Chi sei sui social? Abbiamo ingannato l'algoritmo per un mese. Ecco cosa abbiamo scoperto

Questo articolo parla di:

Lo scorso anno è stato pubblicato un libro che ha generato scalpore tra la comunità editoriale. Si tratta di Filterworld, nel quale il giornalista Kyle Chayka descrive come gli algoritmi abbiano appiattito la cultura contemporanea. Partendo dalla sua analisi, abbiamo voluto testare sul campo questa teoria: cosa succede quando si osserva dall’interno il meccanismo che decide cosa dovremmo guardare, ascoltare, comprare? Quattro redattori della nostra comunità hanno deciso di portare avanti un esperimento sotto copertura: per un mese ogni redattore ha adottato una precisa persona digitale – Cottage Girl, AltBrat Girl, Fitness Girl e Tech Enthusiast – modificando i propri comportamenti su Instagram, TikTok e Spotify. Come previsto, a ciascuno sono stati proposti contenuti diversi: film indie per la Cottage Girl, playlist techno per l’AltBrat, integratori per il Fitness Enthusiast. Bolle perfette, apparentemente impenetrabili.

Ma sotto la superficie, l’algoritmo ha mostrato crepe inaspettate. Durante questi trenta giorni lo abbiamo assecondato, distratto, confuso. Lo abbiamo messo alla prova con comportamenti contraddittori, preferenze ambigue, interruzioni improvvise. E quello che abbiamo scoperto sfida l’idea di una macchina infallibile che ci conosce meglio di noi stessi.

Dalle nostre osservazioni emerge un quadro più complesso: i sistemi di machine learning che governano il nostro consumo culturale operano attraverso feedback loops che amplificano i bias cognitivi esistenti, creando quello che i ricercatori chiamano “filter bubble reinforcement”. Ogni click, pausa, scroll diventa un segnale che restringe progressivamente il nostro orizzonte informativo, in un processo che Eli Pariser definisce “l’editing invisibile del web” – una curatela invisibile che modella la nostra percezione della realtà senza che ce ne accorgiamo.

Alt-Brat

La solitudine è una stanza bianca, vuota e piena di luce. Luna Riot, il mio alter ego alt-brat-girl, è nata lì. Accecata dalla nostalgia di un tempo vissuto a malapena o mai vissuto, è venuta al mondo durante un’infinita estate dei dannati, cantando i Bauhaus.

Il ticchettio che fanno i suoi piercings quando si muove è direttamente proporzionale al numero di like che mette ai video di Midnightsuffocation, mentre sorride sinistra emulando Attack on titans. Quando ha iniziato a scrollare su Tiktok voleva guardare le ragazze che si bucano la pelle, e come fare make-up in stile goth, ma si è ritrovata tra video sugli angel engine, convincendosi, per qualche ragione, di essere una di loro. Poi, il VPN statunitense le ha ricordato che il vero complotto è essere peccatrice, e l’unica salvezza si trova in Gesù Cristo. Al catechismo ci andava controvoglia, e preferiva starsene ore ad osservare le ragazze mezze svestite che le suggeriva il feed di Instagram. Qualche volta coperte solo da un filo sottilissimo di biancheria intima, sul quale faceva la funambola mentre accettava Into the darkness cyberpunk come playlist da spararsi su Youtube. Le immagini tracotanti di Tiktok, un giorno, si sono trasformate in una copia sgranata un po’ vintage di un film horror, e ha scoperto che nel dream core i sogni assomigliano ad un’allucinazione collettiva, riprodotta sullo schermo di un Commodore 1084S. Nel weird core non si sentiva più un pesce fuor d’acqua che voleva cantare solamente Sadness is Rebellion dei Lebanon Hanover. Tuttavia, dal liminal space in cui si aggirava alle back rooms senza uscita in cui rimaneva bloccata il passo è breve. Camminandoci attraverso aveva capito che dentro quell’estetica di ribellione dark e spigliata che rappresentava – e a cui piaceva far vedere il rigurgito di un seno stretto in un corsetto, e le gambe decorate da una gonna inguinale – c’era un trauma che ogni giorno veniva raccomandato dai social che frequentava. Replicato ininterrottamente da tutti gli altri utenti che lo avevano vissuto e reso un tipo culturale. 

