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Benvenuti nell’età del turismo

I disagi provocati dal turismo moderno sono sotto gli occhi di tutti, nelle mani dei potenti e sulla bocca dei residenti. Il turismo del XXI secolo, sempre più frenetico ed infernale per tutti coloro che lo vivono, non è quasi più un piacere. Ci siamo chiesti a che punto sia la discussione su questo nuovo turismo, se le proposte messe in atto dalla politica siano efficaci e se sia effettivamente possibile pensare ad una forma di turismo che sia sostenibile.

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Il freddo non ha fermato le vivaci orde di turisti che riempiono le strette vie di Hallstatt, Austria. A passare tra la folla si fa fatica, anche solo avvicinarsi alle bancarelle dei mercatini di natale risulta più un’impresa che un piacere. Volgere lo sguardo verso le imponenti Alpi? Impossibile. Con difficoltà si riesce a scorgere ciò che è poco oltre il proprio naso. Allora ci si può provare a spostare verso il belvedere, dove gli spazi più ampi sicuramente consentiranno a tutti di godere del panorama. La visione che si presenta è tragica: un infinito serpente di turisti, alla testa del quale meccanicamente si sostituiscono gli astanti che, quasi fosse un dovere più che un piacere, puntano le loro macchine fotografiche in direzione del piccolo borgo e del suo lago, producendo sgradevoli suoni metallici. Quasi fosse un rituale, scandito dai click dei loro apparecchi, il serpente nasce e muore corso della giornata. Sintomo di un turismo mordi e fuggi che ricerca un’estetica plastica e fittizia piuttosto che un ricordo da conservare.

 

Nel borgo, patrimonio Unesco dal 1997, si è sempre vissuto in sinergia con i turisti. Qualcosa è poi cambiato: i circa 800 cittadini del borgo si sono visti invadere progressivamente da volumi di turisti sempre maggiori, ben oltre le loro possibilità di accoglienza. In maniera inattesa, la città scivola via dalle loro mani e quel luogo sicuro e rilassante nella natura incontaminata, si trasforma in una rumorosa macchina infernale. E allora con un moto di orgoglio, i cittadini sfiniti provano a riappropriarsi del loro paese, costruiscono un muro per impedire le foto e chiedono a gran voce che il fenomeno turistico venga adattato alle necessità e possibilità del borgo.

 

Il piccolo paese austriaco non è il solo a combattere per un turismo più etico, periodicamente i cittadini di ogni parte del mondo sentono la necessità di riappropriarsi dei loro spazi e lottano contro un sistema che cerca di riplasmare il concetto di città e il modo di viverla, piegandola all’ingordigia capitalistica.



La logica del turismo 

Il turismo «è ormai la più importante industria di questo nuovo secolo», queste le parole del sociologo Marco D’Eramo, secondo cui questo fenomeno è talmente importante da poter definire un ‘epoca. 

Con ricavi che raggiungono la cifra astronomica di 1580 miliardi di dollari (nel 2017) il turismo internazionale si configura come una vera e propria potenza economica, se a questo aggiungiamo quello interno ad ogni paese le cifre crescono ancora raggiungendo altri ordini di grandezza. Forse è proprio il caso di dire: benvenuti nell’età del turismo.

 

Il sociologo romano descrive questo settore dell’economia come «l’industria più pesante, più importante, più generatrice di cash flow del XXI». Un’industria che trascina dietro di sé un’ infrastruttura immensa, definita da Stephen Britton «tourism production system». Questo apparato si estende dalle catene alberghiere alle agenzie di viaggi, dall’industria dei souvenir a quella della ristorazione, fino alle compagnie di trasporti. Un’immensa ragnatela economica che permette al turismo di esistere e di creare profitti. 

 

Ogni anno a usufruire di questa gigantesca macchina sono centinaia di milioni di esseri umani. Dagli anni ‘70 ad oggi il numero dei turisti internazionali è aumentato vertiginosamente, siamo passati dai 116 milioni del 1970 a 1,46 miliardi del 2019, un incremento del 700% in 50 anni. Senza considerare le cifre relative al turismo nazionale. Numeri da capogiro se pensiamo che il turismo in senso moderno è un fenomeno relativamente recente, nato appena duecento anni fa, che ha progressivamente coinvolto fasce di popolazione sempre più ampie. Il turismo moderno appare legato «alle trasformazioni della cultura del consumo e riflette i nuovi gusti e stili di vita» come scrive Sarah Gainsforth in Oltre il Turismo, Eris Edizioni 2020.  

