile complicità dei greci) prima che arrivasse in porto. Possibile mandante, il governatore del Dodecaneso, il potente gerarca Cesare Maria De Vecchi. Non vi furono indagini da parte italiana, mentre il capitano responsabile dell’incidente fu prima promosso e poi trasferito in un altro sommergibile. 

Brava gente di terra

La condotta del Regio Esercito fu particolarmente efferata nei Balcani, motivata anche da ragioni etniche: in questa regione i nostri soldati combatterono contro i partigiani greci e jugoslavi con metodica ferocia, in base a direttive molto dettagliate (la più nota è la circolare 3c del generale Roatta), in cui venivano autorizzati a distruggere villaggi, deportare la popolazione in appositi campi di concentramento e, soprattutto, eseguire rappresaglie «Non “dente per dente”, ma “testa per dente”» (Roatta). 

Un episodio esemplificativo fu la strage di Domenikon (ora Domeniko), nella Grecia occupata, in cui secondo fonti locali perirono dalle 152 alle 173 persone, accusate (senza alcuna prova) di aver fiancheggiato i partigiani. Gli effetti delle requisizioni e dei saccheggi degli eserciti occupanti provocarono in Grecia la cosiddetta “Grande Carestia”, che si stima abbia provocato circa 300.000 vittime (quasi il doppio del totale delle vittime italiane del Covid-19). Un telegramma partito dall’isola di Syros (occupata dagli italiani) e diretto ad Atene chiedeva di «mandarci grano, o bare». 

Brava gente nella Repubblica

100.000 libici uccisi fra il 1912 e il 1932, più di 300.000 etiopi morti nella difesa della loro patria, molteplici pulizie etniche compiute nei Balcani, più di 2500 bombe all’iprite utilizzate durante la guerra d’Etiopia, 13 campi di concentramento allestiti solo in Libia. Eppure, nel 2019, il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano ha dichiarato «(noi italiani) non abbiamo scheletri nell’armadio, non abbiamo una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno».

Questa contraddizione è legata alla diffusione del mito degli « Italiani brava gente». A partire dagli anni ‘70 questo è stato progressivamente messo in discussione nel dibattito storiografico, ma nonostante il lavoro di demistificazione sul piano storico,  appare ancora molto radicato nella cultura e nella società italiana. Per comprendere meglio questa narrazione e i motivi del suo radicamento, dobbiamo cercare di capirne le origini. 

Siamo nel 1945, l’Italia uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale ha dovuto cedere tutte le sue colonie. La nuova Repubblica democratica e antifascista, sorta dalle ceneri di un paese dilaniato da vent’anni di dittatura e da una sanguinosa guerra civile, «si ricordò invece prontamente del suo impero d’oltremare e al tavolo dei negoziati postbellici chiese nientemeno che la restituzione di tutte le colonie», secondo quanto scritto da Emanuele Ertola nel saggio Il colonialismo degli Italiani. Storia di un’ideologia (2022). 

Per legittimare e rendere più credibili queste richieste fu messa in moto una vera e propria operazione culturale per inabissare il lato violento della nostra storia coloniale.  L’imperativo era quello di occultare una pesantissima eredità fatta di violenze e soprusi, slegare la storia del colonialismo italiano dalla parentesi fascista, presentare la vocazione coloniale italiana come gentile, buona, proletaria e lavoratrice. Tutta la classe politica partecipò alla promozione di questa narrazione edulcorata, riassumibile nella frase «italiani brava gente». Il dibattito pubblico era dominato da interventi in chiave apologetica che celebravano il dominio coloniale italiano minimizzando le violenze perpetrate. Nelle parole del democristiano Gaspare Ambrosini, basate su un forte sostrato razzista, gli italiani avrebbero avuto il merito di aver «elevato la vita gli indigeni».

Secondo la narrazione imperante, gli italiani avevano permesso il riscatto di territori altrimenti lasciati «al deserto», spesso con una nota vittimistica che insisteva sul sangue e sul sudore versato dei lavoratori italiani per trasformare una terra aspra e desertica in una sorta di giardino dell’eden. L’ultima parentesi coloniale italiana si concretizzò con l’Amministrazione fiduciaria della Somalia, (AFIS, 1950-1960). Terminato il mandato concesso dalle Nazioni Unite, rimase solo un ricordo apologetico del passato coloniale, che si radicò nella definizione dell’identità italiana. Quest’ultimo ostacolò per anni una vera e propria «resa dei conti», nonostante le aperture istituzionali e culturali degli anni ’90.  

