Cinema San Lorenzo Intervista a Viola Casartelli “Abuse of perfect data”

Al Parco delle Stelle ha preso il via “Cinema a San Lorenzo”, la rassegna di cortometraggi promossa da Scomodo e Giovani San Lorenzo. Una prima serata dedicata al tema della famiglia, raccontata dagli sguardi intimi e personali di registi under 30.

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Si è svolta, presso lo spazio di Parco delle stelle, la prima serata dedicata ai cortometraggi dell’iniziativa “Cinema a San Lorenzo”, un progetto di eventi cinematografici in collaborazione tra Scomodo e Giovani San Lorenzo. 

Abbiamo inaugurato la stagione con una open call sul tema della famiglia, chiedendo ai registi Under30 cosa significasse per loro questo termine. Ricercavamo corti che presentassero una visione personale e intima della famiglia, sono arrivati infatti corti molto differenti tra loro, c’è chi l’ha intesa come legame di sangue; chi come un gruppo di amici che si improvvisa supereroi; altri corti narravano rapporti finiti; storie di rapporti tra cani e persone (questo più di una volta); o ancora, inni di piccole squadra calcistiche e tante altre sfumature. 

Tra questi ne abbiamo scelti 6 da proiettare: “My good boy” di Sara Priorelli, “Two cup of tea” di Cecilia Palmeri, “Hard Rain Noon” di Mounir Derbal, “Altrimenti muoiono i fiori” di Nicolas Perot, “The stranger” di Matteo Di Fiore e “Abuse of perfect data” di Viola Casartelli. 

Insieme ai giurati: Gaia Siria Meloni e Amir Ra, di cui abbiamo proiettato i corti “Matrimonio” e “I am Fatou”.Abbiamo deciso di scegliere per questa intervista il corto della regista Viola Casartelli “Abuse of perfect data”

Il corto rielabora le immagini dell’archivio familiare della regista “abusandone”, come afferma la regista stessa, poiché  trasforma le immagini in un’opera sperimentale, personale e privata. Tramite l’uso intimo di una voce femminile, generata dall’AI, la regista indaga delle immagini provenienti dal suo passato familiare. Le trasforma, prima trasportandole dalla pellicola al digitale e successivamente attraverso l’uso di un montaggio sperimentale che ricuce le immagini archiviate restituendone una nuova trama.

Quanto segue è l’intervista che ci ha concesso Viola Casartelli sul suo corto.

 

Abbiamo scelto il tema della famiglia perché lo reputiamo tanto attuale quanto intimo. Il tuo lavoro riesce a mettere in dialogo entrambe queste dimensioni. Vorremmo partire proprio da qui: cosa significa per te la parola “famiglia”?

 

Per me famiglia è innanzitutto qualcosa che ha a che fare con il trauma. Lo dico perché nella mia esperienza personale c’è stato un evento che ha segnato profondamente tutta la mia famiglia, soprattutto dal lato materno. Mia madre ha perso due sorelle in un incidente stradale quando erano ragazze: erano le passeggere della macchina, guidata dal fidanzato di una delle due. Lui è stato l’unico a sopravvivere. Da quel momento, nella mia famiglia, si è creato un silenzio che però non ha mai davvero cancellato l’impatto emotivo di quella perdita. Io sono cresciuta dentro quel trauma, anche se non l’ho vissuto in prima persona. Quindi quando penso alla parola “famiglia” penso soprattutto a questo tipo di eredità. Famiglia, per me, significa anche ricordare cose che non sono mie, significa portare con sé dei ricordi che non ti appartengono direttamente ma che ti formano lo stesso. Famiglia è quindi qualcosa di più complesso del semplice legame di sangue o affettivo. È una stratificazione di esperienze, dolori e memorie condivise anche senza che vengano sempre esplicitate. Inoltre, pensando più dettagliatamente alla risposta che ho dato sulla famiglia, ci tengo ad appuntare la parola che riassume la famiglia per me: la famiglia è trasmissione.

 

Nel contemporaneo sta assumendo sempre più un ruolo centrale l’archivio. La nostra generazione è cresciuta esplorando archivi digitali come YouTube. Tu hai usato un archivio familiare rielaborandone le immagini. Vorremmo chiederti allora il metodo di lavoro che hai usato per realizzare il film.

 

In realtà tutto è iniziato un pomeriggio in cui sono scesa in cantina e ho trovato una vecchia valigia dove mia mamma conservava le bobine a 16 mm di mio nonno. Dentro c’era una serie di bobine, ma all’inizio non sapevo bene cosa farci. Così sono andata dal mio sviluppatore di fiducia, Gianfranco – un signore che lavora nel mio quartiere a Milano – da cui andavo già per sviluppare film in videocassetta. Ricordo che una volta mi disse: “Ma cosa filmi a fare in videocassetta? Sono solo soldi buttati. O film in pellicola o in digitale”. Così gli ho portato la prima bobina e lui, vedendola, mi ha detto: “Se ne hai altre, portami tutto”. Due ore dopo sono tornata con l’intera valigia. Abbiamo svuotato tutto insieme sul suo tavolo e ho scoperto che c’erano non solo bobine video, ma anche bobine audio. Da lì ho deciso di digitalizzare i filmati: lui li ha trasferiti su chiavetta e per la prima volta li ho caricati su Premiere, che è il mio software di video editing. Già solo questa operazione creava un contrasto tecnologico fortissimo: io, nel presente, stavo guardando su un software digitale delle immagini girate in pellicola. Non avevo modo di vedere le pellicole nel loro formato originale, perché mio nonno non mi ha lasciato – e io non so nemmeno come si chiama – quel macchinario che ti permette di guardarle. Mi sono sentita subito in difetto, come se il mio unico modo per accedere a quei ricordi fosse tradirli, portandoli nella mia epoca. È stato lì che ho deciso di avvicinarmi alla video-arte, perché è l’unico linguaggio che permette davvero un’interazione fluida tra tecnologie diverse, senza che una prevalga sull’altra. Ho iniziato a montare questi materiali cercando di non manipolarli troppo, ma allo stesso tempo di reinterpretarli. Ho usato pochissimi effetti visivi – giusto qualcosa all’inizio – e ho cercato di rendere giustizia alle immagini originali. Per esempio, non ho modificato i colori: sono tutte bobine scadute, con colori super saturi e ho voluto mantenere quella loro intensità. Il tipo di montaggio che ho scelto è quello che sento mio e credo rispecchi molto la nostra generazione: un ritmo frenetico, spezzato, un continuo salto tra passato e presente. Era questo che volevo rappresentare. E alla fine penso che, da un punto di vista tecnico e affettivo, sia diventato davvero un progetto potente.