I sorrisi distorti e vacui, le voci nella testa, l’onda quadra che si fa suono delineando i pixel di un videogioco dei primi del 2000, non erano solo una fantasia, ma i tratti caratterizzanti dell’inquietudine ripresa in analogico. Strana e vituperata. Un giorno, per bucare la bolla aveva deciso di cercare come si fanno i panini durante le dirette infinite su Tiktok Napoli, e dopo vari tentativi, l’algoritmo aveva plasmato un agglomerato che accorpava sfide su quanto sei depresso al polpettone fatto in casa. La solitudine era più stretta, una scatoletta colorata piatta da cui provenivano voci, canzoni e mondi possibili. Chi sei quando l’algoritmo non te lo suggerisce e chi vuoi essere quando ancora non lo sai? Lei credeva alt-brat-girl, ma forse non era sufficiente. Per l’algoritmo di raccomandazione doveva fare i salti mortali sul suo gusto portato all’eccesso, sposarlo e non cambiarlo più. Doveva essere dark feminine, porn brat, alternativa nostalgica, strana, creepy, cyberpunk wannabe, misteriosa, gotica, puttana, triste, depressa, sola, e trasformarsi in una spaventosa solitudine con la matita nera sotto gli occhi e le lacrime incastrate dietro l’iride.

Cospirazionista

L’universo cospirazionista è complesso, labirintico. Una multidimensione in cui il concetto di inganno fa da filo rosso a infinite storie e piani di complotto. Le teorie giocano con te, ti seducono e ti trascinano nel loro vortice fatto di verità mancanti. Vicende grottesche che calpestano di netto ogni richiamo all’umanità. Una dimensione che ti approccia e ti spinge giù, in contenuti deliranti per quanto assurdi.

Mi sono immerso in questo usando tre porte. Le più classiche del mondo social: Instagram, TikTok e X. Ognuna di queste mi ha tracciato una strada chiara ma al contempo diramata e non sempre etica.

Una realtà che si basa su contenuti distopici, avvolti da un’aria di eterno complotto da svelare, spesso inverosimile ma sempre in grado di svilupparsi in una direzione di rifiuto della narrazione mainstream. Un utente ricorrente tra i reels riusciva a dimostrare che gli ultimi due papi fossero in realtà adepti della Chiesa di Satana di Anton Lavey, collegando le corna a tre dita mostrate da entrambi, un simbolo sulla stola, un segno della croce in cui, secondo l’autore, disegnerebbe la croce esoterica.

Altri account mettono nel mirino Macron, video IA lo ritraggono disteso sul letto, incinto. Altri video svelano che la moglie del presidente sia in realtà l’attore russo Alexey Panin. Video che diventavano sempre più disturbanti su TikTok: si entra in dei filoni in cui, sempre con contenuti AI-generated, viene svelato che le anime di alcune persone provengono da altri pianeti e sono qui per segnalarci un terribile pericolo per l’umanità. Altri contenuti mostravano tecnologie ultraterrene o antiche città in rovina in video IA che spaziavano dall’infima all’elevata qualità. Tanto che spesso si faceva fatica a distinguere un video reale da uno generato artificialmente.

X è sicuramente il social più interessante. All’alter ego di me-cospirazionista si è aperto subito il mondo bieco, affascinante e pericoloso in cui si sviluppa la cultura dell’ultradestra americana. Dal proselitismo puritano cattolico, aggressivo e discriminatorio, al razzismo rivoluzionario del “North-west Front”, un gruppo di uomini bianchi suprematisti pronti a dichiarare una nuova guerra civile contro ogni minoranza nel nord ovest. L’obiettivo è espellerli da quelle terre e creare uno stato indipendente bianco.

