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Beni comuni

Una rigenerazione urbana e sociale

In un periodo storico difficile in cui l’attuale sistema politico-economico fa i conti con la sua crisi, riscoprire il valore dei beni comuni rappresenta un’occasione per costruire un nuovo modello sociale che rimetta il cittadino, nella sua dimensione collettiva, al centro dei processi democratici ed economici. 

L’amministrazione condivisa dei beni comuni è la strada giusta da percorrere per ricreare un legame tra le istituzioni e la comunità che le elegge.

Il Bene Comune, una rigenerazione urbana e sociale

La negligente gestione statale dei beni comuni ha generato un movimento collettivo dal basso determinato a rivendicare la centralità del cittadino nella gestione della res publica.

La ricchezza nascosta dei beni comuni

La strada poco battuta dei beni comuni nasconde in realtà numerosi significati giuridici ed economici che si interpongono tra le sfere del pubblico e del privato  rilevando teorie economiche da premio Nobel. 

L'ampia accezione di bene comune

Sebbene non esista una chiara definizione giuridica dei beni comuni, gran parte dell’orientamento giurisprudenziale li definirebbe come beni il cui uso è reso libero alla comunità trattandosi di risorse considerate dall’ordinamento essenziali per il conseguimento dei diritti fondamentali dell’uomo, risorse che costituiscano un motivo di autodeterminazione della propria personalità se non addirittura motivo di sopravvivenza.

Da un punto di vista prettamente giuridico, considerando quindi, il titolo di proprietà che caratterizza questa tipologia di beni, risulta piuttosto utile rimandare a quella definizione che diede la c.d. “commissione Rodotà”, istituita nel 2007, quando si trovò a presentare un disegno di legge che aveva l’obiettivo di ammodernare la normativa del codice civile: “Si dicono essere beni comuni quei beni che non rientrano stricto sensu nella specie dei beni pubblici, poiché sono a titolarità diffusa, potendo appartenere non solo a persone pubbliche, ma anche a privati”.

Nella definizione che diede la commissione si facevano poi una serie di riferimenti all’entità di questi beni comuni, che rientrerebbero più o meno tutti nella categoria delle risorse naturali, come i fiumi, i torrenti e le altre acque; o come l’aria, le zone montane di alta quota, i ghiacciai e la fauna selvatica. Per quanto però a seguito del lavoro compiuto dalla commissione Rodotà emerga l’essenza quasi prettamente naturalistica dei beni condivisi, è necessario comprendere il concetto ben più ampio che di questa accezione se ne fa e se n’è fatta.

L’evoluzione della società e dello stato hanno determinato il sorgere di nuove forme di beni comuni facendo rientrare in questa categoria anche i beni appartenenti allo stato; stiamo parlando, per scendere nel dettaglio, di edifici abbandonati, scuole e strutture che potrebbero essere valorizzate e gestite direttamente dai cittadini. Attualmente l’amministrazione dei beni dello stato è affidata alla macchina pubblica, che con la sua burocratica e macchinosa operatività fa sì che gli spazi vengano utilizzati meno di quanto in potenziale possano esserlo, si pensi banalmente alle scuole, che al suonare della campanella si cominciano ad avviare verso lo svuotamento totale dell’edificio, che per metà della giornata rimane quindi totalmente inutilizzato.

In tutto questo contesto di noncuranza generale degli spazi risulta comunque non indifferente evidenziare come il momento storico di forte istinto liberale e di privatizzazione in cui viviamo consegni ai cittadini un’impostazione mentale che riconduce tutte le forme proprietarie a due opzioni: il singolo proprietario privato o la proprietà demaniale, ossia la proprietà dello stato. 

È necessario tuttavia, in alternativa a questi due sistemi concettuali, considerare un’altra via: la cosiddetta teoria della terza via che ha valso nel 2009 il premio Nobel per l’economia a Elionor Ostrom, prima donna a riceverlo, che elaborò una tesi che concettualmente parlando è in grado di stravolgere l’intera economia di mercato ad oggi basata sul valore di scambio dei beni, sulla fruizione e sulla disposizione riservata ai privati.

