Cleidomanzia e rap: una conversazione con Murubutu

Tra suggestioni filosofiche, letterarie e rap, abbiamo intervistato Murubutu alla Triennale di Milano.

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Giochiamo.

Leggete queste parole e pensateci su: rapper, beat, drop e flow.

Ora prendete tutto l’immaginario che vi hanno creato e mettetelo da parte, perché Alessio Mariani, in arte Murubutu, è partito da qui, sfruttando l’energia e la ritmica del rap per racchiudere multiversi di racconti, reali e inventati, tra filosofia e letteratura. 

Mossi i primi passi nella scena hip-hop e coltivato il percorso artistico con la Kattiveria, Alessio Mariani conta sette album registrati in studio, otto singoli e tre volumi con i suoi rapconti illustrati da Ernesto Anderle (in arte Roby il pettirosso) per la Beccogiallo edizioni, oltre a talk e lezioni;il tutto continuando il suo mestiere: professore di storia e filosofia presso il liceo “Matilde di Canossa” a Reggio Emilia.

Peculiarità (tra le tante) dell’artista è la volontà, espressa in particolar modo negli ultimi album, di sviscerare una tematica specifica (mare in Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari, vento per L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti, la notte con Tenebra è la notte ed altri racconti di buio e crepuscoli e, nell’ultimo disco, la pioggia e lo scorrere liquido del tempo) articolandola tra frammenti storici e visioni letterarie: lo scopo ultimo è traghettare all’interno degli stilemi tipici del rap canonico un ventaglio di argomenti che potremmo definire “caleidoscopico” andando dagli amori perduti all’autismo, dall’Alzheimer fino alla rievocazione della notte di San Bartolomeo, senza escludere la carica creativa dello storytelling del professore, arrivando a dedicare un intero album, in collaborazione con Claver Gold, all’Inferno di Dante Alighieri.

In Alessio Mariani, che si discosta in maniera sempre più netta dal sottobosco del rap costituito dalla cultura dell’ostentazione e del disimpegno, arde lo spirito delle lotte socio-politiche che si manifesta in brani (Quando venne lei che è la storia di un giovane artista rapito dalla dipendenza da metadone) e iniziative; bisogna ricordare in modo particolare il video pubblicato l’otto maggio come contributo alla campagna per l’impedimento all’esecuzione di Toomaj Salehi, rapper condannato a morte dal tribunale rivoluzionario iraniano di Isfahan per il contenuto delle sue canzoni, dove ha condannato il regime e difeso le proteste in corso contro la morte di Mahsa Amini, ragazza uccisa dalla polizia iraniana il 16 settembre 2022, colpevole di non aver indossato correttamente il velo.

Ricerca, pensiero critico, lessico colto e innovativo, ritmiche sperimentali: Murubutu vanta collaborazioni con artisti della scena del calibro di Caparezza, Willie Peyote o Rancore, viaggiando tra i generi come, ad esempio, l’hip hop, instaurando collaborazioni con famosi artisti italiani quali Dargen D’Amico e Ghemon; e  il reggae, incidendo insieme all’artista Lion D il brano “Nuvole”, quarta traccia del settimo album.

Attualmente l’artista è alle prese con la sua ultima fatica: un tour accompagnato dalla Moon Jazz Band. Noi lo abbiamo incontrato alla Triennale di Milano, cogliendo l’occasione per interrogare il professore sulla sua musica e, soprattutto, sui suoi testi. 

«Il jazz ha tanti legami con l’hip hop, sia per quanto riguarda l’improvvisazione sia per la sua funzione sociale in questo momento», se si considerano i due generi infatti, si può tracciare un filo che parte dal jazz e dal blues, dalla musica afroamericana nata come espressione popolare di ribellione, e che arriva ai giorni nostri, con il rap come megafono delle periferie e delle minoranze. Per questo Murubutu ha scelto di indagare e contaminare i due generi, perché tra i due c’è un certo grado di continuità. 

Nel suo ultimo album, il tema del tempo ha un ruolo centrale, evidenziato nel brano “L’Avventura di due sposi”, che nasce da un omonimo racconto di Calvino contenuto nella raccolta “Amori difficili”. L’immagine della clessidra, del tempo che scorre inesorabile e che ci inghiotte, presi come siamo dalla produttività verso cui la società capitalistica ci spinge ossessivamente. Murubutu racconta: «penso che il racconto “L’avventura di due sposi”  sia uno dei più efficaci, con un equilibrio perfetto. È uno di quelli che si definiscono racconti perfetti, quindi breve ma estremamente intenso in grado di toccare tantissime tematiche tutte insieme che poi sono riassumibili nel concetto di alienazione».

Il professore si definisce un grande appassionato di letteratura e cinematografia, specialmente quella incentrata sui viaggi nel tempo.  Lo scorrere della sabbia nella clessidra è una tematica che affascina ma dalla quale è, comunque, estremamente spaventato: per questo la scelta della metafora della pioggia, che in questo caso fa da mediatrice, torna utile con la funzione di cuscinetto, in modo da poter mitigare una tematica talmente ampia e quasi inafferrabile, ma senza perderne completamente il significato, andando a sopperire i vuoti che, per il momento, non si è stati in grado di sondare. 

In tutto il suo lavoro, Murubutu dà un ruolo centrale alla parola, tanto che il suo nome d’arte deriva proprio dalla mitologia di alcune popolazioni africane e va a definire propriamente lo “stregone della parola”, colui che tramite l’uso del linguaggio riesce a guarire. Nel suo lavoro è molto spesso la scelta del termine da utilizzare a prevalere sulla frase: prendere una parola e costruirci un concetto intorno. «A volte il fascino di una parola esercita un richiamo così vasto che scelgo una frase che riesca a supportarla bene».

«Mi scrivono tantissimi ragazzi e non solo facendo riferimento al valore terapeutico che possono avere le mie parole o le parole in generale, quindi sì, se Murubutu vuole dire per l’appunto guaritore in questo senso, posso considerare l’obiettivo raggiunto».

di Pasquale Bruno (Pasquale Bruno),Beatrice Puglisi (Beatrice Puglisi)

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