Ma scendendo nei meandri le vicende si infittiscono e si confondono sempre di più. La teoria più cupa ritrae Bill Clinton come capo di una setta satanica che organizzava riti a base di violenze su minori. Una volta consumato l’abuso, gli adepti tagliavano le piante dei piedi delle vittime per berne il sangue. Incredibile come questa vicenda sia stata sotterrata per tanti anni. Qualcosa era emerso quando, nel pieno della campagna elettorale del 2016, la fuga di mail della candidata Dem Hillary Clinton, ha fatto sì che alcuni suoi collaboratori si suicidassero per non finire nel turbinio della giustizia e della gogna pubblica.

Cottagecore girl

Colori pastello, fantasie floreali e una predilezione per la vita tranquilla, lontana dal caos e fatta di tè pomeridiani, cibo fatto in casa e routine sane ed esteticamente appaganti sono le caratteristiche della cottagecore girl. La generazione Z ha declinato questa tendenza in maniera contemporanea dando vita alla clean girl: la ragazza poco truccata, vestita in modo romantico, che si prende cura di se stessa fuori e dentro attraverso la skincare e il journaling. La cottagecore/clean girl ama svegliarsi presto al mattino, raramente esce la sera, non va a dormire tardi e non beve alcolici. Una vita lenta e riservata, ma vissuta anche (o forse soprattutto) online. Ancora di più durante e dopo la quarantena da covid-19 il fascino della vita casalinga ha conquistato i social media, dando vita a un’estetica tutta sua. Emulando sui principali social network il profilo di una ragazza di questo tipo, si scopre un mondo fatto di costosissimi prodotti di bellezza e abiti cuciti a mano (altrettanto costosi), case perfette in stile scandinavo e giornate spesso solitarie, ma sempre aesthetic. Ci si imbatte in quelli che sono gli archetipi del cottagecore, sottoculture appartenenti a quell’estetica digitale: the gentle goal-getter (la ragazza che fa le vision board e ha il planning giornaliero perfetto), the rebel (che si ribella al mondo moderno, ha sempre il telefono in “non disturbare” e passa molto tempo nella natura), The cozy hobbyist (che ha molti hobby tipo ceramica, pittura, suonare uno strumento), The sage (che fa yoga, medita e crede nei cristalli). Se è vero che l’immagine che la cottagecore/clean girl vuole far passare di sé è quella della bellezza naturale senza artifici, bastano pochi giorni per scoprire un’ossessione vera e propria per la skincare, praticata in maniera estrema soprattutto la sera: le ragazze che la mattina sfoggiano carrellate di selfie struccate la sera vanno a dormire con patch occhi, “dot spot” sui brufoli, maschera viso in tessuto, bigodino per la piega senza calore, cuffia in seta e strumenti di contenzione e rimodellamento della mandibola per ridurre il doppio mento. Se dalla skincare ci si sposta al make-up, fioccano i trend stagionali: latte make-up, strawberry make-up e mille altre idee per ricreare un aspetto “effortless, pulito e sano” utilizzando non meno di 10 prodotti: un’eleganza tutt’altro che senza sforzo. Viene da chiedersi quanto ci sia di davvero naturale nella vita di questa ragazza tutta libri, fiorellini e tisane detox che altro non fa che urlare al mondo quanto ami stare lontana dal mondo stesso.

Fitness girl

Il corpo è una macchina: scintillante, oliata, lucida come la pelle che brilla dopo la doccia post-workout. I video che mi appaiono nel feed seguono una malsana ritualità: c’è sempre una ragazza che si sveglia ogni mattina per allenarsi. Nelle cuffiette mantra che elogiano la fatica, il sacrificio; ci si ripete che “il dolore è crescita” e che se non sudi, non vali. Ogni gesto, ogni passo, ogni boccone deve avere uno scopo. Non mangi: ti nutri. Non cammini: bruci. Non vivi: performi.

