Camminare insieme è l'unica possibilità di futuro Intervista al Cardinale Michael Czerny

 Il cardinale Michael Czerny (1946), gesuita canadese e prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo
Umano Integrale, ha accompagnato fin dalle origini i movimenti popolari in tutto il mondo. In sintonia con
il pensiero sociale dei papi Francesco e Leone XIV, il suo sguardo coniuga fede, giustizia e dignità umana.

 

Intervista a Michael Czerny a cura di Di Abraham Canales, direttore di Noticias Obreras 

L’ufficio di Roma non è ostentato. Un semplice tavolo con un computer, alcune carte impilate, scaffali con libri e riviste e una seconda scrivania per riunioni con il suo team, dove conversiamo. Michael Czerny (1946) sorride, stringe le mani con calore e si siede senza cerimonie. La sua figura invita a parlare lentamente, ad ascoltare.

 

In questo luogo, egli sembra aver scelto la sobrietà e la memoria delle persone che attraversano il mare alla ricerca della vita. Al petto porta la sua croce episcopale, un pezzo di legno dai toni rossastri, segnato da fessure e un chiodo piegato che la attraversa, salvato da una barca che una volta navigava il Mediterraneo con uomini e donne a rischiare la vita. Il simbolo sembra contenere tutto ciò che vuole trasmettere: il Vangelo incarnato nella storia delle persone emarginate, Gesù Cristo oggi crocifisso e risorto. 

 

Ci riceve una calda mattina di settembre, nella sede del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale situata nel cuore di Trastevere. Non ci sono grandi protocolli o parole misurate con freddezza. La vicinanza si nota nel modo di ascoltare, nella calma che trasmette. Czerny è Cardinale e membro della Curia romana – il governo della Chiesa universale – ma rifiuta ogni aria di principe della Chiesa. Preferisce, piuttosto, essere compagno di strada.

 

La conversazione si svolge alla vigilia dell’Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari che si terrà a Spin Time, nel quartiere Esquilino della città eterna. Sarà il primo sotto il pontificato di Leone XIV, e Czerny, uno dei suoi artefici fin dall’inizio, parla senza grandiloquenza, come chi ha visto crescere qualcosa che non aveva mai immaginato e che ormai appartiene già a una moltitudine.

 

La memoria della sua elezione a Cardinale (1 settembre 2019) lo riporta in Brasile, dove partecipava ad un incontro con i movimenti popolari presso la Scuola Florestan di Guararema (São Paulo). «Sono stato avvisato in piena preparazione per il prossimo Sinodo Amazzonico (ottobre 2019). È stato un momento davvero provvidenziale che mi ha aiutato a comprendere la chiamata di Papa Francesco: essere più vicini a lui, più esplicitamente suo collaboratore».

 

L’ha vissuto come una conferma che il suo cammino doveva tenersi vicino alle periferie. «Mi ha dato pace quel momento inatteso. Fu come un ritiro, con questa nuova situazione sullo sfondo», evoca. In mezzo ai dibattiti sulla sua amata Amazzonia, quella chiamata da Roma divenne un segno.

 

Il suo rapporto con i movimenti popolari è iniziato con un episodio quasi aneddotico, anche se decisivo. «Allora lavoravo in Curia, nel Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Un giorno arrivò Juan Grabois, inviato da Papa Francesco. Non so cosa abbia detto il Papa a Juan, ma posso immaginarlo. In sostanza, Juan si presentò con queste parole: “Sono qui perché il Papa mi ha mandato e mi ha detto che tu mi aiuterai”. E con questa espressione molto semplice, questa è stata la mia “introduzione” – tra virgolette formali – a questa dimensione o realtà dei movimenti popolari».

 

Quella che sembrava una missione improvvisata si è trasformata in un percorso che dura ormai da dieci anni. All’inizio, spiega, si trattava di offrire supporto logistico per i primi incontri. Ma poi è diventato qualcosa di più profondo: «Accompagnare questa avventura, imparare a camminare insieme».

 

Una nuova tappa con Leone XIV

 

La morte di Francesco e l’elezione di Leone XIV hanno avviato un tempo di transizione. Czerny percepisce continuità, ma anche sfumature nuove: «Sono convinto che l’attenzione pastorale del Santo Padre segnerà questo pontificato», assicura. Aggiunge: «Il rapporto con il Papa è una benedizione, animazione, insegnamento… Ma la cosa decisiva è ciò che accade nelle comunità, nel rapporto tra i movimenti popolari e le chiese locali». 

 

La metafora che usa è chiara: all’inizio, bisognava piantare la bandiera delle tre T – terra, tetto e lavoro. Oggi, questa bandiera sventola su più territori. Il futuro dipenderà dalla vitalità delle comunità locali.