 

Dal punto di vista registico e narrativo, che significato ha per te il processo di risignificazione delle immagini? E come lavori sul contrasto tra il senso originale delle immagini d’archivio e i nuovi significati che vuoi costruire nel presente?

 

Allora, io a questa domanda rispondo subito con il voice over che ho usato. Volevo una voce che contrastasse il più possibile con quelle immagini, che sono perfette, e da lì ho scelto una voce artificiale, infantile, fragile ma soprattutto una voce di donna. Per me questa è la voce della giovane donna adulta che volevo ci rappresentasse come generazione. Doveva portare con sé la nostra distanza, la nostra euforia, la nostra rabbia e doveva contenere sensazioni di insoddisfazione, di malinconia. Mi vengono in mente una serie di parole così, in rapida successione. Per me doveva essere qualcosa di rottura. Questo è, per me, risignificare: dare alle immagini una voce diversa. Quelle stesse sequenze, accompagnate da un’altra musica o da un altro suono, diventerebbero romantiche. Ma io volevo togliere ogni forma di romanticizzazione delle immagini in pellicola. Volevo mettere a nudo l’angoscia che, a tratti, quelle immagini trasmettono – anche grazie alla musica che le accompagna e le fa emergere. Ho scelto una voce che, per quanto possibile, risultasse tremolante. Una voce artificiale – generata con l’intelligenza artificiale – ma che riuscisse a fare il giro delle nostre orecchie e diventare vera. Nel mio progetto di videoarte, uno dei modi su cui ho lavorato sul contrasto tra il senso originale delle immagini d’archivio e i nuovi significati, oltre al voice over, è stato quello di trattare, a livello contenutistico, il confronto generazionale. Ho deciso di far parlare la mia generazione attraverso le immagini a pellicola, con l’intento di sviluppare una riflessione critica sul presente. Sono state proprio la digitalizzazione e la manipolazione delle pellicole l’atto pratico con il quale ho tentato di dare nuova vita a immagini del passato. Le ho confrontate con le ansie e i ritmi spasmodici della mia generazione. Nella ricerca e nel processo, il montaggio è diventato per me uno strumento di controllo su quel materiale che inizialmente mi sopraffaceva (a causa dell’intensità della storia familiare dal quale proveniva). Il montaggio mi ha permesso di trasformare la mia impotenza in una forma di dominio creativo.

 

Nel tuo corto c’è una sezione che parla delle nostre relazioni con gli oggetti materiali. Oggi esiste una coscienza collettiva sempre più diffusa rispetto ai meccanismi nocivi del consumismo. Ciononostante, consumiamo sempre di più. Secondo te, cosa ci spinge a perpetuare queste logiche che ci immobilizzano e ci fanno continuare ad accumulare senza davvero creare nulla?

 

Sicuramente inizia un altro tipo di vuoto. È proprio così: un nuovo tipo di vuoto che ci spinge, anche fisicamente, anche a livello di stress reale. Il rapporto che abbiamo oggi con il consumismo è strettamente legato a questo. Appena otteniamo un oggetto, si genera il desiderio di un altro che vada a colmare il vuoto lasciato da quello che abbiamo appena ottenuto. È un meccanismo continuo, instabile. Il legame che abbiamo con gli oggetti, oggi, è estremamente labile e temporaneo. Ma esistono anche oggetti diversi, quelli legati alle emozioni. Gli oggetti che toccano la memoria, che spesso non è nemmeno nostra, sono i più importanti. Sono quelli che riescono a superare la logica consumistica. Ci ricordano che, per quanto oggi viviamo immersi in un sistema di iper-consumo, a livello ancestrale (antropologico) siamo gli stessi esseri umani di epoche e società totalmente diverse dalla nostra. La scelta del titolo è provocatoria: parlare di “dati perfetti” per descrivere immagini d’archivio evoca il nostro mondo iperconnesso, tuttavia qui si tratta di un tempo lontano, pre-digitale. Il progetto non è solo un omaggio alla memoria, ma una riflessione sul progresso tecnologico e sulle mutazioni culturali che ci attraversano oggi, in un’epoca in cui il confine tra online e offline si dissolve.

 

Ringraziando Viola Casartelli e tutti i registi che hanno partecipato all’open call dell’evento. Rilanciamo i prossimi due appuntamenti presso il Parco delle Stelle, il 26 e il 27 Luglio. Sabato 26 con una serata speciale di Addetti ai Lavori sulle tematiche queer. Mentre, il giorno dopo, Domenica 27 ci sarà la proiezione di cortometraggi degli studenti delle scuole RUFA e Renoir.

di Gabriele Serenelli (Gabriele Serenelli),Marina Piragine (Marina Piragine)

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