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Carceri sovraffollate

Dove il sistema penitenziario ha fallito

L’emergenza di oggi riporta la questione penitenziaria sotto i riflettori del dibattito pubblico e ci mostra un tasso di sovraffollamento tristemente vicino a quello riportato nel 2013, quando il nostro paese fu condannato dalla corte EDU per le condizioni inumane e degradanti in cui vivevano i nostri detenuti. Da allora la popolazione carceraria ha ripreso a crescere, malgrado una diminuzione della criminalità. Cercando le ragioni di questo paradosso, ci siamo posti l’obiettivo di chiarire come funzioni e dove fallisca il sistema penitenziario.

Uno sguardo dentro il carcere

Carceri sovraffollate

Le rivolte in carcere delle scorse settimane hanno fatto riemergere problematiche del nostro sistema penitenziario, da anni sottovalutate e ignorate. La paura della diffusione del COVID-19 nell’ambiente carcerario ci ha portato ad indagare non solo le dinamiche delle proteste, ma anche le condizioni di vita ai margini dell’isolamento sociale.

Le rivolte

La notte del 7 marzo 2020 nel carcere di Salerno scoppia la prima di una serie di rivolte carcerarie, che si estendono nei giorni successivi in altre 27 carceri del Paese. Le ragioni principali delle agitazioni sono l’interruzione dei colloqui con gli esterni, la sospensione delle attività, dei permessi e della semilibertà causata dell’emergenza sanitaria imminente. L’allarme scattato per la diffusione del COVID-19, di cui i detenuti hanno avuto notizia esclusivamente tramite le televisioni presenti negli istituti penitenziari, ha scatenato una psicosi carceraria e i primi casi di detenuti affetti dal virus non hanno fatto scemare l’ondata di ribellione nelle settimane successive.                                                             

Le rivolte sono l’emblema della disperazione di persone che scontano una pena in uno stato di isolamento ancora più marcato: i detenuti, dopo le disposizioni emanate dalla Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) il 27 febbraio , si ritrovano in un ambiente chiuso al mondo esterno e senza tutele in termini di contagio. È inutile dire che la sanificazione e le norme di sicurezza preventive al virus non possano funzionare in un contesto sovraffollato tipico delle carceri italiane. Nel corso dei tumulti si sono verificati casi di incendi, distruzione di alcune sezioni e saccheggio delle infermerie; altre modalità di protesta impiegate vanno dal far rumore contro le sbarre colpendole con degli oggetti, come nel caso del carcere di Torino, all’evasione di una quarantina di detenuti dal carcere di Foggia. Anche nei casi più lampanti la protesta era tuttavia confusionaria, nonostante la forte politicizzazione delle rivendicazioni:  miglioramenti delle strutture, delle misure preventive e alternative, e in parte la richiesta di amnistia e di indulto.

Oltre agli interventi repressivi da parte degli agenti in tenuta antisommossa, nulla traspare chiaramente all’esterno riguardo alla risposta punitiva messa in atto nei penitenziari. Si tratta perlopiù di trasferimenti, anche in zone rosse di contagio, e di azioni repressive sporadiche e spesso brutali. Una testimonianza, riportata dal giornale Napoli-Monitor, di un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, denuncia percosse, pestaggi e umiliazioni sistematiche anche nei confronti di chi non ha preso parte all’ultima ribellione pasquale. Il caso campano non è comunque l’unico ad essere stato denunciato: a tal proposito si schierano, infatti, il carcere Opera di Milano e altri istituti penitenziari, attraverso appelli lanciati sia da detenuti vittime di violenze fisiche e psicologiche, che da familiari, non sempre pienamente informati riguardo ai propri cari rinchiusi o trasferiti. La comunicazione dei fatti rimane tuttavia ambigua, malgrado realtà come Antigone, associazione per i diritti e le garanzie del sistema penale, cerchino di fare chiarezza sulle attuali condizioni dei detenuti in carcere; in particolare in un momento come questo, in cui gli operatori esterni non hanno accesso alla struttura e non possono denunciare eventuali abusi di potere da parte del personale in divisa, il grado di incertezza è alto. Emblematico è il silenzio delle autorità sul numero di morti durante e conseguentemente alle rivolte mentre a trapelare sono solo i numeri riguardanti il contagio da coronavirus, ad aprile 111 detenuti e 200 poliziotti circa.

Ma come funziona realmente il carcere italiano?

