Cinque storie di chi ha già creduto in Scomodo

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Scomodo è una realtà Under 30 ma non è mai stata una realtà giovanilista. Non abbiamo mai pensato che essere giovani fosse una posa da rivendicare come un valore di per sé. Il progetto è stato pensato e costruito da persone della nostra generazione, ma è stato possibile anche grazie a un dialogo intergenerazionale che ci ha permesso di cambiare e crescere in tutte le fasi del nostro progetto. Da persone adulte che hanno fatto parte della lotta per la casa da trent’anni e che ci hanno introdotto per la prima volta a Spin Time fino ad arrivare a persone nel mondo accademico e della ricerca che ci hanno supportato e indirizzato attraverso advisory board di decine di nostre ricerche portate avanti con Campo Ricerca. Tra questi ci sono anche le prime 24 persone che hanno deciso di investire in Scomodo nel primo aumento di capitale e che oggi ci raccontano come e perché hanno creduto e credono ancora oggi in questo progetto.

Joe Casini 

«Scomodo l’ho conosciuto sui social,» inizia Joe Casini. Ha il tono diretto di chi preferisce arrivare subito al punto. «Ho iniziato a seguire la pagina, mi piaceva il content, il taglio editoriale era super interessante». Il suo primo contatto riflette il percorso di molti: dall’attenzione digitale all’incontro fisico, un movimento controcorrente nell’epoca della digitalizzazione totale. «Poi ho visto che c’era la redazione, lo spazio mi piaceva e ho pensato potesse essere giusto per il mio podcast, Mondo Complesso. A livello di significato, il primo impatto è stato fighissimo, anche la campagna degli spazi».

Quando si tratta di investimenti nel settore culturale, la retorica spesso oscilla tra «calcoli e idealismo». Joe porta una prospettiva che integra entrambi, a colpirlo sono stati la concretezza, l’essere «superseri. Non è solo un ideale romantico o idealista, ma anche la capacità di mettere il progetto a terra. È fondamentale per dedicare soldi e tempo – non è solo una cosa che ‘me fa sentì mejo‘; ne vale veramente la pena».

Imprenditore, divulgatore e psicologo; ha negli occhi una comprensione profonda di Scomodo e delle sue basi. «C’è urgenza. Sono cresciuto in spazi simili, in un periodo in cui gli spazi erano fondamentali. Oggi, dopo la pandemia soprattutto, il progetto ha un’urgenza diversa. È proprio il fatto di dire che di questa cosa ce n’è bisogno». Si tratta di una connessione che si radica in esperienze personali. «Lo spazio che in assoluto mi ha formato e che porto nel cuore è il cortile del palazzo dove sono cresciuto a Roma. Non tutti qui hanno il cortile e io sono cresciuto da quando avevo 5 anni standoci tutti i giorni con la comitiva. Arrivi a 20-22 anni che conservi quelle amicizie, ti fai la birretta con gli amici di sempre ed è importantissimo poter avere un posto». L’elenco continua, tracciando una cartografia personale di luoghi significativi, «zona EUR, centri sociali, La Strada, Acrobax – tanti spazi fisici per me importanti. Quando sono entrato qui dentro ho sentito vibrazioni familiari, ed è il motivo per cui ho pensato che quando dovevo fare il podcast dal vivo, volevo farlo qua. Tutto ciò che riuscite ad attivare, portare avanti i progetti, è un valore enorme e dipende dal modo in cui trattiamo lo spazio».

Racconta di un aneddoto particolare, ricorda di Fabi, Silvestri e Gazzè al Circo Massimo. Dicono, durante l’anteprima del film sul loro concerto, che la gente non è lì per la musica, ma perché rappresentano un modo diverso di stare assieme, un modo che oggi si sta perdendo. «Oggi abbiamo bisogno di questo ed è proprio quello che sento quando sono qui». 

