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C’era una volta a Lambrate, la mostra sul Covid di Fabrizio Spucches

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La mostra fotografica di Fabrizio Spucches dal titolo Once upon a time in 2020 è stata allestita nel nuovo spazio espositivo di Scalo Lambrate, ex scalo ferroviario parte di un interessante progetto di rigenerazione urbana. L’esposizione, aperta al pubblico il 28 febbraio 2021, sarebbe dovuta durare fino al 18 marzo: tuttavia il repentino precipitare della situazione sanitaria e il conseguente ingresso della regione Lombardia in zona arancione scuro a partire da lunedì 1 marzo, ha ridotto la durata della mostra a pochi giorni, provocandone la chiusura anticipata.

Le fotografie dell’artista catanese testimoniano e denunciano la condizione umana di solitudine e di disagio della città al tempo del Covid-19: oltre cento opere divise in quattro sezioni raccontano particolari aspetti della contemporaneità e della vita quotidiana che capita ogni giorno di guardare, ma che spesso ci si rifiuta o non si riesce a osservare davvero. Nel mondo dell’arte il delicato tema della pandemia ha occupato molto spazio, cercando però il più delle volte di rendere il racconto molto retorico, forse per paura di accrescere il dolore delle persone o di sbilanciarsi troppo nell’esprimere un giudizio personale riguardo situazioni tanto delicate. L’obiettivo di Once upon a time in 2020 è proprio rendere l’arte strumento esplosivo e originale di rappresentazione della realtà, mostrando un punto di vista diverso da quello dei mass media.

C’era una volta a Lambrate, la mostra sul Covid di Fabrizio Spucches

“Fabrizio ha capito che per essere un vero artista dell’immagine devi avere un punto di vista e un’opinione del mondo, devi saper analizzare e criticare le cose e gli eventi che ci circondano. […] Creare immagini non è un’attività estetica e autocompiacente, ma deve essere un’analisi sociopolitica della condizione umana.”, sono le parole di Oliviero Toscani, che campeggiano all’ingresso della mostra. 

Spucches e il Working Class Virus

Dopo il testo di presentazione ci accolgono, per primi, grandi e accesi ritratti su fondo azzurro: un grido che vuole mostrare al mondo come la pandemia possa essere diversamente vista e vissuta dalle persone di qualsiasi età, professione, sesso e ceto sociale. In questa prima sezione è presente, per esempio, l’iconica fotografia scelta come locandina dell’esposizione, che ritrae un uomo dal viso interamente ustionato ad eccezione della zona normalmente coperta dalla mascherina. Dal grido si passa al sussurro: immagini in formato più piccolo danno l’impressione di voler essere scrutate più a fondo, inducendo l’osservatore ad avvicinarsi e a studiarle attentamente. Osserviamo ritratti di poveri e ricchi dai visi molto diversi, tutti su sfondo bianco, che si distinguono tra loro per l’acconciatura, l’abbigliamento, lo sguardo. Così come esplora i variegati caratteri degli individui che fotografa, Spucches, nella sezione che rientra nel progetto Working Class Virus si concentra sulle classi lavoratrici, entrando in stretto contatto con food racers, escort, preti, senzatetto e tassisti, ritratti in pose ed espressioni inconsuete.

C’era una volta a Lambrate, la mostra sul Covid di Fabrizio Spucches

Si tratta di scatti spesso ironici e originali che rivelano un approccio drammaticamente realistico, in grado di rendere l’osservatore irrimediabilmente stregato da scene forti, esplicite e scomode. Le opere infatti offrono un’interpretazione ed un punto di vista inediti e decisamente diversi rispetto a ciò cui siamo abituati, tanto per l’estetica (la composizione della scena, le pose, le espressioni, i gesti dei soggetti), quanto per l’idea che c’è dietro: si percepisce la volontà di raccontare ognuna di queste situazioni umane con delicatezza e rispetto, ma anche con una nota di leggerezza, ironia e giocosità che turba e meraviglia l’osservatore nello stesso momento; svelando altri aspetti reali della vita comune al tempo del covid.

C’era una volta a Lambrate, la mostra sul Covid di Fabrizio Spucches

Infine più di tutte l’ultima sezione, che accoglie fotografie di soggetti nudi in bianco e nero, si mostra sorprendentemente impavida nel raccontare la diversità del corpo umano, i difetti e la bellezza incondizionata della gente immersa nel disagio di quest’epoca; denunciando l’odierno canone estetico di bellezza fisica (per il quale un corpo è bello solo se sessualmente desiderabile) nonché, soprattutto, il radicato tabù della nudità. Noi ci troviamo, davanti a queste fotografie, ad osservare e amare la realtà umana nella sua intima e struggente problematicità. Siamo spinti a riconoscerci istantaneamente in ogni sguardo e in ogni corpo.