“Quando entri in carcere devi sperare di non aver né problemi né bisogno dei servizi del penitenziario”. Inizia così N. la sua intervista con Scomodo per spiegare la sua esperienza all’interno della Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino. “Il carcere funziona male ed è una m****”; N. spiega che i tempi sono dilatati: le giornate appaiono lunghissime e anche richiedere assistenza sanitaria, sostegno o accesso alle attività prevede tempi infiniti. 

La realtà carceraria italiana non coincide con l’immagine degli istituti penitenziari descritta dai film e dalle serie TV straniere: è ben diversa. 

Innanzitutto le attività scolastiche, lavorative e di sostegno, delegate ad operatori esterni, esistono realmente ma accedervi non è scontato. Pensiamo per esempio agli anni ’90: l’applicazione della legge Russo Iervolino aveva reso il carcere il vero e proprio braccio punitivo della società, con il compito di nascondere tutto ciò che non si doveva vedere tra le strade delle città: la tossicodipendenza e tutto ciò che ne deriva in primis. La diretta conseguenza fu un sovraffollamento memorabile delle strutture penitenziarie. “Nell’area dei nuovi giunti eravamo sei persone in 12mq e, una volta in sezione, eravamo in quattro o più per ogni cella. I suicidi erano tanti e infezioni ed epidemie si diffondevano velocemente” spiega R., ex detenuto proprio di quegli anni. “La faccia rieducativa del carcere neanche sapevamo quale fosse e probabilmente ne godeva una cerchia ristrettissima di detenuti”. 

La gestione della sanità è difficile ed entrambi gli intervistati insistono su un punto fondamentale: “a meno che tu non stia schiattando, non vieni immediatamente assistito”. Fino al 1999 la responsabilità sanitaria ricadeva principalmente sul Ministero della Giustizia: la collaborazione con il Ministero della Salute esisteva solo sulla carta e gli operatori sanitari dell’ASL e del Sert avevano un accesso limitato e insufficiente a garantire una vera e propria assistenza all’interno dei penitenziari. I tossicodipendenti, che affolavano le celle in quegli anni, erano i meno seguiti: “Se ti dichiaravi tossicodipendente venivi privato di dignità sociale, ma in compenso ti fornivano assistenza farmacologica. Ti sedavano e sballavano con il metadone, senza un supporto psicologico che determinasse le dosi corrette ”, spiega R. 

Il D.lgs “Riordino della medicina penitenziaria” del 1999 ha poi sancito una maggior collaborazione con l’ASL locale che si assume la responsabilità delle attività sanitarie dentro e fuori la struttura, assicurando “prestazioni analoghe a quelle garantite ai cittadini liberi” [art. 1]; è il Sert ad occuparsi dei casi di tossicodipendenza, garantendo la necessaria continuità assistenziale all’interno di un’apposita sezione carceraria che N. chiama “la Scalara”. Nel tempo il Repartino, ossia lo spazio ospedaliero dedicato agli arrestati con problemi clinici negli anni ‘90,  è stato poi sostituito dai reparti di Medicina Protetta che garantisce assistenza per patologie in fase acuta e interventi non possibili in carcere. Malgrado ciò, N. tende a precisare che la reale assistenza sanitaria è comunque inefficiente e il sostegno psicologico non è da meno. 

Ad oggi invece, le attività che scaglionano la giornata “tipo” di un recluso comprendono sia quelle didattiche che quelle di stampo lavorativo. Tendenzialmente alle attività scolastiche accedono i detenuti che ne hanno fatto richiesta al direttore e che hanno sostenuto il colloquio con gli operatori didattici; questi ultimi si impegnano il più possibile a creare dei programmi personalizzati e non precludono a nessuno l’accesso alla scuola secondaria o al polo universitario del penitenziario. Le problematiche in merito riguardano le spese per i materiali didattici, a carico dei detenuti stessi, e l’orario delle lezioni estremamente ridotto dai tempi imposti dalla struttura, per via di spostamenti e cambi turni inflessibili, tempi di apertura e chiusura delle celle. La collaborazione tra sistema penitenziario e attività interne ad esso è fondamentale per garantire l’efficienza dei servizi offerti, ma non sempre avviene nel migliore dei modi soprattutto quando comprende il personale in divisa. Le attività a stampo lavorativo permettono invece di imparare un mestiere o di avere un guadagno che può essere speso all’interno della struttura. Un ruolo chiave è lo Spesino, ossia il detenuto che si occupa di ritirare le liste della spesa per gli alimenti; nelle carceri italiane non esiste infatti una mensa vera e propria e per sfamarsi il detenuto può scegliere di cucinare ciò che compra o riceve dai parenti nella sua cella o mangiare ciò che viene servito dal carrello del penitenziario, che passa tre volte al giorno. La scelta alimentare dipende quindi dalla condizione economica individuale. Tale distinzione sottolinea come anche in una condizione di isolamento sociale gli individui vivano le medesime dinamiche della società esterna. Tuttavia le varie forme di discriminazione, a differenza di ciò che accade in altri contesti sociali, vengono superate da rapporti di reciproco rispetto tra detenuti e ciò rende possibile un vero e proprio equilibrio durante tutto il tempo di reclusione.