Prima di andare ad analizzare il modello che l’economista americana aveva ipotizzato per rilanciare l’uso comune dei beni, è importante comprendere bene le problematiche reali che possono generarsi dalla gestione libera e diffusa di un bene e che vennero in particolare evidenziate da alcuni studiosi: la critica formulata ve la risorsa concessa all’uso indiscriminato di tutti i componenti di una comunità è un bene che è destinato a deperire; ossia, un ambiente condiviso da molti individui è un ambiente che facilmente subirà un degrado.

In sostanza l’uso comune su un bene può facilmente far sì che la libertà stessa concessa ai cittadini si trasformi in un’esasperazione del bene, che ne risentirebbe nelle sue qualità essenziali andando così contro lo scopo stesso per cui la risorsa sarebbe stata resa comune.

Le uniche alternative per ovviare a questo “anarchico saccheggio del bene” sarebbe quella di lasciare la gestione del bene comune o all’amministrazione privata dando il via alla libera concorrenza, o a quella pubblica, lasciando nelle mani dello stato il governo dei beni.

Il bene comune si fa modello politico-economico

La tesi della Ostrom parte proprio da una visione controproposta alla tesi sopra esposta, dimostrando, tramite una serie di esperimenti empirici, che un bene è più fruttuoso quando gestito dai fruitori stessi. Il godimento del bene, rischia di cadere nell’ esasperazione solo in assenza di regole ben definite, nell’uso e nella gestione. 

Elinor, per spiegare i vantaggi dell’uso comune, distinguibile dall’uso pubblico che spetta indiscriminatamente a tutti, pone il dilemma del prigioniero in cui due incarcerati vengono separatamente rinchiusi e dove viene loro proposto uno sconto di pena in cambio di un’informazione che procuri danno all’altro prigioniero; entrambi i prigionieri, mancando di comunicazione e cooperazione, si troveranno a fare il nome dell’altro e ad essere condannati allo stesso modo. 

Con questo piccolo dilemma la Ostrom cerca di dimostrare la tesi per cui di fronte ad una scelta l’approccio difensivo e non cooperante, che razionalmente valuta la scelta individuale più utile per sè, tende ad essere l’opzione peggiore per entrambi.

“Il tema centrale del mio studio – afferma Ostrom – è il modo in cui un gruppo di soggetti economici che si trovano in una situazione di interdipendenza possono auto-organizzarsi per ottenere vantaggi collettivi permanenti, pur essendo tentati di sfruttare le risorse gratuitamente, evadere i contributi o comunque agire in modo opportunistico”.

La comunità che pubblicamente beneficia del servizio, secondo tale modello, gestisce ed amministra l’esercizio stesso dell’attività, in modo democratico e disciplinato, secondo regole ben precise, di cui la Ostrom ci fa un elenco come condictio sine qua non, regole cioè da cui una buona gestione comune non può prescindere. 

L’amministrazione comune deve avvenire in capo ed entro dei limiti ben definiti, rendendo partecipi del processo decisionale tutti o la maggior parte dei membri, che devono avere un effettiva attitudine di monitoraggio sulla gestione e che devono allo stesso tempo prevedere delle sanzioni di tipo progressivo per chi violi le regole della comunità; regole che generando conflitti devono prevedere meccanismi di risoluzione poco costosi e di facile accesso. 

I grandi beni comuni devono dunque essere gestiti sempre secondo quel principio di sussidiarietà, citato all’art 118 della costituzione, secondo cui la singola scelta deve essere presa il più vicino possibile ai soggetti su cui quella decisione ricadrà.

Un compromesso tra stato e cittadino: la fiscalità

Come riportato da “Labsus”, laboratorio per la sussidiarietà che porta avanti progetti di partecipazione diretta al bene comune, è possibile, nella pratica, agevolare tramite il fisco la formazione di queste realtà di rigenerazione e di conseguente autogestione dei beni che vengono abbandonati o quantomeno trascurati. 

Antonio Perrone, professore di diritto tributario all’Università degli Studi di Palermo, ha elaborato una tesi dove nella valorizzazione e nella rigenerazione dei beni evidenzia una convergenza di interessi tra pubblico e cittadino. Un bene rigenerato è un bene che contribuisce al patrimonio sia statale che cittadino, costituendo la rigenerazione, ad esempio di un edificio inutilizzato, un metodo alternativo e addizionale al sistema tributario per contribuire alla ricchezza di uno stato, che si troverebbe così ad avere sia un edificio sfruttabile in più sia un ulteriore bene da tassare. 

