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Due anni dopo, Buča mostra che la guerra in Ucraina non è ancora finita

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Due anni fa

La mattina del 24 febbraio 2024 mi sveglio presto, corro in metro e scendo alla fine della linea rossa. Chiamo un Bolt. «To Buča» dico, mostrando al tassista la posizione che Viacheslav mi ha inviato. Nel taxi sistemo alcuni appunti presi sui fatti di Buča e mentre sto ancora controllando quali sono le novità a Kyiv nel giorno dei due anni dall’invasione full-scale, il tassista si ferma. Il viaggio è durato solo venticinque minuti, molto meno di quanto mi aspettassi. 

La piccola piazza del centro di Buča è ancora deserta. Ci sono solo moltissimi piccioni e i cartelloni ad altezza uomo con i volti dei caduti provenienti dalla città o dalle zone limitrofe. Dopo pochi minuti, vedo un uomo sulla quarantina che mi fa cenno, mi ha riconosciuta, ci presentiamo. Ha il volto stanco ed è vestito con abiti tecnici, interamente di nero.

Gli stringo forte la mano e mi presento. Guardando i volti degli uomini sorridenti suoi coetanei sullo sfondo bianco e giallo dei cartelloni alle sue spalle, non posso fare a meno di chiedergli dove fosse quando la guerra è cominciata. «La guerra non è iniziata due anni fa, ma nel 2014» mi corregge e subito ci mettiamo in cammino verso la chiesa di Sant’Andrea. 

«Sono originario di Buča, per questo conosco bene il territorio»  mi dice mentre si copre la testa con un berretto di lana grigia. Mi racconta che, quando due anni fa ha sentito i bombardamenti così vicini alla capitale, lui e sua moglie hanno deciso di scappare nella regione di Rivnia vicino alla Bielorussia. «Mia figlia aveva solo due mesi. Ero un giornalista per la BBC prima di questi due anni, poi ho continuato sempre con loro come freelance».

Mi guardo attorno e mi sorprende un po’ vedere le insegne dei bar e dei negozi accese. Buča è rimasta sotto il controllo dei russi per quasi un mese dal 3 al 31 marzo 2022 ma da febbraio fino ad aprile e nei mesi successivi non c’erano acqua, elettricità, riscaldamento e molti edifici sono stati bombardati.  

Immagino V. due anni fa lontano da questa città e gli domando quando ha cominciato a capire che cosa stesse accadendo qui.

«Ho saputo di quello che stava succedendo perché molti di quelli che conoscevo erano rimasti. Attraverso Viber, Telegram, Messenger, Whatsapp le persone trovavano il modo di inviarci video e foto di ciò che accadeva, ora tutto ciò che in quelle settimane è stato condiviso rappresenta una prova».

La chiesa di Sant’Andrea e le fosse comuni

Camminiamo e mentre parliamo mi indica un edificio bianco dai tetti dorati, la tipica costruzione ortodossa, come ce ne sono tante nella città di Kyiv non lontano da qui. A febbraio 2022 la chiesa era ancora in costruzione e sui muri sono visibili i segni provocati dai proiettili e dai colpi di mortaio. Qui a pochi passi è stata trovata la più grande fossa comune della città. Durante l’invasione è stato lo stesso sacerdote della chiesa a negoziare con i soldati russi la possibilità di avere un luogo nel quale seppellire i corpi che a centinaia giacevano per le strade o erano ammassati nella camera mortuaria. 

«Quando sono tornato, stavano riesumando i corpi di quelli che erano stati portati qui. C’era una gru all’inizio e con la porta di una casa avevano creato una barella su cui adagiare il corpo. Hanno tirato fuori centinaia di persone, ma questa non è l’unica fossa che c’era. Ce n’erano altre qui attorno con all’interno due, tre o una decina di corpi. Questo era l’unico posto più sicuro in cui portare i morti, quando i Russi lo permettevano». 
V. mentre cerca delle foto da mostrarmi nella galleria del telefono: «Vedi, molti corpi morti venivano trascinati, erano tanti in tutta la città e in questa foto si vede bene, c’erano delle persone che per portarli utilizzavano i carrelli della spesa». 