Un’ulteriore disfunzione è costituita dal fatto che la comunicazione con l’esterno spesso non è facile: N. spiega che le lettere e i pacchi a volte non arrivano e i colloqui possono essere prenotati solo dagli esterni e non dal detenuto. Tuttavia sono concessi 10 minuti di chiamata una volta a settimana e sei ore al mese di colloqui fisici, ora sostituiti con le videochiamate a causa dell’emergenza sanitaria. Ciò non risolve però le condizioni di vita di un detenuto che si trova in un reale stato di isolamento dalla società e diventa parte di una comunità compatta, composta da individui che probabilmente nella vita reale non frequenterebbe. In altre parole la socialità si riduce a mera sopravvivenza e senza delle attività che scaglionano la giornata, a parte la chiusura ed apertura delle celle, la vita carceraria è ancora più complicata e opprimente. Possiamo dunque immaginare come lo stato di emergenza imposto dal COVID-19 abbia fortemente influito sulla vita dei detenuti portandoli a reagire in maniera violenta e disperata.

Ne vale la pena

Carceri sovraffollate

Il sovraffollamento ormai patologico delle carceri e gli alti livelli di recidiva dei detenuti ci impongono di ripensare il nostro sistema penitenziario; la rieducazione del reo é la strada da seguire, in tal senso la  cittadinanza attiva può giocare un ruolo fondamentale.

Le differenti sfumature del concetto di pena

Quando generalmente si fa riferimento al reo, ossia a chi commette un illecito penale, si utilizza nel volgo comune l’espressione di “carcerato”, facendo riferimento implicitamente al concetto per cui l’unica condizione possibile del reo possa essere quella di stare in carcere. Bisogna considerare, tuttavia, che il concetto di pena, così considerata dalla giurisprudenza ma prima di tutto dalla teoria generale della pena, andrebbe assimilata e capita secondo significati riconducibili a più alternative di condanna. 

Due accezioni principali ed affermate nel tempo hanno improntato il concetto di pena nel diritto penale moderno: l’accezione di pena retributiva e quella di pena preventiva. La prima avrebbe banalmente la funzione di retribuire la collettività del male sociale arrecato, mentre la seconda, come suggerisce già il nome, di prevenire la futura commissione del danno stesso, evitando così qualsiasi recidività, sia nella collettività che nel singolo.

Entrambe le funzioni, seppur in misura diversa, sono state considerate ed applicate alla normativa della pena, ed in più occasioni la giurisprudenza stessa ha evidenziato come ai fini della rieducazione sancita dal comma terzo all’art 27 della Costituzione, questa debba avere una funzione globalmente polivalente, essendo necessaria per la sua applicazione che il condannato, partendo dalla percezione di giusta entità della condanna da espiare, venga messo in una condizione psicologica che lo dissuada da un’eventuale recidiva. 

