C’è una domanda che a Roma non ci si fa quasi mai: cosa sia rimasto, oggi, del diritto a uscire la notte e perdersi in un posto che non sia il salotto di casa propria. Nel tempo ho maturato l’idea che la notte, prima di essere un orario, sia un permesso – qualcosa che una città concede o nega ai suoi abitanti più giovani, a seconda di quanto si fidi di loro. Roma, da questo punto di vista, è generosamente sospettosa: c’è un’offerta ampia ma tutto pare chiudere sempre un po’ troppo presto, illumina poco e non ti permette di tornare a casa senza sbatti, e quando qualcuno balla fino all’alba tende a leggerlo come un problema prima che come una festa.
Venerdì 19 giugno, davanti all’ingresso della RUFA – la scuola d’arte che oggi occupa gli spazi che furono del Goa Club – qualcuno ha riportato la musica in strada. Non un concerto, non un evento da cartellone: una targa, scoperta tra chi quella scena l’ha vissuta, con sopra una frase di Nietzsche che recita “e coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”; e intorno il rumore di una festa urbana organizzata dal Municipio VIII insieme alla RUFA. Claudio Coccoluto – dj simbolo della scena romana – in quella via ha gettato le basi rispetto alla storia della night culture della Capitale. è a lui che è dedicata la targa, inaugurata con la presenza di suo figlio Gianmaria, dj e produttore (in arte GNMR), e Amedeo Ciaccheri, presidente del Municipio.
«L’idea è nata nella mia testa il giorno dopo la scomparsa di Claudio», racconta Amedeo Ciaccheri, «ma non come un’istanza individuale: era il riverbero di un desiderio che rimbalzava di conversazione in conversazione, tra le persone che hanno vissuto quel territorio e la scena musicale romana degli ultimi trent’anni». Per anni resta in sospeso, fino a un incontro casuale tra Ciaccheri e Giancarlo Battafarano, socio storico di Coccoluto nella fondazione del Goa, all’inaugurazione della mostra di Dissonanze al MAXXI. Da quella conversazione all’evento passano sei, sette settimane: poco tempo, ma intenso. «Il passaggio fondamentale», dice Ciaccheri, «è stato l’incontro con Gianmaria, e la possibilità di toccare la sensibilità di un’eredità musicale, culturale, sentimentale come quella di Claudio». Gianmaria racconta di aver costruito la serata in viaggio, tra New York, Modena, i fiordi norvegesi e Roma – segno di una scena che oggi si pensa per forza dentro coordinate globali, mai più solo internazionali.
Gli chiedo se sia un caso che una targa pesi più di quanto dovrebbe, e la risposta arriva da entrambi, in forme diverse. Il mondo della notte, nella narrazione dei grandi quotidiani, resta quasi sempre un problema di ordine pubblico più che un presidio culturale: i club percepiti come zone a rischio, chi li frequenta ridotto a uno stereotipo. Ciaccheri non lo nega: «Viviamo ancora una sindrome di fobia nei confronti della notte, proprio nel momento in cui il mondo del divertimento e della produzione culturale è già largamente legittimizzato. Dopo piazza San Carlo a Torino, dopo il Covid, la regolamentazione della sicurezza ha pesato sui luoghi di produzione culturale più che altrove, mentre i club romani affrontano una crisi energetica e gli effetti di «una campagna decennale di criminalizzazione». Restituire un riconoscimento a una stagione non è solo un atto di memoria: è anche una denuncia – dello spazio di creatività che oggi manca, e dei pochi simboli rimasti in cui riconoscersi. In più, sottolineare l’importanza di questi spazi, va a rinsaldare anche il tessuto lavorativo e turistico che gli si può creare attorno.
Gianmaria sposta l’accento su qualcosa che si muove davvero, e che lui stesso rappresenta: una generazione di artisti che ha normalizzato il proprio mestiere. «Bisogna dare più fiducia ai giovani e ai loro mezzi», dice, «dargli la possibilità di costruire un legame con l’arte e con la musica – non solo in termini di carriera, ma perché entrare nel mondo dell’arte è fondamentale: una società che produce arte produce anche nuove possibilità di immaginare il futuro». Quello che manca, secondo lui, non sono tanto i club – fondati su un’economia, parte di un tessuto industriale – quanto il riconoscimento dell’importanza culturale che hanno e al contempo degli spazi educativi: posti dove un ragazzo possa avvicinarsi alla musica per curiosità senza pagare una rata universitaria. Inoltre, resta un’altra questione forse scontata ma centrale da rimarcare: che il club resta uno dei luoghi possibili in cui ciò avviene, ma per far sì che questo accada bisogna prendersi cura di tutto ciò che sta attorno.
«L’arte è alla base di ogni civiltà. Non vedo perché nel 2026 dovremmo dimenticarcelo».