Sul perimetro dove prima era il fossato, ora compare un’installazione di acciaio su cui sono incisi i nomi di tutti coloro che sono morti durante il mese di occupazione. Per molti di loro l’indicazione della data di morte è marzo 2022, per tutte le persone fucilate nelle strade o trovate morte in case e scantinati è infatti impossibile risalire al giorno esatto del decesso. 

Noto, nel secondo pannello alla mia altezza, due targhe molto vicine. Timur, nato 26 luglio 2020, morto 14 marzo 2022. Iryna, nata 20 marzo 1923, morta 2 marzo 2022.  «Quanti sono?» chiedo.  «Solo a Buča sono state uccise più di quattrocentocinquanta persone, ma in tutta l’area limitrofa sono molti di più, il numero è sottostimato, si immagina che siano quasi seicento. Ancora dopo un anno e mezzo a volte tra qui e Irpin si trovava qualcuno. Anche ad Irpin, che è proprio qui dietro, sono morti in tanti, più di trecento. Inoltre in quei giorni era impossibile ricevere assistenza medica, qui ci sono persone torturate, uccise ma anche persone che sono morte per cause naturali e che in condizioni diverse si sarebbero salvate».

In uno dei cartelloni di fronte al memoriale leggo che molti dei corpi ritrovati non hanno ancora un nome. Sono spesso interi nuclei familiari arrivati dall’est dopo il 2014, dalle regioni del Donbass e non solo. Non ci sono parenti con cui verificare il DNA. Sono stati tutti analizzati e non è raro che qualcuno riesca ancora  a identificare un proprio conoscente o familiare. 

Yablunska street

Dalla chiesa un taxi ci porta a circa tre chilometri da lì. Mentre saliamo suonano gli Arctic Monkeys alla radio. 

Have you got colour in your cheeks? 

«Ora stiamo andando verso l’inizio di Yablunska street. Significa apple street» mi dice V., mentre scambia qualche parola in ucraino con il tassista. Il taxi procede rapido su una strada più grande rispetto alle altre che abbiamo percorso a piedi. Leggo su un cartello la grande scritta Irpin in lettere cirilliche. Nel cartello sottostante, una freccia nella stessa direzione indica Kyiv: la capitale è a pochi chilometri. «Durante l’occupazione, la linea del fronte passava proprio qui, questa strada rappresentava un punto strategico».

Ascolto V. darmi informazioni passando con facilità dall’ucraino all’inglese mentre i palazzi, di cui molti ancora in ricostruzione, scivolano veloci fuori dal finestrino «Guarda, lì c’è la casa dei miei genitori» dice indicando un condominio bianco. Lo vedo di nuovo guardare oltre il parabrezza «Solo in questo tratto sono state uccise quasi quaranta persone. È diventata il simbolo del massacro di Buča anche perché molte delle foto diventate virali subito dopo l’occupazione sono state scattate qui. In questo punto c’era la base militare e sempre da qui sono partite molte delle indagini per dimostrare i crimini di guerra commessi».

La roulette russa

Un passo dopo l’altro camminiamo sul ciglio della strada, che è piuttosto trafficata e V. mi racconta nel dettaglio dei giorni più cruenti dell’occupazione. «Quando i russi sono arrivati qui, molti si sono dati alla fuga e nei primi giorni sono rimasti attivi alcuni corridoi umanitari, i miei genitori sono riusciti a scappare grazie a uno degli ultimi. Dopo poco  è iniziata la vera roulette russa».  Tira un grosso sospiro. «Bastava essere nel posto sbagliato per essere uccisi o catturati e poi interrogati e torturati. Molti avevano nel telefono foto e video di quello che stava accadendo. Quando li fermavano controllavano sempre il cellulare e ci sono persone che sono state fucilate per una sola foto. Non averne in galleria non faceva alcuna differenza, se non ce n’erano ti dicevano che eri quasi sicuramente una spia e che le avevi cancellate tutte». 