Il feed di Instagram suggerisce donne così scolpite da sembrare modellini estrapolati da un manuale di anatomia. Eppure, tra una sessione di hip thrust e un tutorial per spalle a prova di scultore, il flusso comincia a distorcersi. Prima arriva la sponsorizzazione di un manuale su come preparare il “perfect meal prep” in 15 minuti. Continui a scrollare per lasciarti alle spalle ricette che lodano l’anoressia e diete non strutturate ma la catena dei suggeriti diventa un tunnel claustrofobico. Video di corpi di animali scuoiati e sotto la caption “conosci davvero quello che mangi?”, galline spennate, mucche sventrate, subito seguiti di nuovo da un influencer che insegna la miglior ricetta proteica per la definizione muscolare. La linea tra la cura di sé e il sadismo si assottiglia. Per ogni gluteo tondo c’è un corpo scorticato. Per ogni ricetta fit, un video dove il sangue cola su un tavolo da macello. E la mia fitness-girl creata per questo pezzo resta lì, ipnotizzata, prigioniera di un cortocircuito che la confonde, le irrigidisce il respiro. Le immagini degli animali scuoiati le si confondono con le foto delle ragazze in thong in palestra, che diventano sempre più ambigue. Esercizi di stretching che diventano più sessuali del dovuto, completini per correre sempre più succinti. Tra i muscoli e la pelle, lo scarto è sottile: un corpo nudo, ipersessualizzato, che non sa più se sta facendo squat o se si sta offrendo come merce.

Quello che abbiamo imparato sull’algoritmo (e su noi stessi)

Dopo quattro settimane di osservazione partecipata, i risultati hanno sfidato l’idea di un sistema di raccomandazione onnisciente. L’algoritmo non è il curatore sofisticato che le piattaforme pubblicizzano, né il manipolatore invisibile che temiamo. È qualcosa di più prosaico e, paradossalmente, più preoccupante: un sistema che opera per aggregazione statistica, non per comprensione individuale.

I dati raccolti mostrano che gli algoritmi di Instagram, TikTok e YouTube non riescono a riprodurre con precisione l’estetica delle personalità digitali create per l’esperimento. Nonostante hashtag specifici come #cottagecore o #cleangirl, il sistema ha proposto contenuti spesso divergenti. La cosiddetta personalizzazione si rivela essere una sovrapposizione di segnali sociali e di tendenza. L’algoritmo non rafforza l’identità digitale dell’utente, ma cerca pattern statisticamente efficaci: propone ciò che ha ricevuto più interazioni da altri utenti simili. Come conferma l’analisi qualitativa, il sistema opera secondo logiche aggregate che riflettono le tendenze locali più che la specificità del singolo consumatore.

Le tempistiche di adattamento variano significativamente tra piattaforme. TikTok si dimostra il più reattivo, impiegando circa tre giorni per registrare cambiamenti nel comportamento dell’utente. Instagram richiede oltre tre giorni, mentre YouTube e Spotify necessitano di almeno una settimana. Questa inerzia algoritmica rivela un paradosso: più il sistema riesce ad allinearsi inizialmente con i gusti dell’utente, più fatica ad adattarsi ai cambiamenti successivi.

Il fenomeno che i ricercatori chiamano “algorithm echo chamber” emerge chiaramente dai diari qualitativi. Su una scala da 1 a 10, Clean Girl, Cottage Core e Tech Enthusiast hanno riportato livelli di “chiusura nella bolla” tra 7 e 10, anche dopo aver tentato di confondere l’algoritmo. La memoria del sistema, basata sulle interazioni precedenti, crea una resistenza strutturale al cambiamento che va oltre la semplice personalizzazione.

L’uso delle VPN ha rivelato come la geolocalizzazione influenzi significativamente la selezione iniziale dei contenuti. La partecipante AltBrat, connessa inizialmente da una VPN giapponese, ha ricevuto prevalentemente contenuti anime/manga; il passaggio a una VPN statunitense ha fatto emergere video dark e cospirazionisti. Questo dimostra che l’algoritmo funziona su base probabilistica e situata, aggregando tendenze locali piuttosto che comprendere preferenze individuali.

