La lotta per la Casa in Brasile attraverso gli occhi di Claudia Garce
Claudia Garcez è coordinatrice statale del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST) nello stato di San Paolo, Brasile, dove guida l’Ocupação Tereza de Benguela, un’occupazione femminista e autogestita. La sua attività si concentra sulla lotta contro la speculazione immobiliare e per il diritto costituzionale all’abitare, utilizzando l’occupazione come strumento pedagogico e di trasformazione della coscienza collettiva.
Nella periferia di San Paolo, dove il cemento incontra il sogno disperato di una casa propria, Claudia Garcez coordina una delle occupazioni più simboliche del Brasile contemporaneo. L'”Ocupação Tereza de Benguela” porta il nome di una leader quilombola del XVIII secolo, e non è un caso: come la sua omonima storica,
questa occupazione femminista e autogestita rappresenta una forma di resistenza che va oltre la semplice rivendicazione di un tetto.
Per lei, coordinatrice statale del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), costruire questo spazio ha significato fare i conti con un passato di violenza domestica. «Come donna che ha subito abusi matrimoniali, questa costruzione ha rappresentato una resa dei conti con il mio passato», racconta. «Poiché non avevo aiuto nella città dove vivevo, non c’erano donne disposte ad aiutare in quel momento; ho affrontato tutto da sola. Far parte di questa costruzione è stato come dire ad altre donne che non avevano più bisogno di tollerare la persona abusante, che eravamo lì per aiutarle a prendere la decisione di lasciare la violenza alle spalle e prendere il controllo delle proprie vite».
L’MTST è nato nel 1997 come risposta diretta alla crisi abitativa urbana in Brasile, attingendo dall’eredità del Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST). «Cinque membri dell’MST furono incaricati di capire come aiutare le famiglie che affrontavano reintegrazioni violente nelle città», spiega
«L’MTST è nato con questa responsabilità, di organizzare la lotta in città alla ricerca di migliori condizioni di vita, alloggi e riforma urbana»
dice Claudia. Le somiglianze con l’MST sono evidenti: «È un’organizzazione che riunisce persone, lavoratori ed esclusi dai loro diritti, che hanno bisogno di alloggi o terra in campagna o in città. Abbiamo ereditato una cultura che esalta la figura del lavoratore, che costruisce tutto e non è valorizzato».
I dodici anni della sua militanza nell’MTST sono costellati di episodi che incarnano la resilienza del movimento di fronte alla repressione statale. L’episodio più recente risale al febbraio 2024, durante una reintegrazione arbitraria nella città di Osasco, un comune nello Stato di San Paolo. «Eravamo rappresentati lì da circa 700 famiglie, e stavamo aspettando che arrivasse l’avvocato del proprietario del terreno per parlare con noi durante l’incontro. Riuscimmo ad aprire un canale di negoziazione con il proprietario stesso. Poi cademmo in un’imboscata. La polizia militare ci circondò e nel giro di pochi minuti iniziò a lanciare gas lacrimogeni e granate stordenti. Scappammo impauriti, ma ce ne andammo a testa alta, cantando le nostre canzoni di battaglia».
La fuga durò sette chilometri a piedi, con la polizia che li seguiva. Si dispersero in piccoli gruppi di tre o quattro persone, dividendosi per le strade del quartiere vicino. «Questo è stato solo un esempio di come la Polizia Militare ci tratta a San Paolo, oggi sotto il bastone del governatore Tarcísio de Freitas, nemico dichiarato dei senza tetto, persecutore delle famiglie senza dove andare in tutto lo stato». Ma anche in questa sconfitta tattica, il movimento trova la sua forza: «L’inseguimento per le strade di Osasco e San Paolo quel pomeriggio è stato triste, ma siamo tornati più forti perché eravamo uniti da un sentimento che troviamo solo in un movimento che ci insegna a rialzarci di fronte a ogni affronto e riorganizzare il modo di rendere effettivo il diritto all’alloggio e una società migliore».
Il movimento ha trovato la sua strada «nei momenti di alternanza, quando il governo non soddisfa le nostre aspettative, aprendo un canale di negoziazione nelle strade, scendendo in strada, mobilitando la nostra base che ha già una certa coscienza di classe». È così che sono riusciti a consegnare, nel 2021, il condominio Dandara, dove 216 famiglie hanno ricevuto la casa tanto agognata, anche durante il difficile periodo post-golpe contro Dilma Rousseff.
Per Claudia, occupare non è solo una strategia abitativa, ma un atto pedagogico profondo.
«Occupare è il modo più educativo per dire ai nostri concittadini che qualcosa nella città non funziona secondo la costituzione.
Nella costituzione, la nostra Magna Carta, la nostra legge suprema, si afferma che abbiamo il diritto all’alloggio. Tuttavia, ciò che ostacola la speculazione urbana è il diritto alla proprietà privata, ma cessa di essere sovrano quando viola il diritto collettivo di accedere alla terra e possedere una casa».
Claudia descrive la sua visione di una “città giusta” e ne emerge un progetto politico preciso:
«Una città giusta, per me, è una città dove non c’è separazione tra il centro e la periferia, dove i migliori servizi sono disponibili alla popolazione ovunque nella città, non solo nel centro città».
In questa città, «ogni cittadino ha la propria casa, propria o a un prezzo di affitto sociale che può permettersi. C’è trasporto veloce per il lavoro, e questo tragitto non supera un’ora e mezza, due ore, come vediamo oggi. Ma il lavoro è vicino al tuo quartiere, alla tua casa».
E soprattutto, «abbiamo la polizia che garantisce la nostra sicurezza, non ci uccide, non uccide i nostri figli. Sfortunatamente, questo è quello che succede oggi nei quartieri periferici.
La Polizia Militare non ci fornisce sicurezza. Siamo aggrediti, derubati alle fermate degli autobus, stuprati, violati, e persino uccisi senza alcuna sicurezza locale».
La sua utopia concreta include «un lavoro decente, una scuola per i miei figli, i miei nipoti, attività ricreative per loro, più parchi, più spazi verdi, e una migliore qualità della vita». Benefici che oggi si vedono solo nei centri città, non nelle periferie.
Per Claudia, la lotta dell’MTST ha un significato che trascende San Paolo. «La conquista di un territorio che prima era occupato dal movimento riflette molto di quello che vogliamo, per disputare non solo il territorio ma anche la coscienza della società, perché crediamo che per ottenere una società più giusta ed egualitaria sia necessario disputare menti e cuori su quello per cui stiamo lottando, per raggiungere una società lungo linee socialiste dove prevalgano collaborazione, solidarietà e senso di comunità, dove i diritti fondamentali di base siano rispettati».
Ai 25 anni del movimento, celebrati con il motto “Per un tetto, lavoro e pane!”, l’MTST di Claudia continua a dimostrare che occupare significa molto di più che conquistare uno spazio fisico. Significa immaginare e costruire, mattone dopo mattone, una città dove il diritto alla casa non sia un privilegio, ma la base su cui costruire una società più giusta.
Rielaborazione dell’intervista a Claudia Garcez, coordinatrice statale del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), a cura di Sara Paolella