Scuote la testa e sento il suo tono di voce alzarsi un po’. «Non c’era nessuna logica, nessuna regola morale, spesso uccidevano anche solo per intimidire. Un mio caro amico un giorno è andato al supermercato per cercare del cibo. Gli hanno detto che non poteva entrare e gli hanno mostrato il corpo di una persona a terra poco lontana. Se non vuoi fare questa fine devi andare via. Essere rimasti qui è significato essere sempre a rischio».

Anche per chi era in fuga attraversare un posto di blocco o una strada nel momento sbagliato significava perdere la vita. Sono decine le macchine crivellate di colpi con la scritta “bambini” su un foglio di carta e attaccata sul parabrezza dell’automobile con il nastro adesivo, molti i corpi trovati a cavallo di una bicicletta con un fazzoletto bianco al braccio per segnalare di essere civili. Chi si è salvato racconta di aver premuto il piede sull’acceleratore e aver chiuso gli occhi, senza sapere se sarebbe sopravvissuto ai colpi di artiglieria di fronte o alle sue spalle.

Yablunska n. 144

Arriviamo al numero 144 di Yabulska street, un edificio di quattro piani in cemento simile per struttura a una scuola o un centro amministrativo. «Questa è stata la base militare russa durante l’occupazione, dentro era stato tutto messo a soqquadro. Le persone venivano portate in questo luogo per essere interrogate e vicino c’è una casa casualmente dotata di ben cinque telecamere, hanno provato a romperle ma hanno continuato a funzionare. Ci sono ore e ore di video dove si vedono chiaramente i soldati russi fare avanti e indietro con tante persone, perlopiù civili. In uno di questi video ci sono dieci uomini che camminano a testa bassa in fila indiana. Sono stati uccisi qui». 

Un uomo ci chiede cosa facciamo lì.  «Giornalisti» risponde V.  Non entriamo, aggiriamo l’edificio a sinistra e raggiungiamo un piccolo spiazzo aperto. Ci sono quattro gradini che portano a un’entrata secondaria e le foto di otto uomini sulla parete laterale. Vicino a queste sventolano due bandiere ucraine e ce n’è una terza sulla recinzione proprio davanti. 

«C’erano alcune milizie locali a Buča prima che i russi occupassero la città, molti dei membri sono riusciti a fuggire prima dell’occupazione, mentre un gruppo di nove si è nascosto su questa stessa via al numero 31. Questa idea gli è costata la vita, sono stati trovati e portati qui. Il video dove camminano in coda uno dietro l’altro permette di identificarli tutti. Il primo è stato ucciso subito, il più giovane aveva 28 anni. Gli altri sono stati torturati e fucilati. Poco dopo l’inizio dell’invasione avevo saputo da un’amica che non aveva più notizie del marito da diversi giorni. L’hanno trovato qui solo dopo aver liberato la città ma sono stati uccisi tutti tra il 4 e il 5 marzo. Sono rimasti in questo posto per diverse settimane». 

Sui gradini ci sono ancora i segni provocati dai proiettili sparati quando similmente i corpi erano già a terra.   «Uno di loro è sopravvissuto, è per questo che sappiamo nel dettaglio cos’è successo. Gli avevano sparato all’addome e si è finto morto sperando che non notassero il suo respiro nell’aria gelida. Altri come lui erano ancora vivi, ma al minimo movimento sono stati giustiziati con dei colpi alla testa. Lui ha aspettato che i russi se ne andassero ed è riuscito a scappare. È un miracolo».

Il monito della città

«Se fossi rimasto qui, essendo un giornalista sarei sicuramente morto» mi dice V. mentre beviamo una birra in uno dei bar del centro. «Sono arrivato poco dopo che i russi se n’erano andati e subito è nata l’idea di girare un documentario su quello che era accaduto». 

V. è solo uno dei tanti giornalisti e giornaliste che hanno raggiunto queste zone appena dopo l’occupazione, rivelando al mondo e rendendo fruibili i fatti avvenuti in questa zona e in tutta l’area a nord ovest di Kyiv nei primi mesi dell’invasione.  Recuperare testimonianze, conservare prove e indizi è infatti parte essenziale dell’ingente lavoro investigativo necessario per dimostrare i crimini commessi e le innumerevoli violazioni sugli accordi internazionali. 

