Mentre spazzo via l’ennesima ondata di cenere vulcanica penso: essere catanese è una continua esperienza di odio e orgoglio. In questa città alle pendici dell’Etna non sappiamo fare altro che lamentarci del caldo, della spazzatura, della criminalità e al contempo perderci in lunghi soliloqui elogiativi sulla semplicità e ricchezza della nostra terra. Adombrata dalla popolarità del nemico capoluogo, Catania è spinta dai suoi cittadini a rivelare il suo mistero e la sua unicità nell’offrire tutto ciò che il desiderio umano possa voler soddisfare. Il mare, a muntagna, la storia, la movida – perchè la serata estiva alla playa di mercoledì sera non se la toglie nessuno – l’arte e la cucina…
Qui mi soffermo: la cucina. Cosa intendo per cucina catanese? Qualche anno fa avrei detto pasta alla norma, cannoli, cassate, granita, involtini. Adesso sembra essersi trasformata in uno strano corredo di eccessi al gusto di pistacchio, ragù e ricotta. Le cene sono state sostituite da inconfondibili aperitivi “rinforzati” e i pranzi hanno preso lo sfarzo di essere immancabilmente completi di primo, secondo e contorno. Questo è il teatro – rigorosamente fatto sui social – delle nostre trattorie, gastronomie, pizzerie, bar. E se posso aggiungere, sono trattorie, gastronomie, pizzerie e bar dove io personalmente non ero mai andata. Sarà che sono io a non riconoscere il fascino della “grigliata per persone trans”.
A dir la verità anche io trovo divertente il fenomeno mediatico per cui Catania si sta a poco a poco trasformando in una vera e propria “città-meme”. Magari questo non è proprio il termine adatto ma ormai tutto nasce, cambia, diventa, si inventa. La profonda e poetica donna dentro me piange: la città di Goliarda Sapienza è ormai meglio nota per la Gastronomia il Faro. Mi fa piacere ricevere reel da amici del Nord con messaggio incluso “quando ti vengo a trovare dobbiamo andarci!”. Se l’avessi saputo avrei messo mia nonna su tik tok, così invece che a mangiare panini stracolmi a tre euro, ti portavo da lei che prepara la salsa di pomodoro fresco e passa le sere a sbucciare fagiolini. È vero, ho peccato di stereotipo, ma che ci posso fare? Mia nonna si chiama Maria, parla solo in dialetto e cucina bene, più siciliana di così non si poteva proprio.
La verità è che in fondo, sia il vanto di avere una nonna siciliana, sia i video della Trattoria Sapuri (per ricordarne una) fanno parte dello stesso desiderio di mostrarsi, apparire, primeggiare. Vogliamo essere visti, notati, banalmente considerati, e sembra che l’unico modo per farlo sia attraverso questo grottesco linguaggio culinario. Potremmo imboccare altre vie, sentieri più sinceri e locali, ma è difficile compiere questa scelta quando sono gli stessi cittadini di Catania a incoraggiare un progetto di invasione del food porn. La mia riflessione non va a screditare chi lavora e promuove la città in questi termini, penso sia conseguenza di tanti passati fallimenti. Brancati, Sapienza, Verga e direi anche Carmen Consoli, Franco Battiato, Gerardina Trovato come altri ancora, non sono stati in grado di salvarci dal voyeuristico interesse turistico di vedere la Sicilia, e in questo caso Catania, come un luogo nebbioso, dove tutto è caos. Così una delle agenzie di comunicazione della città ha deciso di puntare proprio su questo: il caos, parte integrante, secondo l’immaginario collettivo, del folklore. Da qui nascono video colorati e audaci, dove le voci sono portate all’estremo della goliardia. A questo punto potrei aggiungere che tutto ciò è poco rappresentativo, pensiero di natura scontata ma risultato inevitabile della popolarità scaturita sui social. La nostra cultura sarà anche data da personaggi stravaganti, un tono di voce elevato, un accento dalle consonanti dure e le vocali aperte, spalancate, gridate. Sì, è vero, siamo anche questo. E il resto?