Nazzareno Iori

Nelle mani di Nazzareno Iori, la carta è testimone di idee che prendono forma. Nella sua tipografia, dove l’odore della carta si mescola al ronzio delle macchine, le parole diventano oggetti tangibili. È lì che vede luce il mensile della rivista, da 65 numeri. «Tommaso mi ha coinvolto subito», parla con semplicità, spiega che poi ha conosciuto tutti gli altri ed è nata una profonda complicità. «Mi piace la gioventù e il programma che avevano in testa». La sua narrazione si snoda attraverso il ricordo di quegli inizi, quando le prime pagine di Scomodo iniziavano a scorrere tra i rulli della sua stampante. C’è un che di miracoloso in quel processo di materializzazione, nel vedere un file digitale trasformarsi in qualcosa che si può toccare, sfogliare, conservare. Per Nazzareno, ogni edizione è frutto della fortuna e della sinergia tra generazioni diverse: «Ho deciso di sostenere Scomodo per la convinzione che i ragazzi hanno, la voglia di portare avanti le proprie idee». Ride prima di dire, scanzonato, che ci legge dentro un po’ di quella ribellione e voglia di farsi valere dei suoi anni. «Io faccio parte dei movimenti del ’68 e ho partecipato a queste manifestazioni all’università. L’affermazione del pensiero giovanile per me è fondamentale, quindi è centrale dare fiducia». Nazzareno è una figura di riferimento: oltre a vederlo sempre quando si va in stampa, una sua foto è nei nostri uffici. C’è lui al lavoro, dietro la stessa scrivania dalla quale ci parla ora, con due telefoni fissi – chiudeva dei preventivi per uno speciale di Scomodo. 

Quando riflette sull’impatto di Scomodo, Nazzareno coglie un elemento essenziale: «È questa freschezza che nell’ambito generale si è persa. I ragazzi hanno voglia di costruire qualcosa di positivo». In un panorama culturale spesso dominato da cinismo e rassegnazione, il suo sguardo riconosce nel progetto una corrente controcorrente, un’affermazione di possibilità più che di problemi. Dal suo osservatorio privilegiato, ha assistito all’evoluzione del progetto, «c’è stata una grande evoluzione e una grande partecipazione di massa. Vedo dai pareri che raccolgo che c’è voglia di ampliare il tutto». Quando parla del prodotto editoriale la sua voce tradisce l’orgoglio, «è raffinato, curato sia nei contenuti che nel design». E aggiunge, con quel misto di sorpresa e ammirazione, «all’inizio, quando siamo partiti, c’era il timore che si esaurisse in breve tempo, però andando avanti sono stato smentito». A rendere Scomodo diverso però, è «la capacità di aggregazione, di stare assieme e di unire la gente», una capacità che passa sia tra le parole che vengono scritte, sia tra gli spazi che vengono attraversati.

Paola Cantini 

«La prima volta che ci siamo visti a Spin Time era fine estate 2020, tra un lockdown e l’altro», ricorda Paola Cantini. «Per me era un po’ tornare con la memoria a luoghi frequentati a vent’anni e poi lasciati per altrettanti e più anni, come succede nella vita. Per loro probabilmente ero un alieno, ma abbiamo avuto un rapporto alla pari e intelligente, e da lì è stato sempre così».

Nel 2020, nel periodo più nero della pandemia, Paola ha scelto di investire un’eredità in uno spazio di 200 metri quadrati in una zona prestigiosa di Roma, tra il Ghetto e Campo de’ Fiori, e lo ha messo a disposizione di Scomodo. «Sostenere dei ragazzi che cercano di autodeterminarsi e realizzarsi, e nel farlo creano opportunità per sé e per altri, fa parte di un’idea di società che mi accompagna da sempre», spiega convinta. «Piuttosto mi indigna il modo come vengono comunemente rappresentati o che si possa pensare di non sostenerli. Per me non è tanto una questione economica, anche se è necessario tenere conto della realtà materiale, quanto un fatto politico». Per lei è unica come realtà; confessa che quello che continua a stupirla è il significativo cambiamento che può avere nella vita delle persone. «Ha un impatto enorme nella vita di centinaia e centinaia di ragazzi. A Roma, da dove è partito, fare o aver fatto parte di Scomodo è quasi un fatto identitario. Comunque vada o sia andata, è un’esperienza formativa che arricchisce. Serve per la vita». 

C’è gentilezza nel suo tono, che si esagera quando si perde un attimo e pensa al futuro del progetto. «Scomodo cresce e si diversifica costantemente. Non mi piace credere, preferisco pensare che ci siano tutte le capacità e possibilità per una crescita futura. Soprattutto mi piace sperare che ci sia sempre un posto come Scomodo dove le persone possano incontrarsi nella realtà e provare a crescere insieme».

Luca Calisi

C’è un’eleganza antica nei gesti di Luca Calisi, Associate Founder di Open Impact, quando ci fa entrare nella nuova sede di Open Impact. Il tono della sua voce è pacato, sereno, fa gesto di sederci, dice che è pronto a rispondere ma che – parafrasando «un famoso libro» – può darci solo quella che lui chiama La versione di Luca.  Nel suo racconto dei fatti, il primo ricordo di Scomodo è legato agli altri colleghi e amici con i quali ha fondato Open Impact. 