L'emotività come pendolo normativo

La differente misura di approccio a questi principi si è differentemente articolata negli anni. Dopo l’iniziale periodo del dopoguerra, nei primi anni della costituzione attuale, vigeva  nel sentire comune e nelle misure normative una prevalenza di un concetto di pena retributiva, con le carceri che dopo uno dei periodi più violenti della storia italiana avevano iniziato a riempirsi drammaticamente a causa di un tasso di criminalità elevatissimo, oltre che di misure particolarmente restrittive per i rei di guerra, il tutto in un contesto generale che ancora sentiva gli strascichi del conflitto mondiale e necessitava di voltare una sanguinosa pagina. Negli anni 60′ si ebbe un’inversione di tendenza: cominciavano le prime mobilitazioni sociali per i diritti umani, con particolare attenzione pure ad alcune categorie fragili e marginali. Complici le politiche di promozione di diritti umanitari sia da parte di organizzazioni internazionali (ONU) che comunitarie (CEDU), in Italia si ebbe un importante passo in avanti con l’emanazione nel 1975 di una legge, la n.354, dotata di un carattere estremamente innovativo pure per il panorama internazionale, sia per le aspirazioni di cui si faceva portavoce che per le misure che introduceva; il legislatore rivoluzionava il concetto di pena nella sua esecuzione con l’introduzione di due misure, piuttosto moderne se si pensa che ancora oggi sono applicate, che abbandonavano l’idea di pena carcerocentrica: si trattava dell’affidamento in prova al servizio sociale e della semilibertà. La legge introdusse anche il concetto di libertà anticipata, che sull’idea della pena come mezzo per la rieducazione e non come fine ultimo, scontava 20 giorni di detenzione ogni semestre di buona condotta. Ad ogni modo, con le due misure sopracitate veniva così configurandosi per la prima volta il concetto di misura alternativa alla detenzione carceraria, seppur per l’esercizio di entrambe era necessario il passaggio in prigionia. Nell’affidamento ai servizi sociali, dopo un attento controllo sull’idoneità del comportamento del carcerato, avviene un percorso riabilitativo mirato e revocabile nel qual caso il soggetto si dimostri incompatibile con la misura; nella semilibertà invece vengono assegnati al detenuto dei permessi di uscita temporanea dall’istituto di detenzione per permettergli di proseguire attività utili al mantenimento dei rapporti lavorativi o familiari. A contribuire allo strumentario disponibile di misure alternative e a questo intento di connessione tra la realtà esterna e quella interna al carcere, è la c.d. legge “Gozzini” del 1986 che, provando a rafforzare dei principi che facevano difficoltà ad essere applicati, introduce l’istituto dei permessi premio e dà una prima forma alla misura della detenzione domiciliare. Quest’ultima, con la legge “Simeone-Saraceni” del 98′, verrà ulteriormente rafforzata con la possibilità di non fare ingresso in carcere in presenza di determinati requisiti (es: donna incinta, potestà genitoriale, età inferiore a 21 anni) e in presenza di reati non superiori a 4 anni. Di fronte ad una normativa così innovativa tuttavia, notevoli sono le contraddizioni che non hanno reso applicabile il sistema rieducativo auspicato dalla legge del 75’, oltre che le erronee politiche di breve termine che l’hanno accompagnata. Subito dopo la sua emanazione, grandi periodi di incertezza sociale e dell’opinione pubblica hanno fatto sì che il percorso per una riforma rieducativa sistematica di lungo termine venisse continuamente interrotto da scie di carcerocentrismo e da un sistema penitenziario incentrato sulla custodia, sulla messa in “sicurezza” tra le mura delle carceri; è questo il caso per esempio delle leggi del 77′, che nel periodo del terrorismo degli anni di piombo istituirono il carcere di massima sicurezza con l’aumento degli agenti di custodia, o il caso delle leggi dei primi anni 90′, dove nel periodo in cui la criminalità organizzata era venuta alla luce del sole si erano istituite misure speciali per i reati di mafia, il famoso 41bis. Tutte queste misure pendolari, insieme a strumenti inidonei per l’attuazione concreta delle misure alternative, avevano fatto sì che le carceri continuassero a riempirsi, con conseguenti e frenetiche reazioni statali di breve termine che portarono a politiche di clemenza piuttosto fragili strutturalmente. Amnistie ed indulti si sono susseguiti sin dagli anni 60, con risultati che molto spesso hanno portato a livelli di sovraffollamento solo momentaneamente bassi, in carceri che in pochi anni hanno visto il sopraggiungere non solo di nuovi ingressi, ma anche di molti tra i detenuti appena liberati, evidentemente non inseriti in alcun processo di reinserimento, dimostrando una mancanza di prospettiva con provvedimenti improntati soltanto ad arginare un problema molto più ampio. Significativo è l’episodio del maxi indulto del 2006, l’ultimo ed il più recente, che aveva previsto uno sconto di pena per tutti quei reati che avevano un residuo di condanna di tre anni e, per le pene pecuniarie, fino ad un valore di 10mila euro, per un totale di scarcerazioni che contava circa 26.000 detenuti. Il provvedimento prevedeva inoltre che chi dei detenuti fosse recidivo avrebbe dovuto scontare oltre alla pena sopraggiunta anche quella condonata. Tutto ciò, da un lato portò a un tasso di recidiva più basso rispetto alle aspettative, specialmente per i reati più gravi (nel 2007 circa l’11% per gli scarcerati ed il 6% per i soggetti in misura alternativa) e dall’altro tuttavia, quattro anni dopo nel 2010,  registrò un aumento dei carcerati che oltre ai 26 mila rilasciati quattro anni prima ne contava circa 4000 aggiuntivi, dimostrando di fatto l’inconsistenza del provvedimento nel lungo termine. In quegli anni la situazione versava in un totale stato di drammaticità, arrivando a porre detenuti nelle condizioni di scontare la pena in poco più di due metri e mezzo di spazio, una situazione disumana e giunta al suo culmine con la condanna rivolta all’Italia ed operata nel 2013 dalla sentenza della corte europea per i diritti dell’uomo: la c.d. Sentenza Torreggiani imporrà all’Italia di arginare la situazione carceri, considerata dalla corte stessa al di là dei limiti del trattamento umano dei detenuti. Ciò causerà di lì a poco ad una serie di misure emergenziali che, con una generale tendenza allo svuotamento carceri, porteranno nel 2015 alcuni tassi indicativi riguardo ai numeri di suicidi, colpevoli per reati inferiori ad un anno (da 8,8% a 5,3% dei detenuti), lavoratori (da 20% a 27%) ed iscritti ad un corso di studio (da 23,1% a 34,8%) come riportati dall’associazione Antigone nel XIII rapporto sulle condizioni di detenzione. Livelli, rispetto al 2010, notevolmente positivi, che così configurano momentaneamente una situazione di un carcere che somigli a quello che potrebbe essere.

