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La Germania ha una dipendenza tossica

Il ruolo del carbone nel Paese alla luce della crisi energetica ed ambientale è sempre più controverso

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Le sanzioni (e successive politiche di ritorsione) in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, combinate con gli effetti delle distorsioni causate dalla pandemia di Covid-19, hanno soffocato l’offerta di combustibili fossili nei mercati Europei.

Tra i Paesi europei, la Germania è particolarmente vulnerabile ad una crisi di approvvigionamento di questo tipo. Da un lato, il Paese ha la più alta domanda di elettricità in Europa. Dall’altro, la maggior parte di questa domanda viene soddisfatta importando e bruciando gas, carbone e petrolio (ovvero quelle materie prime il cui prezzo è salito alle stelle di recente). A questo si aggiunge il fatto che fino alla fine del 2021 il principale fornitore del Paese era la Russia

A partire dalla primavera del 2022, il governo tedesco si trova in una posizione difficile. Bisogna trovare un modo per soddisfare la più grande domanda di energia del continente, pena il collasso dell’economia del Paese, ma i combustibili fossili importati sono sempre più inaccessibili e costosi. Per rispondere a queste sfide, vengono attuate una serie di politiche che mirano a ridurre la dipendenza della Germania dai mercati internazionali. Alcune favoriscono la transizione energetica, incentivando gli investimenti nelle energie rinnovabili e promuovendo la sobrietà dei consumatori e dei produttori. Altre, invece, vanno nella direzione opposta: quella del carbone.

Invertendo un trend lungo nove anni, a partire dal 2021 la presenza del carbone nel mix energetico del paese torna a crescere. Se nel 2019 il governo aveva implementato un piano per abbandonare definitivamente l’uso di questo materiale entro il 2038, adesso le priorità sembrano essere cambiate. Per rimpiazzare una parte dell’energia prodotta in precedenza con gas e petrolio russi, diverse centrali a carbone che avrebbero dovuto essere dismesse nel 2023 (secondo la tabella di marcia stabilita nel 2019) sono invece rimaste attive quest’anno. Allo stesso tempo, la difficoltà nel reperire gas nei mercati internazionali è stata usata per dare legittimità politica alla decisione di procedere con l’espansione delle miniere di lignite Garzweiler Uno, che adesso include il terreno sotto Keyenberg ed il suo impianto eolico, e Garzweiler Due, che ha inglobato Lutzerath.

In entrambi i casi, non tutti erano d’accordo con l’idea di distruggere questi piccoli paesi nel mezzo della Nordreno-Vestfalia. Negli anni, migliaia di attivisti hanno occupato le due aree per impedire l’espansione delle attività minerarie della compagnia RWE. Le proteste, tuttavia, non sono riuscite a fermare i due allargamenti. A Keyenberg i lavori sono iniziati nell’ottobre del 2022, a Lutzerath a gennaio di quest’anno. Se il caso di Luthzerath è quello che ha ricevuto più attenzione mediatica, quello di Keyenberg è sicuramente il più contraddittorio. Il governo che lo scorso agosto ha approvato un piano da 12 miliardi per espandere la produzione nazionale di energia rinnovabile è lo stesso che ha autorizzato RWE a smantellare un impianto eolico già esistente e funzionante. E per cosa? Per allargare una miniera di lignite.

Per il governo, aumentare la produzione di carbone è una scelta inevitabile: bisogna rimpiazzare il gas russo, troppo costoso e politicamente controverso. Per gli attivisti che hanno occupato questi due siti il problema è un altro: se il combustibile sotto Lützerath e Keyenberg viene bruciato, per la Germania rispettare i target di riduzione delle emissioni di gas serra concordati nel 2015 a Parigi diventa impossibile. Gli studi del German Institute for Economic Research (DIW) e del gruppo di consulenza energetica Aurora supportano questa previsione. 

I dibattiti intorno alla demolizione di Lützerath e Keyenberg si collegano a una questione più ampia: il carbone può essere considerato una soluzione temporanea alla crisi energetica? Rispondere non è facile.