Ciò che ipotizza Perrone è una forma di sgravio fiscale che venga scandita non unilateralmente dallo stato ma secondo le istanze della comunità, che capendo le proprie esigenze è così in grado di non disperdere la spesa pubblica. Sgravare fiscalmente le opere di rigenerazione costituirebbe, spiega Perrone, una forma di cooperazione tra stato e cittadino che, proprio come avviene nel dilemma del prigioniero, agevolerebbe entrambi, sia singolarmente che come collettività. 

I beni comuni verrebbero così a rappresentare una categoria di beni che esce fuori dalla definizione di privati e di beni prettamente pubblici, introducendosi tra i due come forma intermedia dove possano partecipare entrambe le componenti, sia private che pubbliche.

Se si volesse pensare alla struttura pratica, allo scheletro di questa tipologia di proprietà, si potrebbe immaginare una configurazione simile a quella che troviamo negli enti del terzo settore, strutture il cui uso, seppur possa essere destinato al pubblico, è circoscritto ad un limitato gruppo di componenti e il cui monitoraggio dello scopo perseguito viene compiuto dall’autorità pubblica. 

Una concorrenza tra stato e cittadino che è in grado di rimettere in discussione i rapporti di potere. La gestione del bene comune, avvenendo in forma di democrazia partecipativa rappresenterebbe così una forma di educazione politica alla partecipazione decisionale dove il cittadino coadiuva lo stato anche alla gestione della spesa pubblica; uno spunto da cui ripartire per rilanciare la centralità del cittadino anche all’interno dei contesti così affollati che caratterizzano le città moderne, dove lo stato, isolato con la sua burocrazia, spesso risulta insufficiente nella gestione e nella scansione di quelli che sono gli interessi cittadini, sempre più tralasciati, sempre più scavalcati.

Ricostruire la democrazia tramite i beni comuni

Parlare di beni comuni in un’ottica di amministrazione condivisa è un pensiero rivoluzionario sia per l’economia che per la politica: in un mondo dominato dalla sfiducia, la responsabilità di una partecipazione diretta potrebbe aprire la strada ad un nuovo modo di vedere e vivere la res publica.

 

Le democrazie del nostro tempo stanno attraversano momenti difficili, la crisi del ruolo del Parlamento, delle leggi nazionali e dell’economia hanno generato un clima di paura e di individualismo, in cui derive populiste possono facilmente proliferare. Proprio in questo momento e in questo mondo allora, cosa vuol dire ripartire dai beni comuni? vuol dire prendere una posizione e contrapporre alla chiusura e all’isolamento un’idea di cooperazione e cittadinanza. Dietro tutto questo c’è, a ben vedere, un progetto politico, una visione imperniata sulla fiducia, che da un lato significa fiducia del cittadino verso i suoi rappresentanti, dall’altro la fiducia che il pubblico deve restituire alla popolazione.

Secondo la Costituzione francese dell’anno III la democrazia si fonda sulla “lealtà” dei pubblici poteri e sulla garanzia della “vigilanza” dei cittadini, sono questi i due pilastri del rapporto Stato-Cittadino che regge il sistema democratico: io cittadino mi sento parte di uno stato che mi rappresenta e verso cui svolgo attivamente un controllo.

Nel rapporto in questione però sempre più messo in discussione, ormai imperniato in una logica conflittuale, il cittadino si sente come mai distante dal processo decisionale e dalla gestione del bene comune, generando così un distacco che fa venir meno la “vigilanza”. 

Se dunque si priva di uno dei due pilastri un rapporto già complesso, questo inevitabilmente crolla, considerando che gli scandali politici, la progressiva perdita di potere decisionale della politica nazionale sono solo alcuni dei fattori che hanno fatto venir meno il pilastro della “fiducia”, il singolo si trasforma in un “consumatore politico” che assiste a dibattiti politici e sceglie alle elezioni l’offerta migliore, una “democrazia del pubblico”, per riportare le parole di Bernard Marin.

In un tale quadro dunque il cittadino è relegato ad un marginale ruolo di spettatore-votante. 

Per invertire questa tendenza è necessario porre il singolo al centro di una dinamica argomentativa piuttosto che di mera approvazione.