 

Parlare delle 3T è approfondire uno dei lasciti più visibili degli incontri.

«Interpreto la T di terra in due sensi: terra e cibo. Questo aiuta a rendere universale la proposta in un mondo sempre più urbano». Per lui, le 3T non sono uno slogan ripetuto meccanicamente, ma «una chiave di interpretazione. Ogni luogo, ogni cultura, può forse tradurle in altre parole, ma lo fa sempre con l’intenzione di nominare ciò che sostiene la vita e la dignità … o ciò che la ostacola o la riduce».

 

Spin Time, un incontro vivo

 

Lo scenario del prossimo incontro non poteva essere più eloquente: Spin Time, un edificio occupato a Roma trasformato in casa per centinaia di famiglie e laboratorio sociale per giovani attivisti. «Spin Time è un luogo di incontro tra la fede cristiana e i movimenti popolari, ma anche tra la Chiesa e coloro che cercano la giustizia dal basso. Non è una realtà cattolica ufficialmente, ma fin dall’inizio c’è stato un incontro vivo, un simbolismo reale, una realtà simbolica. Qui si trova il Vangelo, ma con poche parole. E questo mi sembra super».

 

Quando parla dei giovani, il tono si intensifica. Non li idealizza, ma nemmeno li condanna. Lancia loro una sfida: «Devono fare quello che ha fatto Gesù: scacciare i demoni. Devono esorcizzare la politica, toglierle il male di questi momenti. E questo non si fa con i discorsi, ma vivendo la nuova politica». I discorsi politici attuali sono poveri, non convincono. Non sappiamo come esercitare veramente la responsabilità condivisa, ossia la politica. 

 

Consapevole della crisi di credibilità che attraversa la politica istituzionale, Czerny indica gli spazi dove germina qualcosa di nuovo: «La nuova politica si sviluppa silenziosamente in luoghi come Spin Time, nel volontariato, nell’attivismo per la pace, nella cura della casa comune. È lì che incontriamo Gesù, perché lì ci ha promesso che sarebbe stato».

 

Il tema migratorio lo tocca in pieno. La sua croce con un chiodo che rimanda ad un naufragio lo ricorda ogni giorno. Parla con fermezza: «Bisogna continuare ad accogliere, proteggere, accompagnare, aiutare ad alzare la voce».

 

Ma riconosce anche il prezzo di quella fedeltà. «Comincia come il buon samaritano e finisce come martire. Perseverare nel servizio disinteressato e generoso, con coraggio, è ciò che dobbiamo fare in nome di Dio e dell’umanità. Non si tratta di eroismo romantico, ma di realismo cristiano: seguire il Vangelo comporta dei rischi».

 

Tra le COP e il lavoro

 

Sui grandi vertici climatici ritiene che «la COP deve essere l’espressione di impegni già assunti in ogni paese. Non è il luogo per decidere, ma per condividere e coordinare ciò che si è deciso di sapere a livello nazionale».

 

Il lavoro, invece, occupa un posto centrale nella sua riflessione. «La sfida del lavoro esiste. Grazie a Papa Leone XIII, a San Giovanni Paolo II, comprendiamo che il lavoro è al cuore della vocazione umana e della vita della Chiesa. Il lavoro è solo un problema economico: è come sviluppiamo la nostra vita come dono di Dio per restituirla alla fine».

 

Le proposte di papa Francesco al quarto incontro mondiale – la riduzione dell’orario di lavoro e un salario di base universale – sono ancora valide. «Se mi chiedi se sono in agenda, chiaramente sì», conferma. «Allora bisogna riconfigurare il sistema, non tanto parlando, ma camminando insieme. In questo senso, i movimenti popolari – che non parlano ma fanno – sono certamente un contributo molto importante». 

 

Speranza

La conversazione si chiude con una sola parola che Czerny ripete come se volesse lasciarla impressa nella memoria: “Speranza”; una fiducia tessuta nell’esperienza di chi lotta. E si rivolge specialmente ai giovani: «Continuare a camminare. La vita reale consiste nel camminare insieme. Non è facile, ma è l’unica possibilità. I giovani che iniziano a farlo ci stanno preparando il futuro».

 

Quando si congeda, il suo sorriso illumina di nuovo l’ufficio semplice. Niente in lui sembra voler impressionare. Tutto punta all’essenziale: una croce con un chiodo di barca, una vita dedicata ad accompagnare processi, una parola di speranza che insiste nel non arrendersi. Czerny ricorda quelli che camminano, quelli che rischiano, quelli che aspettano ancora.