Il cane che si morde la coda

La sentenza “Torreggiani” del 2013 ha costituito sicuramente uno spartiacque per il nostro sistema penitenziario, l’eccessivo carcerocentrismo è stato attenuato dalla promozione delle misure alternative alla detenzione che hanno permesso a migliaia di detenuti di scontare la pena fuori dalle carceri, partecipando inoltre a percorsi di risocializzazione più efficaci di quelli svolti negli istituti penitenziari.

Non dobbiamo però illuderci che la soluzione al sovraffollamento sia la semplice esecuzione penale esterna, poiché questa riesce a sortire i suoi effetti solo quando adeguatamente finanziata, potendo così lavorare sul reinserimento del detenuto ed evitare comportamenti recidivi che determinerebbero un inevitabile ritorno in carcere.

Le statistiche ci dicono, infatti, che solo il 17% dei detenuti che hanno seguito percorsi di risocializzazione commette nuovi reati, mentre chi non viene inserito in tali percorsi, dentro o fuori dal carcere, nel 70% è recidivo.

L’approccio securitario della nostra cultura penitenziaria ci porta a pensare che la società è sicura se il soggetto che ha commesso un reato è chiuso in carcere, dimenticandoci che, tranne che in pochi casi, questi torneranno nella società civile.

Reintegrare il reo nella società non significa solo ottemperare ad un dovere costituzionale e civile ma soprattutto significa concedere realmente una seconda opportunità al detenuto e garantire realmente la sicurezza della società.

La prevalenza dell’approccio securitario su quello rieducativo emerge chiaramente analizzando la  spesa del sistema penitenziario; dai dati del Ministero della Giustizia notiamo che per ogni detenuto vengono spesi in media 138 euro al giorno, di cui 98 euro sono spesi per il personale di sicurezza mentre solo 20 centesimi vengono spesi per attività rieducative come i percorsi scolastici, lavorativi e terapeutici.

Il risultato è la presenza di un agente di sicurezza ogni 1,9 detenuti e di un educatore ogni 94 detenuti.

Il problema del sovraffollamento, oltre ai necessari investimenti nella rieducazione, deve essere però affrontato a monte, cambiando la nostra concezione di pena; basti pensare che un detenuto su tre si trova in carcere per reati connessi allo spaccio. Il carcere per questo tipo di reati rischia di favorire la recidiva a causa dell’ambiente criminoso a cui il detenuto viene esposto. La costruzione di percorsi personalizzati di recupero all’esterno del carcere in ambienti più risocializzanti, rappresenterebbe al contrario un investimento per il sistema in termini di riduzione del sovraffollamento e della successiva recidiva.

L’incentivo alle misure alternative alla detenzione che vi è stato negli ultimi anni, con un aumento dei soggetti beneficiari, ha determinato solo un mezzo passo in avanti, in quanto gli investimenti irrisori nella rieducazione frenano la vocazione risocializzante e la stessa scelta del tipo di misura conferma questo orientamento negativo; delle tre misure previste in alternativa al carcere: messa alla prova, semilibertà e detenzione domiciliare, si tende a favorire molto quest’ultima in quanto presenta bassi costi per il sistema anche se allo stesso tempo è la misura che, proprio per la sua natura detentiva, presenta il minor contenuto risocializzante.