Se quello che cerchiamo è un modo per rimpiazzare in maniera immediata il buco lasciato dai combustibili russi, consumare più carbone sembra essere una strategia efficace e facilmente realizzabile nel breve termine. Nei mercati internazionali, il carbone è un sostituto più economico del gas. A livello domestico, la lignite (o “carbone bruno”) può essere ancora estratta all’interno del territorio nazionale. Di conseguenza, quest’ultima è una fonte di energia più affidabile e meno volatile, in quanto è meno esposta a shock esogeni. Il suo utilizzo contribuisce anche a rafforzare temporaneamente la sovranità energetica del paese. A queste considerazioni si aggiunge il fatto che l’infrastruttura per trasformare il carbone in energia è già presente sul territorio nazionale ma, a seguito del piano approvato nel 2019, è sfruttata solo in parte. Un aumento di produzione richiede quindi tempi più brevi ed investimenti minori rispetto ad altre fonti (specialmente se si parla di rinnovabili o nucleare).

Tuttavia, questi vantaggi hanno un grande costo ambientale e sociale. Il carbone è la fonte di energia più letale al mondo. Secondo uno studio del 2007, in Europa per ogni terawattora prodotto usando l’antracite muoiono 25 persone. La figura sale a 32 per la lignite. Nel caso specifico della Germania, ogni anno l’utilizzo del carbone è responsabile di 2260 morti premature. La ragione di questo macabro primo posto è piuttosto semplice: il carbone (e in particolare la lignite) rilascia un’elevata quantità di sostanze tossiche nell’atmosfera. Per rimanere in tema di medaglie d’oro, la combustione di carbone è anche la principale responsabile del cambiamento climatico antropogenico, emettendo più CO2 per gigawattora di gas e petrolio. Questo secondo primato spiega il banner «1,5 gradi significa che Lützerath rimane» appeso all’ingresso di Lützerath occupata: se la Germania non smette di usare il combustibile fossile più letale ed inquinante in tempo, rispettare gli accordi di Parigi diventa essenzialmente impossibile. 

Gli esempi di Lutzerath e Keyenberg evidenziano anche un altro importante limite del carbone. Le miniere di lignite ed antracite consumano una crescente quantità di suolo e, nella loro costante espansione, distruggono gli ecosistemi sociali e naturali dei territori che vanno ad occupare. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, circa 300 paesi sono stati demoliti per fare spazio alle operazioni di estrazione e più di 120 mila persone sono state sradicate dalle loro comunità e trasferite altrove. In alcuni casi, anche parti del patrimonio culturale locale sono state rase al suolo, come la chiesa di San Lamberto a Immerath. Insieme con gli insediamenti umani, l’estrazione mineraria distrugge anche gli habitat della flora e fauna locale, aumentando il rischio di perdita di biodiversità.

Cosa fare di questa – forse un po’ sproporzionata – analisi dei pro e dei contro? Alla luce di tutto quello di cui abbiamo discusso fino ad ora, l’aumento dell’uso del carbone non può essere considerato come una risposta efficace alla crisi energetica. Il ragionamento dietro questa risposta è molto semplice. Il carbone ha un costo sociale ed ambientale difficilmente giustificabile, come dimostrato dal fatto che nel 2019 il governo tedesco ha deciso di eliminarlo dal suo mix energetico entro il 2038. Allo stesso tempo, però, questo combustibile è tutt’oggi un pilastro dell’economia tedesca. Nel 2022, ha soddisfatto il 31% della domanda nazionale di energia e nel 2018 ha garantito quasi 40000 posti di lavoro (quest’ultimo dato è un po’ vecchio ma, visti i trend descritti fino ad ora, è ragionevole pensare che anche le cifre aggiornate siano considerevoli). Questo significa che liberarsi del carbone senza causare una crisi socio-economica richiede tempo – almeno fino al 2038 secondo il governo tedesco. Cancellare il progresso fatto dal 2019 ad oggi in risposta alla crisi energetica rende questo processo più lungo di quanto non debba esserlo, causando quindi più morti prevenibili, più consumo di suolo e più inquinamento e rendendo ancora più difficile il raggiungimento dei tagli di emissioni previsti dagli accordi di Parigi.

Naturalmente, questa linea di ragionamento va oltre i confini della Germania e, mutatis mutandis, si applica a tutte le soluzioni politiche che mirano ad affrontare la crisi energetica ed ambientale.

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