È difficile dire come mai a Buča e in tutta l’area limitrofa l’avanzata sia stata così violenta. «I russi credevano che in poco tempo avrebbero avuto accesso alla capitale, che le città li avrebbero accolti senza nessuna resistenza. Sono anche in parte convinto che fossero frustrati dalle perdite subite e per questo si sono accaniti sui civili». 

A oggi sono noti i nomi dei generali che hanno guidato questa missione, come sono anche noti i nomi dei soldati appartenenti al 234° reggimento, ritenuto responsabile dell’occupazione della città. Buča però non è un caso isolato. Seppur con diversi gradi di intensità in molte altre città in cui i russi hanno tentato di prendere il controllo per poi essere respinti, si indaga su eventuali crimini di guerra e chi era presente racconta di metodi particolarmente violenti. 

Rispetto a questi luoghi Buča ha un importante valore storico perché qui la gravità degli atti commessi ha goduto anche di un’immediata notorietà.   Ciò è dovuto a due fattori fondamentali.  Il primo è l’impossibilità da parte dell’armata russa di cancellare i fatti prima di lasciare la città non riuscendo a eliminare le prove in grado di dimostrarli.  In secondo luogo, la disponibilità di decine e decine di contenuti scioccanti e facilmente accessibili da tutti i canali mediatici in ogni parte dei cinque continenti ha acceso un riflettore sulla vicenda garantendo anche la conservazione e la divulgazione di testimonianze foto e video da quel momento indelebili. 

Ci sono luoghi, come Mariupol e più in generale tutte le regioni conquistate, dove i russi non sono mai andati via. Di questi posti sappiamo pochissimo, la censura è estremamente capillare e  le poche informazioni emergono dalle testimonianze di chi è riuscito a scappare.  I testimoni oculari e le persone rifugiate che ho conosciuto -in particolare tra Leopoli e Kyiv- raccontano di un processo inesorabile di annullamento: non solo dell’identità culturale del popolo residente, ma anche della memoria collettiva dei crimini commessi dall’esercito invasore dal suo arrivo in poi.

«Non possiamo smettere di ricordare quello che è successo qui» conclude  V. prima di buttare giù l’ultimo sorso di birra. 

Il ricordo

Mentre camminiamo per raggiungere la fermata dell’autobus che mi riporterà indietro, percorriamo la strada a ritroso e passiamo di nuovo di fronte alle gigantografie dei caduti. Vedo V. riconoscere i volti di molti di loro e su uno in particolare schiaccia il dito indice  sul nome scritto in nero. «Lui era un mio compagno di scuola». Due pannelli più avanti accelera il passo «Con lui eravamo nella stessa squadra da ragazzi».  

Ora la città sembra più affollata, ci sono tante famiglie ma soprattutto anziani. Una donna posa la testa su una delle foto sgranate. Si tratta di un uomo di quarant’anni dagli occhi azzurri, sorridente, immortalato nella sua tenuta militare. Lei lascia cadere un fiore e con la fronte ancora in corrispondenza della guancia di lui piange sommessamente. 

«Tutti abbiamo perso qualcuno che conoscevamo». 

Una bambina corre provocando il volo dei tanti piccioni appollaiati attorno al memoriale. Si alzano irrequieti dal piazzale e per ognuno che si libra in aria altri fanno lo stesso in un turbolento effetto domino. 

«Riconosci le persone che sono state qui durante l’occupazione dai loro occhi» mi dice V. nel breve caos causato dallo stormo. «Sono spaventati, finché questa guerra non finirà avranno sempre paura che i russi possano tornare e che possano negare tutto ancora». 

Ora gli uccelli sono tornati al loro posto, il chiacchiericcio dei passanti diventa udibile di nuovo e con esso si irradia l’eco dello sbattere di ali appena terminato. 

Del caos di poco fa non resta che un silenzio incerto e un doloroso ricordo. 
di Giulia Palladini (Giulia Palladini)

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