Al contrario la messa alla prova e la semilibertà prevedono la costruzione ad hoc di programmi di risocializzazione che offrono al beneficiario l’opportunità di agire nella società, di lavorare e di seguire programmi terapeutici.

Al riguardo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, ha risposto a qualche nostra domanda:

 

Parlando di misure alternative, il ricorso alla detenzione domiciliare sembra determinato da una maggiore economicità dell’istituto piuttosto che da un fine educativo. È d’accordo?

 

Sì, sono d’accordo.

Le misure sono tre: gradualmente la più larga è l’affidamento in prova, vivi da libero, ma con un programma di studio e lavoro concordato anche con il magistrato e svolto in modo molto serio e con un certo controllo, a volte rivolto anche a programmi terapeutici per dipendenze.

Poi c’è la semilibertà e la detenzione domiciliare, che è la più restrittiva e più vuota di contenuti, ma che costa meno, non avendo programmi, educatori o assistenti sociali. È anche la più semplice da mettere in pratica, non dovendo trovare percorsi di reinserimento o di lavoro. Semplicemente metti la persona a casa e te la scordi lì. Purtroppo è anche quella su cui tendenzialmente si punta, anche in situazioni di emergenza. Tu pensa che fino al 2010 (anno dell’emergenza penitenziaria) la somma delle tre misure alternative e il numero di soggetti in detenzione salgono di pari passo, non è che aumentando le misure alternative si sia diminuita la popolazione carceraria, semplicemente si è aggiunto un altro strumento per allargare il controllo penale. Dal 2010, con il decreto Alfano, scende il carcere e salgono le misure alternative, ma fondamentalmente sale la detenzione domiciliare, quindi la misura più vuota, solo contenitiva.

 

La detenzione domiciliare rispetto alle altre misure alternative crea un’esclusione sociale maggiore, di fatto penalizzando i meno abbienti?

 

Se si tratta di penalizzare chi non ha un domicilio, questa in realtà serve anche per l’affidamento in prova, così come una rete di sostegno serve anche per la semilibertà. Certo però che per accedere a queste misure serve dimostrare di avere una casa e un campo rom non è considerato tale dal magistrato di sorveglianza.

 

Come vengono seguiti i condannati in detenzione domiciliare?

 

Non vengono seguiti, di loro è incaricata la polizia e passa solo sporadicamente per controllare che non siano assenti. Al massimo può succedere che un volontario che già seguiva la persona in carcere si faccia poi autorizzare per fare visita, ma è rimesso all’iniziativa del singolo.

 

La rieducazione è sicuramente un’attività onerosa per il sistema penitenziario, la sua completa implementazione necessiterebbe di numerosi interventi alle strutture carcerarie e sul personale penitenziario non sostenibili dagli attuali fondi stanziati annualmente che si aggirano attorno ai 2.7 miliardi, in decrescita rispetto ai 3 miliardi del 2007.

In assenza di adeguati investimenti, una riforma del sistema penitenziario può e deve nascere da un rinnovata concezione culturale e sociale della pena.

Incrementando i rapporti di collaborazione con tutte le risorse del territorio, che possono dare un contributo concreto e specifico alla creazione di condizioni più favorevoli al reinserimento sociale, si ridurrebbero i costi necessari alla rieducazione, favorendo allo stesso tempo quel concetto di rete sociale che è il vero sinonimo di sicurezza.



 

Il personale nelle carceri italiane

I rapporti tra operatori e detenuti sono un aspetto tanto importante quanto delicato, e allo stato attuale le criticità sono diverse, tra una significativa carenza di organico e di politiche securitarie e una generale mancanza di risorse. 