Portare la politica alla cittadinanza significa anzitutto rispondere ad un bisogno di ascolto delle esigenze particolari, ma significa anche responsabilizzare, favorire una nuova politica costruttiva attraverso un dialogo tutt’altro che facile, ma che sia capace di valorizzare e dare dignità alle diverse componenti etnico-sociali del territorio.

In questo cambiamento è bene ricordare che il pubblico non fa e non deve fare un passo indietro, al contrario si fa garante dell’amministrazione condivisa proprio per quel compito di “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona” di cui parla l’articolo 3 della Costituzione. A tal proposito riportiamo l’esempio virtuoso della regione Lazio, la prima ad approvare una legge che prevede ed incentiva espressamente l’amministrazione condivisa dei beni comuni, che sarà poi resa effettiva da un regolamento attuativo. 

Legge che individua la regione sia come un soggetto che può formulare patti di collaborazione per i beni regionali, tra i quali figurano ad esempio l’Appia antica, sia come tutrice per comuni minori della regione, che può avvenire con diversi strumenti, dal finanziamento della formazione per i funzionari cittadini alla creazione di banche dati, fino all’attribuzione di vantaggi economici ed altre forme di sostegno ai patti di collaborazione. Potremmo insomma immaginare per il parco dell’Appia Antica un patto di collaborazione tra la regione Lazio e le comunità di abitanti. Potremmo immaginare che tutti, dagli anziani, ai bambini, agli immigrati, si riuniscano per curare il parco ed i suoi spazi ricreativi, realizzando quindi un meccanismo che rigeneri sia la socialità che i suoi luoghi.

Cosa significa, in conclusione, questa gestione partecipata di cui si e trattato finora? Innanzitutto non significa, come si potrebbe pensare, autogestione: il potere pubblico non è assente in nessuna delle esperienze, anzi ha il duplice ruolo di dialogare con la comunità –in piccola scala- e di predisporre le forme e i mezzi della partecipazione –sul piano statale e regionale. 

La gestione condivisa dei beni comuni può allora essere il terreno di prova per recuperare un rapporto Stato-cittadinanza ad oggi incrinato, può portare a ricostruire i due pilastri di cui parlava la costituzione francese di “lealtà” e “vigilanza”. La nostra generazione è cresciuta in un clima di generale sfiducia nei confronti dello Stato, un pensiero economico-politico prevalente che ha generato un’immagine di cittadino disilluso e spettatore e ha fondato il suo dominio sulla presunta incapacità delle collettività di cooperare ed autorganizzarsi, avvalorata tanto dalla gestione del bene comune statalizzata quanto da quella liberalizzata. In questo scenario è proprio la nostra generazione a reclamare a gran voce un cambiamento di sistema per contrapporre al cittadino disilluso e spettatore un’immagine di cittadino partecipe.

Il Comune, un nuovo modello di città e di democrazia

Asserragliate da piattaforme di sharing economy e dal turismo di massa, le città possono ritrovare la propria dimensione di collettività ed una nuova “democrazia del Comune” tramite la riappropriazione e la gestione diretta dei beni comuni.

 

La crisi economica del 2008, propagatasi sul mercato immobiliare e sulle condizioni finanziarie degli enti locali, ha prodotto ripercussioni sulla gestione delle aree urbane, che nel corso degli anni sono state soggette ad abbandono e deterioramento. 

Dalla guida pubblica, il ruolo assunto dalle istituzioni è diventato strettamente economico, finalizzato all’attrazione dei mercati, tralasciando quella che è la vera ricchezza delle città: le persone che la attraversano. Saranno proprio queste a dar vita ad un processo di riappropriazione degli spazi urbani a favore di forme di coordinazione alternative allo Stato e al mercato, per una restituzione, di questi spazi alla fruizione collettiva e al soddisfacimento degli interessi generali. Questo processo di partecipazione dal basso comincerà da un’innovativa funzione amministrativa, adottata per la prima volta dal comune di Bologna, città simbolo di un fenomeno nazionale, una realtà cittadina ormai da qualche tempo fatta di case malmesse, costi esorbitanti e ricerche senza fine.