La continuità tra periodo fascista e repubblicano, sul piano del pensiero coloniale come su quello del razzismo, è ampiamente dimostrata dalla permanenza di «una parte cospicua della legislazione fascista (…) nei codici per anni» e dalla mancanza di «una vera e propria defascistizzazione della cultura italiana», secondo quanto scritto da Silvana Patriarca nel saggio Il colore della repubblica (2022). Basti pensare che dopo la guerra quasi tutti coloro che sottoscrissero il «manifesto» fascista della razza vennero reintegrati nelle loro funzioni, continuando a proporre teorie convintamente razziste all’interno del mondo accademico, come ad esempio il noto statistico ed eugenista Corrado Gini. 

La continuità si misura anche sul terreno della costruzione dell’identità nazionale.  Questa, già a partire dalla creazione dello stato unitario, si era fondata sulla dimostrazione della presunta «bianchezza» degli italiani, spesso posta in discussione rispetto alle altre nazioni europee. 

In questo quadro, colonialismo e razzismo servirono ad affermare questa identità in modo tangibile. La «bianchezza» si concretizzava nel potere e nei privilegi esercitati sull’altro, sull’indigeno, sul colonizzato. Nell’Italia postcoloniale, questo meccanismo violento venne portato avanti sul piano ideologico. Infatti, gli italiani, pur riconoscendosi come bianchi ed europei, «(continuarono) a definirsi in contrapposizione a un “Altro” che, pur non essendo più coloniale, era collocato fuori dall’Europa e veniva in vario modo esotizzato e “consumato” nella cultura di massa», scrive Patriarca.

Conclusioni

Ci troviamo di fronte a un problema capitale, ovvero il radicamento del pensiero razzista e coloniale nella coscienza comune non solo italiana ma anche europea. Citando Edward Said, il colonialismo non è da considerare come un processo limitato a «cannoni e soldati, ma (riguarda) anche idee, rappresentazioni, meccanismi dell’immaginario». Ecco che la conquista, il dominio e la violenza coloniale rappresentano l’epifenomeno di un sostrato ideologico e culturale che ne costituisce le fondamenta. Il razzismo è stato diffuso e radicato nella mentalità europea tramite una campagna propagandistica volta a instillare quel senso di superiorità, le gerarchiche, la violenza che ancora si manifesta quotidianamente verso il diverso, il non bianco, in sostanza «l’altro». Tutto ciò è impossibile da eliminare con un cambio di regime. In questo senso, nel caso italiano un’importanza capitale è da attribuire a ciò che Gian Paolo Calchi Novati ha definito «la decolonizzazione mancata», ovvero l’assenza di un confronto diretto della società e delle istituzioni con la questione coloniale.


Sebbene nell’Europa e nell’Italia di oggi la violenza razzista venga pubblicamente combattuta e ripudiata, questa continua a scandire la vita quotidiana di molte persone. Riprendendo le parole di Ambra Pirri nell’introduzione a Che fine ha fatto lo stato nazione (2009), «L’Europa continua a essere incapace di esistere senza mettere in moto l’othering machine, senza che la “mitologia bianca” la faccia da padrona negando, espellendo e gerarchizzando l’altro non-occidentale».

Oggi, nel 2023, noi Italiani dovremmo finalmente essere in grado di comprendere e accogliere l’altro senza timori o paure; invece, ci ritroviamo sempre più chiusi, rigidi e incapaci di dialogare con “l’altro” in una posizione di parità se non di inclusione, come parte integrante del «noi».
Una lezione in questo senso ci è stata data da Paola Egonu nella sua recente apparizione sanremese, in cui ha ricordato ad un’intera nazione, che si autorappresenta come calda, accogliente e benevola, cosa vuol dire vivere in una società che pensa ancora in modo intimamente razzista: del senso di inferiorità e della necessità del dover dimostrare sempre qualcosa in più solo per il fatto di non essere nati con «la pelle bianca».

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