 

Queste masse di turisti che si muovono nel globo, tuttavia, non si distribuiscono omogeneamente sulla superficie terrestre, ma hanno una spiccata tendenza alla concentrazione. Si generano così gli inquietanti serpenti di corpi umani che invadono, talvolta ciclicamente, alternando il ritmo delle stagioni, oppure perennemente le capitali europee, i paesini alpini, le metropoli globali o le città d’arte italiane.  Le varie destinazioni, sempre le stesse , competono sul mercato per attrarre a sé il «serpente umano» più lungo. Questo, dopo aver consumato (divorato) a suon di fotografie (tutto) ciò che doveva fotografare, (quasi fosse un imperativo morale) fa letteralmente le valigie e torna a casa in vagone notte oppure sul sedile di un volo internazionale rigorosamente low cost. 

Una nuova malattia:  l’iper-turismo

Ci troviamo di fronte allo stadio più estremo del turismo di massa, l’overtourism. Il vocabolario dei neologismi Treccani lo definisce in appena 200 caratteri «s. m. inv. Sovraffollamento turistico, concentrato in alcuni periodi dell’anno in città e siti famosi, che provoca o può provocare danni ai monumenti e all’ambiente, oltreché disagi per i residenti». Traducibile anche con la parola iper-turismo, questo fenomeno non è facile da definire in modo preciso. 

 

Secondo uno studio condotto dall’Unione europea, questo fenomeno ha luogo nel momento in cui il flusso di turisti in una determinata destinazione diventa insostenibile rispetto ad alcuni parametri come la capacità fisica ed ecologica di accoglienza, la capacità psicologica individuale di gestire il sovraffollamento o la capacità economica di assorbire la domanda turistica.  

Questa forma estrema di turismo sta diventando sempre più comune, in Italia già diverse città soffrono di questa malattia, di cui Venezia è considerata la capitale mondiale. 

 

Una malattia che silenziosamente, o meglio a suon di scatti fotografici, svuota progressivamente le città, le trasforma e le rimodella ai suoi fini. Samuel Stein definisce il turismo come un’ideologia, uno «strumento con cui le città riorganizzano spazi, politiche ed economie urbane attorno ad istanze di viaggiatori con disponibilità economica». Spesso le città con la scusa del turismo cercano di arginare una progressiva crisi di settori economici tradizionali, come quello industriale e manifatturiero, riconfigurandosi e cercando di risultare appetibili sul mercato turistico. Il quale tuttavia, nella sua versione mordi e fuggi, genera effetti di natura completamente diversa rispetto a quelli prodotti dal tessuto economico precedente. 

Stando a quanto ci ha detto Sarah Gainsforth, questo avviene perché: «il turismo crea una ricchezza, ma questa ricchezza viene distribuita in filiera spesso nascosta, una filiera globale che allontana la ricchezza prodotta dai singoli territori». 

 

Rielaborando ciò che Marco D’Eramo ha scritto in Il maiale e il grattacielo (1999), come la città di Chicago è stata plasmata sotto la spinta della logica cannibale del capitale, oggi molte città storiche del vecchio continente si stanno trasformando e piegando alla logica del capitale del XXI secolo, la logica del Turismo. 

Questa porta a vedere il patrimonio culturale e le bellezze naturali, come un giacimento da cui spremere ogni goccia di profitto, secondo la retorica analizzata da Tomaso Montanari in Privati del patrimonio (Einaudi 2015). Una logica che porta i residenti dei centri storici a spostarsi in periferia, mentre i loro appartamenti vengono rimpiazzati da strutture ricettive gestite tramite piattaforme online. Città che si svuotano di uffici e piccoli negozi per popolarsi di bar, ristoranti, negozi di grandi marche. 

L’overtourism è un fenomeno che in Italia ha registrato un calo solamente durante il periodo del Covid. Dopo la pandemia il turismo è ripartito alla grande: flotte di zaini, cappelli di paglia e ombrellini proteggi-sole sono tornati a popolare le piazze italiane e i borghi medievali. 

Un caso studio: Bologna

Bologna è una di quelle città il cui turismo è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni. Leonardo Sassoli de Bianchi, imprenditore ed ex direttore di alcune istituzioni museali bolognesi, parla chiaro in un’intervista al Resto del Carlino: «Abbiamo tre volte il numero di turisti rispetto alla popolazione della città. Per decenni abbiamo provato di tutto per attirare turisti, adesso il patto faustiano – attirando e mantenendo le rotte di Ryanair – l’abbiamo fatto». 

Ma il turismo come scelta strategica non è mai innocente, le città vengono cambiate, trasformate e rimodulate da queste scelte: Bologna in questo senso è un caso paradigmatico perché permette di vedere il fenomeno nel suo dispiegarsi. Una città relativamente piccola, con un diametro delle mura di appena 700 metri, in una posizione strategica per muoversi lungo le arterie dello stivale. 