L’immagine di noi che funziona, l’unica ad aver attecchito con le masse, ci rende marionette di una storia così surreale da apparire autentica. Ad uno ad uno, partecipiamo a questo gioco anche noi catanesi. Qualche giorno fa, infatti, mi trovavo seduta a un tavolo di gente in occasione di una tarda cena a base di panino del camion – porchetta, formaggio, funghi al pistacchio, you know the jist. Qualcuno ha raccontato un aneddoto, una misera esperienza in uno dei tanti locali divenuto virale su tik tok. È stato naturale chiedergli come mai ci fosse andato, e lui con grave delusione ci raccontò del suo amico Milanese che premeva di andare in questa pizzeria per conoscere l’uomo simpatico dei video comparsi sul suo feed. Nonostante la qualità fosse scadente, lo spettacolo era stato sicuramente autentico. Commentammo l’atteggiamento eccentrico di questo personaggio ormai diventato una celebrity locale, e ne sembravamo contenti. “È proprio Satania.” Sì perché la nostra città la chiamiamo così. Non so come sia successo, chi abbia cominciato, c’è chi fa anche la merchandise ufficiale da indossare in pendant alla collana con la Sicilia. Comunque sia, siamo un meme, uno stile di vita che si auto pubblicizza come il migliore e il meno sensato.
Mentre la città si popola di turisti, il catanese si sente sopraffatto ma importante. Certamente lusingati da chi loda la bellezza del luogo in cui si è nati e cresciuti, ci sentiamo anche traditi poiché tutti i cambiamenti positivi non sono fatti per noi, ma per gli altri. È successo anche a Napoli, mi dice Geremia in chiamata, e parla del capoluogo campano come un luogo rivisitato e raccontato attraverso gli occhi di chi in realtà non lo conosce e non ci ha mai vissuto. Geremia mi racconta dei suoi amici che con dolce esasperazione dicono: “Nasceva un reality show che fagocitava tutto quello che conoscevamo di Napoli per farne un fenomeno nuovo. I panini mozzarella, prosciutto e pomodori che mio padre mangiava in pausa pranzo a lavoro erano diventati fancy e costavano 8 euro… A un certo punto il quotidiano sembrava speciale e le cose cambiavano sapore perché la tua vita sembrava essere diventata improvvisamente il sogno–e il meme–dell’Internet.” All’ordine del giorno c’è l’interesse del profitto, e questo profitto lo crea il turista, ormai diventato un guardone in cerca di una romantica e immobile realtà. E noi, catanesi, napoletani ma anche palermitani, baresi, o quel che sia, siamo marionette. Ormai quando leggo un libro in balcone con una sigaretta e un caffè non sono più Lara a cui piace leggere nel suo balconcino di tre metri con un caffè acquoso e una sigaretta nauseante, sono invece, agli occhi dei turisti che passeggiano, un’Italiana sofisticata che ama la vita lenta. Io potrei spiegarvi la cruda mondanità del mio passatempo pomeridiano ma sarei tanto incoerente quanto ipocrita. Mi piace essere vista così, amante della vita lenta, dà un senso più elegante a una scelta che invece deriva da confusione, stress e bisogno di evasione. Ci piace essere idealizzati, colma un vuoto, o meglio, come canta Pino Daniele, una croce.
La croce è l’amara consapevolezza di essere per sempre legati ad un luogo che ci respinge e da cui fuggiamo. Via verso Roma, Milano e ancora più su verso l’Olanda, l’Inghilterra… Ma ovunque andiamo con la mente torniamo verso la terra, quella che abbiamo tatuata sulla spalla, che intoniamo con Carusi do Sud dell’Elfo, disegnata sui posaceneri e i quadri sulle pareti. E mentre noi siamo lontani perché lavoro e opportunità sembrano essere altrove, i turisti si mangiano la nostra città un aperi-fish dopo l’altro.