Ciaccheri allarga il discorso su un piano più ampio, quello del tempo. C’è stata un’epoca, dice, in cui la notte era uno spazio di emancipazione perché andava liberata da un paradigma – il giorno per lavorare, la notte per riposare. Oggi quel paradigma non esiste più: viviamo in un sistema che produce valore senza interruzione, attraverso smartphone e social network, «le borse non dormono». Il rischio, allora, non è più solo orario, ma relazionale: «Dobbiamo riuscire ad andare in controtendenza rispetto a un movimento che ci vuole tutti fruitori individuali, piuttosto che riconoscerci nella necessità di essere in relazione». Il ritmo della festa – il momento in cui ci si incontra, in cui si manifesta un potere collettivo e liberatorio – è qualcosa di millenario, che ha a che fare con riti religiosi e pagani insieme, e che va in controtendenza con un capitalismo che ci vuole «consumo-produttivi, pronti a consumare quello che produciamo in un loop continuo».
Ed è qui che il discorso si fa più scomodo, perché rivendicare la notte significa misurarsi con un effetto collaterale concreto: la gentrificazione dei quartieri e Ciaccheri ha una visione lucida, «la gentrificazione è un processo di estrazione di valore ma la stagnazione sarebbe un’alternativa altrettanto impattante». La risposta, per lui, è un equilibrio: dialogo tra residenti e promotori, legitimizzazione della musica elettronica come parte viva della città – soprattutto in una capitale che, dice Gianmaria Coccoluto, rispetto ad altre capitali mondiali mostra «un livello delle iniziative molto basso».
La proposta più concreta è un rovesciamento: portare la notte dentro il giorno. Gianmaria Coccoluto la fa risalire a un progetto di suo padre con il Comune, eventi nei musei romani; lui lo immagina esteso ai teatri, ai siti archeologici. «Ci sono ragazzi nati a San Giovanni che non sono mai entrati al Colosseo», dice. «Se diamo la possibilità di entrare a Caracalla per un evento, è già una normalizzazione». Oggi, ammette Ciaccheri, vedere troppa gente insieme in carne e ossa ci spaventa quasi – la accettiamo solo in tv, mai dal vivo: «è una sindrome tutta indotta». Eppure è esattamente quello che il Municipio VIII sta provando a fare con iniziative che riportano nella città pubblica chi un’opportunità culturale ce l’ha sotto casa ma non la vive, per censo o per mancanza di stimoli. Il riferimento è dichiarato: il lascito di Renato Nicolini, l’assessore che negli anni Settanta inventò l’Estate Romana per restituire alla città il diritto a un «meraviglioso urbano» a cielo aperto.
Resta da capire come tenere insieme questo diritto alla notte con un altro, altrettanto trascurato: quello di sentirsi al sicuro, specialmente per chi non sempre lo è in certi luoghi a certe ore. Gianmaria Coccoluto divide la risposta in due: spostare la notte dentro il giorno, dove i servizi della città funzionano meglio, e affidarsi alle community che si formano intorno alla musica e all’arte, che lui descrive come «abbastanza protette», dove le persone tendono a collaborare e a proteggersi a vicenda. Lui per primo non si è mai sentito in pericolo dentro un club, un centro sociale, un festival: «Sono più preoccupato di quello che succede appena fuori, nelle strade, per arrivare ai posti. È lì che bisogna aprire un dialogo».
Ciaccheri rincara con un dato che ribalta la narrazione di partenza: le statistiche non mostrano la notte o i luoghi del divertimento notturno come più pericolosi del giorno o del resto della città. «È lo scandalo che crea ancora il senso di libertà che questi luoghi continuano a rappresentare» – non il rischio reale, ma quello percepito. Il Festival Spring Attitude, racconta, ha aperto tavoli di lavoro con altre realtà culturali per costruire un prontuario di buone pratiche sulla sicurezza e sull’accessibilità degli spazi di produzione culturale. Ma il vero lavoro va fatto fuori, nel resto della città: non segnalare i fattori di rischio – quella strada è pericolosa, illuminiamola di più – ma costruire alternative che diano potere alle persone. Più trasporto pubblico notturno, più spazi di cura e formazione, più festival accessibili di giorno, più luoghi vicino casa. «Tutti gli strumenti che amplificano la tua autonomia aumentano il livello di sicurezza diffuso nella città». Non un’esperienza isolata, ma una cornice di consapevolezza collettiva.
«Dobbiamo essere pronti a rimanere sorpresi da nuovi momenti di rottura. Non saranno i club e i centri sociali degli anni Novanta, ma qualcos’altro – nuovi movimenti urbani che ancora non sappiamo immaginare».
Nell’attesa dei movimenti futuri, quella targa ci ricorda che sono possibili, perché ci sono già stati e che possiamo ancora ballare per strada.