Numeri e politiche del personale carcerario

 Uno degli elementi determinanti dell’esperienza carceraria è inevitabilmente il rapporto con il personale, che rappresenta l’istituzione più vicina ai carcerati dopo la sentenza. Abbiamo intervistato a riguardo Susanna Marietti, la coordinatrice nazionale di Antigone. Durante il colloquio, la prima criticità emersa è l’aleatorietà delle esperienze carcerarie: “Lo stato non si è mai speso per una strategia unitaria, è un tema che da sempre è dimenticato, se ne parla solo quando ci sono grandi fatti di cronaca, poi uno se ne dimentica. Come la polvere sotto al tappeto, ci leviamo di mezzo tutte quelle persone e quelle devianze verso cui non c’è attenzione mediatica. Non c’è attività centralizzata.” La coordinatrice evidenzia come, nel mondo penitenziario, tutto sia demandato sempre più alla periferia: “dal ministero ai provveditorati e dai provveditorati al direttore. Quest’ultimo è una sorta di dio sceso in terra, determina se il carcere è chiuso o aperto. Questa disparità è tutto fuorché conforme all’ articolo 3 della Costituzione. Addirittura a volte dipende dal singolo operatore che tipo di galera uno si può fare, e questo è veramente triste. Ogni carcere è un mondo a sé, anche a seconda del tribunale di sorveglianza: alcuni magistrati concedono le misure alternative più facilmente.”

Un altro aspetto problematico riguarda i numeri del personale: dal rapporto sulle condizioni di detenzione, pubblicato dall’associazione Antigone nel 2019, si riscontra una significativa carenza di personale, in particolare di quello civile. Infatti gli operatori in divisa, pur essendo anche loro sotto organico, sono comunque presenti in maggior numero rispetto alla media europea. I dati variano sensibilmente tra i vari istituti penitenziari, ma mediamente si ha un rapporto tra detenuti e poliziotti di 1,9, a fronte di una media europea di 2,6. Ciò vuol dire che si ha quasi un agente ogni due detenuti. Per quanto riguarda gli operatori civili, il rapporto sale a uno a fronte di 92 detenuti, per i funzionari giuridico-pedagogici, comunemente detti educatori, e di uno a fronte di 122 per i mediatori culturali, figure di supporto per i detenuti stranieri. Anche i direttori scarseggiano: il 49% di questi è impegnato su più di un istituto, con una conseguente impossibilità di far fronte alle esigenze specifiche dei singoli carceri. Commentando i dati, Susanna Marietti ci ha riferito che: “Molti di quelli che fanno formalmente parte dell’organico in divisa non sono presenti in carcere, ma lavorano in ufficio o nel Ministero oppure per l’esecuzione esterna”. Quando poi le chiediamo qual è il il ruolo dei sindacati di polizia in questa vicenda risponde che: “Il fatto di trovarsi sempre sotto organico è sempre stata una storica rivendicazione dei sindacati di polizia penitenziaria, che hanno un grosso potere nelle dinamiche del carcere. Questa è una cosa che noi denunciamo da lungo tempo. Purtroppo è così da tantissimo, sono trent’anni che mi occupo di carcere e ho sempre sentito del dramma degli educatori e della sproporzione degli agenti di polizia penitenziaria. Non c’è dubbio che le cose non siano cambiate anche per delle rivendicazioni dei sindacati di polizia penitenziaria, però non credo sia loro la responsabilità della composizione degli organici, quella è venuta molto prima. 

Poi dipende chiaramente da come vuoi intendere la custodia ―prosegue la Marietti― se vuoi un agente a guardia di ogni palo sarai sempre sotto organico. Mentre se vuoi un carcere più responsabilizzante, come ci ha insegnato il consiglio d’Europa, dove la custodia si fa con la conoscenza e la vicinanza ai detenuti e alle dinamiche interne di sezione, allora avrai bisogno di meno agenti e il controllo sarà anche più efficace. Serve indubbiamente più personale civile, se uno solo deve seguire 200 detenuti ci sarà sempre un problema”.

Eppure la mancanza di personale civile è parzialmente sopperita dall’attività dei volontari, presenti in maggior numero rispetto ad altri operatori civili: “Altra cosa ancora è quanto è demandato al volontariato ―continua la coordinatrice di Antigone― l’istituzione, un po’ pachidermica, un po’ con poche risorse, un po’ incapace, è ben contenta di lasciare che chi ha voglia le levi le castagne dal fuoco, pure gratis’’.

I volontari sono dunque una risorsa preziosa all’interno delle carceri, ma non possono essere visti come sostituti del personale interno, in quanto la funzione che esercitano è piuttosto diversa. I volontari infatti sono il principale punto di contatto tra i detenuti e la società esterna, ed è soprattutto attraverso il rapporto con essi che si gettano le basi per un futuro reinserimento in società del detenuto.