 

Nuova quotidianità

“Spucches ha iniziato a scattare fotografie a casa sua, per poi allargarsi al suo condominio” ci racconta Nicolas Ballario, curatore dell’esposizione. “Poi si è spostato per le strade di Milano, immortalando scene che ritraggono la solitudine […] Infine ha iniziato a ricreare immagini in studio nell’ambito di reportage dal sapore più surreale. I soggetti sono particolari, assumono pose liberatorie, quasi pronti spiccare il volo. Allo stesso tempo ha fotografato quelle persone che, incredibilmente, potevano finalmente mostrarsi nude. Nude, ma con indosso la mascherina.”. Gradualmente quindi, l’iniziale esigenza di esprimere il proprio punto di vista riguardo la situazione storico-politica con la partecipazione di soggetti facilmente raggiungibili, si è tramutata in un progetto più grande finalizzato a mettere in luce quelle categorie sociali che sono state sconvolte dalla pandemia, escludendo temporaneamente (e in via eccezionale) gli ospedali, già da tempo posti sotto l’occhio attento dei media. Spucches ha voluto mettere in luce anche il perenne divario sociale nell’ambito professionale: i ricchi e i poveri. Chi è riuscito a mantenersi in piedi, chi invece è rimasto con l’acqua alla gola, se non sta affogando. Il tutto viene immortalato con un filtro quasi tragicomico, dai tratti spesso ironici che conferiscono ai soggetti fotografati sfumature vicine all’atipico, all’assurdo.

C’era una volta a Lambrate, la mostra sul Covid di Fabrizio Spucches

Una prospettiva, in definitiva, radicalmente diversa rispetto a quella fornita quotidianamente dai media, che spinge a riflettere sulla quotidianità con lucidità e senso critico, liberandosi dalle convenzioni sociali e dotandosi di curiosità e desiderio di entrare davvero dentro la vita delle persone. Primo passo, ci si augura, per una solidarietà attiva e sincera, che forse si trasformerà in lotta per il cambiamento.

Valori, questi, che molto hanno in comune con lo spirito con il quale è stata data nuova vita all’edificio: Scalo Lambrate infatti è il risultato del progetto di rigenerazione urbana, nato dalla collaborazione di Municipio 3, FS, The Sanctuary Eco Retreat di Roma e Associazione Formidabile di Fabio Lucarelli. “La nostra associazione” racconta Lucarelli “ha avuto in concessione da FS Sistemi Urbani lo spazio. Tra le altre cose, ci occupiamo di organizzare attività col fine di riqualificare il territorio e organizzare eventi con finalità sociali.
Infatti, la mostra è solo una tra le attività e i servizi che lo spazio si prospetta di offrire; solo 200 dei 1500 mq sono destinati in modo permanente a esposizioni, il resto della struttura offre un’area dedicata al co-working e co-studying, in cui è anche possibile mangiare o bere qualcosa, grazie alla presenza della cucina gestita da The Sanctuary. 

C’era una volta a Lambrate, la mostra sul Covid di Fabrizio Spucches

La sostenibilità” spiegano i privati che hanno lavorato in stretta relazione con il Municipio 3 del Comune di Milano “è uno degli elementi cardine della visione di Scalo Lambrate. Lo spazio, infatti, si impegna a generare un impatto positivo sull’ambiente attraverso la selezione di prodotti e materiali, tramite l’abbattimento dei consumi e l’eliminazione della plastica; i mobili e le forniture, inoltre, provengono da materiali di scarto secondo i principi dell’economia circolare.” Sarà poi presente un mercato sostenibile con prodotti selezionati, un orto sinergico e alberi da frutto per prodotti a km0.

Il progetto è così solo una parte di un disegno più ampio di rigenerazione urbana, che mira a cambiare l’aspetto dell’area e a creare una nuova socialità intorno alla ferrovia nord est di Milano. “Si tratta della prima applicazione concreta del Piano di Governo del territorio appena approvato, non solo dal punto di vista delle norme, ma anche per gli obiettivi;” dichiara Pierfrancesco Maran, assessore nella Giunta Sala con deleghe all’Urbanistica, Verde e Agricoltura “incrementare l’offerta di case accessibili in affitto e rigenerare il territorio con interventi di elevata qualità ambientale, […] come previsto dall’Accordo di Programma per la rigenerazione dei scali ferroviari milanesi.

L’accordo, firmato nel 2017 tra Comune di Milano, Regione Lombardia, FS italiane, con Rete Ferroviaria Italiana, FS sistemi Urbani e Savills Investment Managment, è il più grande piano di rigenerazione urbana che riguarderà Milano almeno nei prossimi dieci anni, nonché uno dei più grandi progetti di riqualificazione cittadina in Italia e in Europa. Uno dei sette è appunto lo scalo merci dismesso di Lambrate, che, insieme a Greco-Breda, ha partecipato alla seconda edizione del bando internazionale Reinventig Cities, promosso da C40 (Cities Climate Leadership Group)

La nuova vita dell’edificio, inaugurata con la mostra fotografica di Spucches, ha aperto le porte, in un periodo difficile, a uno spazio innovativo, uno spiraglio di luce verso la realizzazione di un quartiere sostenibile, vitale e accogliente, capace di ricucire il tessuto urbano attraverso iniziative culturali e artistiche.

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