Un primo sintomo della turistificazione è il proliferare di negozi di souvenir, cartoline e magneti per il frigo, seguono bar, locali notturni e ristoranti. Questi ultimi raggiungono numeri notevoli: ben un ristorante o bar ogni trentacinque abitanti. Dopo tutto, bisogna pur dare un senso al fatto che Bologna oltre che dotta e rossa sia anche grassa. 

In centro questa corsa al turista porta alla sparizione delle piccole botteghe, i piccoli commercianti sono spinti al fallimento da esigenze ben più urgenti come sfamare fiumi di gente venuta in visita nella città rossa. 

Un secondo sintomo riguarda l’aumento del costo della vita, creando disagi concreti alla popolazione, che nel centro è storicamente composta da studenti. 

Uno degli aumenti più impattati è quello sul costo della casa. Nel periodo post-covid grazie all’assenza di regole in materia, la città si è popolata di appartamenti destinati ad affitti turistici brevi, prevalentemente gestiti tramite piattaforme online come airbnb. Questi operano sul mercato una concorrenza sleale che ha come effetto un generale aumento dei prezzi, rendendo la vita di studenti fuori sede, giovani ricercatori e lavoratori molto difficile. Da un lato l’offerta degli affitti a lungo termine cala, dall’altro il loro prezzo medio cresce esponenzialmente.

La scelta strategica del turismo cambia le geografie sociali delle città. Nel caso di Bologna la scelta è tra una popolazione di studenti e lavoratori che vivono quotidianamente gli spazi cittadini e masse di turisti più inclini a ingozzarsi di ottimi tortellini mentre si scattano l’ultima fotografia all’ombra delle due torri.  

Ma è bene ricordare che il turismo è un fenomeno, e come tale alterna fasi crescenti e decrescenti. Nelle fasi di depressione, le masse di turisti si defilano dalle città facendole tornare alla loro più intima identità, quasi come fossero state private della loro natura, svuotate, annichilite. 

Quali risposte arrivano dalla politica?

Le risposte politiche al problema dell’overtourism non si sono fatte attendere. Le strategie messe in campo appaiono, ad un’attenta analisi, poco sostenibili sul lungo periodo, essendo incentrate su una soluzione immediata che fatica a mettere in discussione l’attuale insostenibilità del fenomeno turistico. Demagogia e miopia permeano le proposte politiche ed economiche per affrontare le sfide del turismo moderno. 

 

Sarah Gainsforth ci fa notare come una delle possibili vie politiche sia quella di “intervenire sull’offerta, non sulla domanda (…), soprattutto sulla capacità ricettiva”, dunque regolamentando ed adattando l’offerta alle necessità e possibilità di ogni territorio, in totale contrasto con le politiche nostrane che regolano i flussi senza cognizione di sostenibilità dell’offerta.

 

Alcuni esempi di interventi

Proprio di recente il sovraffollamento dovuto alle vacanze natalizie in alcune zone del Trentino Alto-Adige ha messo in ginocchio il sistema viabilistico della regione. Per l’assessore provinciale al turismo Failoni la soluzione è chiara: costruire nuovi parcheggi e promuovere una mobilità alternativa; solo dopo si potrà discutere di ripensare il turismo ed i flussi turistici. Apparentemente efficace, la soluzione proposta aggira i termini più pressanti del problema: fino a che punto il sistema di crescita del turismo sarà sostenibile? 

 

Un’altra strategia frequentemente adottata è la di disincentivazione del turismo stesso mediante una pressione economica.

Così a Venezia l’istituzione di un ticket di ingresso a partire dalla primavera del 2024, per limitare il turismo giornaliero, risulta semplicemente un provvedimento classista che sfavorisce i redditi minori a salvaguardia delle opportunità delle classi più agiate e che nulla aggiunge alle discussioni sul tema del turismo moderno. La disincentivazione del fenomeno mediante frequenti proposte come istituzioni di ticket o incrementi nella tassazione del turismo sono soltanto un mezzo di ulteriore sfruttamento economico del settore e non rappresentano né una soluzione sostenibile e logica al problema dell’iper-turismo né alimenta riflessioni su un nuovo modo di viaggiare. 

 

In questo meccanismo di accrescimento tutti ne soffrono le conseguenze: dai cittadini, che si vedono scivolare via le città, fino ai turisti, considerati troppo spesso vacche da mungere al fine di generare profitti. Di tutta risposta, all’indecisione troppo spesso mostrata dalla politica si oppone l’attivismo concreto delle associazioni di cittadini, che rivendicano con sempre più insistenza i propri spazi e le proprie città, ormai anestetizzate da un turismo cannibale.