Più inquietante è il ruolo della proprietà delle piattaforme. Il partecipante Tech Enthusiast ha documentato come X, da quando è sotto la gestione di Elon Musk, abbia sistematicamente proposto contenuti cospirazionisti e profili di suprematisti bianchi. Questo solleva questioni fondamentali sulla gestione degli algoritmi e sulla diffusione di contenuti problematici che vanno oltre le pure motivazioni economiche.

Eppure, indipendentemente dal punto di partenza, l’algoritmo tende a spingere verso contenuti sempre più estremi. La logica dell’engagement premia ciò che cattura l’attenzione, e l’attenzione si cattura intensificando. Così la Clean Girl si ritrova con contenuti dark, il Tech Enthusiast con teorie cospirazioniste sempre più elaborate, la Fitness Girl con pornografia progressivamente più esplicita. Non è un bug del sistema, ma una caratteristica: l’algoritmo amplifica qualsiasi segnale fino al punto di saturazione, perché l’escalation mantiene gli utenti incollati allo schermo. Il web, per sua natura strutturale, non può che portarci verso versioni estremizzate di ciò che pensiamo di volere.

L’illusione del controllo

L’esperimento dimostra che gli utenti hanno un controllo limitato sulla propria esperienza digitale. Il sistema di raccomandazione non è progettato per comprendere i gusti individuali, ma per massimizzare l’engagement attraverso contenuti che hanno già dimostrato di generare interazioni. La distinzione tra interazione attiva (like, commenti, ricerche) e passiva (contenuti proposti automaticamente) si rivela meno netta di quanto sembri: entrambe alimentano lo stesso ciclo di feedback che restringe progressivamente l’orizzonte informativo dell’utente.

Come scrive Kyle Chayka in Filterworld, gli algoritmi non filtrano l’esperienza digitale per comprenderla, ma per aggregarla in categorie performative. I nostri dati confermano questa analisi: l’algoritmo non ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi, ma sa molto bene cosa funziona statisticamente con utenti che mostrano pattern simili ai nostri.

Il risultato è un sistema che crea l’illusione della scelta personalizzata mentre opera secondo logiche industriali di massa. Non siamo di fronte a una macchina che legge la mente, ma a un sistema di produzione culturale che ha trovato modi sempre più sofisticati per farci consumare contenuti che non abbiamo necessariamente chiesto.

di Sara Paolella (Sara Paolella),Federica Capitani (Federica Capitani),Amelia Stoduto (Amelia Stoduto),marialuisa.pasqualicchio (Maria Luisa Pasqualicchio),Lara Abrahams (Lara Abrahams),Manuele Cesare Baravelli (Manuele Cesare Baravelli)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Articoli Correlati

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

🎯 Finalità della raccolta

Vogliamo ascoltare le opinioni dei giovani sui temi della ricerca, garantendo il rispetto della tua privacy.

🎙️ Modalità di trattamento dei dati

La tua voce verrà trascritta automaticamente. Un membro del nostro team verificherà e correggerà la trascrizione per eliminare ogni possibile riferimento personale.

Il file audio verrà cancellato subito dopo la trascrizione.

Conserveremo solo il testo anonimizzato della trascrizione, l’anno di nascita e la regione di residenza, che ti chiediamo terminata la registrazione degli audio.

📋 Quali dati trattiamo

Conserviamo solo dati anonimi. Il tuo audio viene trascritto e se menzioni luoghi o persone specifiche, queste informazioni vengono anonimizzate.

🛡️ Altre informazioni utili

I dati sono completamente anonimi: non sarà possibile modificarli o cancellarli dopo l’invio.

Conserveremo le trascrizioni solo per il tempo necessario alla ricerca, sempre in forma anonima.

📬 Contatti

Per domande o informazioni scrivi a Dario Pizzul, referente della ricerca a questo indirizzo: pizzul.dario@gmail.com