La rieducazione attraverso il personale

Come sottolinea Gianna Cannì, professoressa presso l’istituto Le Vallette di Torino, i detenuti hanno esigenze e capacità diverse e per questo sarebbero auspicabili dei progetti educativi e lavorativi il più personalizzati possibile, cosa molto difficile da realizzare con le risorse e il personale messi in campo allo stato attuale. Soprattutto il ruolo della rieducazione dovrebbe essere centrale, se si tiene conto che negli anni la popolazione carceraria è mutata sensibilmente da un punto di vista sociale. Negli anni 70, quando si è andato a strutturare il carcere come lo concepiamo oggi, i prigionieri erano principalmente politici e legati all’esperienza degli anni di piombo, con un livello medio di istruzione decisamente più alto della popolazione carceraria attuale. Inoltre, i detenuti erano per lo più italiani, mentre adesso uno su tre è straniero. Ad ogni modo, il sistema penitenziario continua a trascurare l’istruzione, elemento integrante della rieducazione e le politiche economiche ne sono la testimonianza. Nel 2019 solo il 7,4% dei fondi stanziati per l’amministrazione penitenziaria sono andati al personale civile, a fronte del 69% per la polizia penitenziaria, mentre solo lo 0,2% è stato allocato per l’istruzione, gli asili nido per i figli e le attività ricreative. Inoltre, nell’8% degli istituti non sono organizzati corsi scolastici di alcun tipo, mentre nel 35% di essi non ci sono corsi di formazione professionale. D’altra parte, dalle statistiche di Antigone emerge che il numero di persone coinvolte e interessate nello svolgere i corsi aumenta di anno in anno.  

L’aspetto rieducativo, fondamentalmente appannaggio degli operatori civili, è indubbiamente più delicato e complesso da mettere in atto, non solo dal punto di vista economico, ma anche per l’impegno richiesto al personale, ed è più comodo far prevalere su di esso l’aspetto contenitivo e securitario.

È impossibile credere che questo modo di concepire il carcere non arrivi agli operatori, alla magistratura e ai sindacati di polizia penitenziaria. Un esempio lampante è la proposta di decreto legislativo, avanzata dall’attuale maggioranza di governo, in materia di riforma del corpo di polizia penitenziaria, e in discussione prima dell’emergenza coronavirus. La riforma renderebbe la polizia penitenziaria non più subordinata a un dirigente civile, ma attribuirebbe la gestione degli istituti a un ‘comandante di reparto’ appartenente alla polizia penitenziaria. Il direttore, nel sistema carcerario attuale, è una figura di estrema importanza, poiché esterno all’ambito trattamentale e a quello contenitivo e, in quanto tale, garante di equilibrio e imparzialità. Il suo ruolo fondamentalmente amministrativo potrebbe essere assimilato a quello di un manager d’azienda e ha ben poco a che vedere con il compito di mantenere l’ordine, proprio degli agenti di polizia. Tuttavia, il dirigente penitenziario è una figura professionale ben poco valorizzata, come quella degli altri operatori civili. Basti pensare che negli ultimi 25 anni non sono stati assunti nuovi direttori. È evidente come la riforma in questione non andrebbe soltanto ad accentuare la predominanza degli operatori in divisa rispetto al personale civile, ma renderebbe anche più difficile il controllo dei primi, soprattutto nelle dinamiche di utilizzo delle armi o nella gestione dei casi di violenza sui detenuti. Il ruolo del direttore è quindi quanto mai fondamentale per gestire la polizia penitenziaria, che ha già di per sé un ampio margine d’azione, dovuto all’importanza del ruolo che riveste e alla sua prevalenza numerica. Tale riforma andrebbe a confermare, dal punto di vista normativo, l’involuzione culturale già in atto all’interno della società e degli organi dell’amministrazione penitenziaria. 

Secondo questa linea di pensiero, il carcere non è un punto di partenza per un reinserimento sociale, come sancito dall’articolo 27 della Costituzione, ma una conclusione, un luogo statico e sterile dove si finisce esclusivamente per essere allontanati e puniti.  La situazione del personale carcerario nasconde dunque le stesse problematiche di fondo che riguardano il sistema carcerario nel suo complesso: la mancanza di un approccio unitario e centrale, una maggiore attenzione rivolta all’aspetto securitario che si riflette particolarmente sugli investimenti e sui numeri del personale. Per la costruzione di un clima più sano in carcere, per una rieducazione nuovamente centrale e più efficiente, è fondamentale potenziare il personale, in particolare quello civile, riconoscendo così la centralità dell’aspetto umano all’interno del sistema carcerario.

Con i contributi di

Samanta Zisa
Samanta Zisa

Redattrice

 Bianca Pinto
Bianca Pinto

Redattrice

Andrea Calà
Andrea Calà

Redattore

Ettore Iorio
Ettore Iorio

Redattore