«Ero molto incuriosito dalla volontà di un gruppo di persone giovani che volevano cambiare il mondo», dice e lo ripete perché crede davvero che quello sia il sogno di Scomodo. «Questo tipo di visione non è da tutti. E se una visione di questo tipo ha a che fare con il cambiamento in un intorno più o meno grande della società in cui ci troviamo a vivere, è molto simile a ciò che vuole fare Open Impact». La risonanza tra le due realtà emerge chiaramente nel suo racconto: «la nostra è un’azienda porosa, permeabile alle suggestioni», spiega. «La nostra parola d’ordine è cambiamento, parola che ritengo essere anche vostra». Ricorda dei momenti passati in Redazione e a Campo Ricerca; parla di Roma e il suo sguardo si posa sulla città fuori dalla finestra. «Il centro è paludato e frettolosamente attraversato dai turisti. Quello che fate è una rivoluzione gentile». Quando si parla dell’impatto di Scomodo, Luca diventa più analitico; «Per Open Impact aver fatto un piccolo investimento in Scomodo è un gesto importante, dal grande valore simbolico. Crediamo infatti che il vostro pensiero e la proposta di espandere la rete attraverso dei nodi che si allargano piano piano generi un impatto reale. Ora stiamo mettendo le nostre competenze nella valutazione dell’impatto sullo spazio di Milano». 

Per lui l’impatto di Scomodo è evidente: ci sono entusiasmo, competenze e una grande capacità di affascinare. Elementi questi che, assieme ad una evoluzione dell’organizzazione, «porterà Scomodo lontano. E noi di Open Impact speriamo di fare molti passi insieme». Secondo Luca sostenere Scomodo significa partecipare proprio a quella rivoluzione gentile capace di reinventare i modelli di aggregazione culturale. Un investimento che si colloca nell’intersezione tra innovazione sociale, capacità di presenza territoriale e visione sistemica.  

Annarita Masullo 

 

Comincia tutto con dei gessetti. C’è fermento in piazza, tantissima gente, le mani piene di polvere. Annarita sorride compiaciuta quando racconta di quella frase semplicissima che prende forma in una notte a piazza San Carlo. Ti amo ancora. «Ecco, ci sono degli amori che finiscono, ma quello per Scomodo resta», dice.  «Di quella notte ricordo la preparazione, il grande fermento — l’argento vivo — e poi c’è stato un grandissimo innamoramento». È il 2022: gli Eugenio in Via di Gioia organizzano un flash mob per mandare un messaggio d’amore, come canteranno in Amore e Rivoluzione.

Annarita da quel momento è rimasta una figura costante all’interno del progetto di Scomodo: porta prospettive diverse, consente di valutare al meglio il potenziale trasformativo delle iniziative culturali. C’è sinergia tra le parti, anche lei lo ribadisce. Nella sua visione quello che fa Scomodo funziona perché è capace di oscillare tra «il sogno e il concreto» ed è in questa oscillazione che si inserisce non il suo aiuto – sarebbe «un po’ troppo, forzato, maternalistico», e si inserisce il suo starci accanto. 

«Mi affascina la competenza, l’orizzontalità, il fatto di crederci. Ci sono cose che mi commuovono, perché avere vent’anni oggi è proprio difficile. Vi stimo perché create bellezza e pensiero, voglia di stare insieme e comunità. È una bella complessità». 

La sua comprensione di Scomodo è mutuata dalle esperienze personali fatte da ragazza. Quando racconta c’è un velo sui suoi occhi, un leggero sconforto, un ricordo dolceamaro. «La provincia ti toglie tanto». Scherza, gioca sul non essere così vecchia ma effettivamente nella sua adolescenza non c’erano né telefoni né mezzi per spostarsi con facilità. Casa era  un quadrilatero circondato da un non-muro che pareva invalicabile, «sei sola con i tuoi pensieri e le cose che ci sono in ogni provincia:. Restano solo tre gruppi: la Sinistra Giovanile, l’Azione Cattolica e il gruppo degli alternativi, che poi erano considerati “ i tossici”. Io ero in tutti e tre», la voce si lascia piegare da una punta di orgoglio e malinconia. «Scomodo mi ha fatto rileggere quegli anni lì. Mi dico sempre se solo ci fosse stato in quel momento… se ci fosse stato, avrei trovato il mio specchio. Prima non c’era, oggi c’è ed è una grande fortuna».

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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