 

Per cercare di riportare una sinergia fra cittadini, turisti e servizi turistici, un recente report presentato da alcuni studiosi alla Commissione sul Trasporto e Turismo (TRAN) del Parlamento Europeo, invoca un monitoraggio attivo dei ‘sentimenti’ degli attori principali del turismo che consentirebbe una prevenzione attiva degli effetti dell’overtourism. Si auspica poi la creazione di un gruppo di lavoro a livello europeo che si concentri sulla questione del sovraffollamento turistico e sulle sue conseguenze sociali, economiche e, soprattutto, ambientali. Ed in tal senso la creazione di tavoli rotondi attorno al tema della sostenibilità del turismo moderno con la partecipazione di esperti ed accademici è un piccolo passo in avanti che le amministrazioni regionali italiane, come quella della Lombardia, stanno facendo nella lotta all’over tourism.

 

Fra le proposte più concrete vi sono i monitoraggi degli indici di capacità al fine di evitare la saturazione delle mete turistiche mediante la promozione e la diversificazione dei periodi di turismo. Oppure, sempre più frequente, è l’imposizione di un numero massimo dei visitatori, se non addirittura la totale interdizione di questi da alcuni siti; ben si capisce che ciò non favorisce un ripensamento della mobilità turistica, ma pospone al futuro la discussione. Piuttosto, la promozione di nuove e diverse mete turistiche, nel rispetto degli ambienti e delle capacità di accoglienza, appare una proposta decisamente più logica sebbene richieda sforzi ingenti per abbattere la concezione moderna del turismo da selfie.

Cambiare tutto per non cambiare nulla

“Le istituzioni sono insensibili e sono impermeabili a ciò che avviene dal basso” (Sarah Gainsforth per Scomodo).

A partire dalle amministrazioni comunali, fino a giungere al Parlamento Europeo, la voglia di intervenire sul tema appare evidente ma non traspare la volontà di ripensare il concetto di turismo nell’ottica della sostenibilità economica, ambientale e sociale, a prova delle sfide del futuro. Infatti le decisioni discusse appaiono prive di una reale progettualità, puntando più sull’immediatezza della soluzione, ignorando gli impatti futuri del fenomeno. 

 

Occorre ripensare il modo di viaggiare, rendere il turismo nuovamente un piacere dettato da personali interessi e curiosità piuttosto che da logiche conformiste di un mercato capitalista. 

È dunque possibile un turismo sostenibile? 

Secondo gli studiosi di scienze del turismo la risposta è affermativa. Un turismo sostenibile è possibile, almeno in teoria, sebbene secondo esperti provenienti da altri settori, un turismo sostenibile è immaginabile solo con una radicale rivoluzione del contesto economico. Secondo la Gainsforth non si può parlare di un vero e proprio turismo sostenibile, ma semmai di «forme di turismo più sostenibili, perché il discorso è più complesso e non dobbiamo dimenticare che siamo all’interno di un sistema, quello capitalista, che non è sostenibile».

Una delle novità più recenti rispetto all’economia del turismo è stata l’introduzione per più paesi e città della tassa di soggiorno, che però dovrebbe ricevere più controlli rispetto alla modalità con cui questi soldi vengono realmente sfruttati. Sempre a proposito degli alloggi turistici, limitare il numero di Airbnb che un paese o una città può ospitare è una soluzione che hanno intrapreso alcune città europee come Barcellona,che potrebbe diventare una pratica virtuosa da imitare per regolare l’offerta.

Per dare vita a un turismo cittadino sostenibile, secondo alcuni esperti, c’è bisogno di distribuire la turistificazione nei luoghi: ci deve essere un’attenzione riservata agli spazi urbani stressati dal tessuto turistico che brulicano di b&b e di negozi di calamite e cartoline – per esempio includendo sempre più alberghi diffusi nelle periferie, che abbiano più ampio respiro e che non si concentrino in una sola parte della città. Molte di queste azioni, tuttavia, rientrano nello schema di regolamentazione della domanda ed evitano di affrontare il problema all’origine.  

 

Il problema principale è la logica per cui «il turismo viene usato in Italia dalle pubbliche amministrazioni e dalle città come politica pubblica, finché si continua a parlare di questo tipo di approccio non possiamo parlare di sostenibilità» come sottolinea la Gainsforth.

 

Se parlando delle condizioni di esistenza di un modello turistico più equo e sostenibile le opinioni si dividono, sulle difficoltà di immaginare un turismo ecologico non ci sono grandi dubbi.  Come industria più pesante del XXI secolo, il turismo è anche l’industria più inquinante. È vero che la questione ambientale diventa sempre più urgente in tutto il mondo e si pongono sempre più obiettivi che vanno incontro alla natura, ma è anche vero che per raggiungere un turismo ecologico, bisogna che i potenti vadano contro i loro interessi economici e finanziari. 

 

di Alessandro Trevisin (Alessandro Trevisin),Margaret Lamanna (Margaret Lamanna),Federico Iacozzilli (Federico Iacozzilli)

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