Nell’arco di una decina d’anni, tra l’accordo promosso dal Comune dell’Aereoporto Marconi con la compagnia di voli Low cost Ryanair, la nascita di AirBnb e il numero sempre crescente della popolazione studentesca e non, è venuto delineandosi uno scenario sempre più complesso della città, in cui decifrare la concatenazione degli eventi non risulta immediatamente visibile. 

Stando ai dati del 2018, Bologna sfiora le 50 rotte aeree Ryanair al giorno ed un afflusso turistico che ammonta a 3/4 milioni di individui ogni anno, rendendola di fatto una meta turistica per eccellenza; il fenomeno non può che tradursi in motivo di vanto per i cittadini fino a quando i diritti di quest’ultimi, non vengono più considerati la priorità per il benessere della città, sostituiti dal diritto al consumo per coloro che non costituiscono una spesa, sotto forma di servizi pubblici e welfare ma rappresentano per la città esclusivamente una forma di guadagno. 

Nell’arco di 10 anni, la crescita della popolazione residente di 15 mila persone – di cui 3600 studenti – non essendo stata accompagnata da un adeguato piano abitativo, ha portato ad un costante innalzamento dei prezzi degli alloggi, rendendo la possibilità di vivere questa città un lusso per pochi; centinaia sono gli studenti e le studentesse costrette ad abbandonare la città per impossibilità economiche o per mancanza di alloggi adeguati, nonostante  10/14 mila risultino essere gli edifici sfitti o invenduti secondo il censimento ISTAT, le misure adottate dal Comune: il Piano Mille Case, gli esperimenti di sharing economy e cohousing sembrano non aver compreso l’entità della questione: tutt’alpiù aggirandola. 

Se da un lato le possibilità economiche degli studenti si misurano con affitti esorbitanti, proprietari selettivi (per utilizzare un eufemismo) e appartamenti limitati, dall’altro il turismo sembra essere incentivato – stando ai dati di Inside AirBnb – dai 4300 alloggi  offerti da Airbnb, di cui il 65% interi appartamenti, senza contare il restante gestito da altre piattaforme. L’aspetto che conferisce una chiave di lettura della situazione attuale, è il processo di professionalizzazione da parte della multinazionale, in atto su una classe sociale medio-bassa che si avvicinerebbe agli affitti brevi di appartamenti con l’idea di arrotondare per arrivare a fine mese, camuffando con la filosofia dell’azienda “partecipativa” quella che è diventata a tutti gli effetti un’attività imprenditoriale ormai diffusa, a dimostrarlo è un semplice dato: il 49% degli host gestisce più di un annuncio. Cosa impedisce il Comune di regolamentare le piattaforme turistiche? Perché non tassare le attività imprenditoriali dei multiproprietari? 

La scelta politica che vi sta dietro è riassumibile dalla nota “Teoria delle finestre rotte” riportata da Wolf Bukowski in La buona educazione degli oppressi «In poche righe, poche ma decisive, quella che diventerà la teoria egemonica sulla sicurezza urbana afferma che la percezione conta più dei fatti, e che il modello di ordine pubblico da preferire è quello che soddisfa la percezione anche quando questa è contraddetta dai fatti. La motivazione politica è evidente: per blandire la classe media, che decide l’esito delle elezioni, non è conveniente impiegare risorse per perseguire crimini complessi, ma è efficace utilizzarle per colpire il disordine, cioè illeciti piccolissimi o persino inventati ad hoc, migliorando così la percezione, e la propensione elettorale, dei residenti»

A partire dal 1992 dall’abbandono dell’equo canone, per ogni casacca politica la deregolamentazione si è rivelata essere la giusta strada per coniugare ai facili voti, un freno al flusso di studenti fuorisede che intraprendono gli studi a Bologna. Destabilizzare per stabilizzare, lasciar permeare il caos nello stato di cose, perchè sia più desiderabile l’ordine piuttosto che il cambiamento. Questo è il modus operandi  di una politica che ha perso ogni interesse sulla questione abitativa rendendola una vera e propria emergenza. 

Di fronte questo silente assenso da parte delle istituzioni, si riaccende l’azione collettiva dal basso: migliaia sono state le firme raccolte da parte di studenti, famiglie, insegnanti e sindacati riuniti sotto l’etichetta di “Pensare Urbano”  per richiedere un cambio di rotta e fermare l’avanzata del mercato speculativo attraverso l’istruttoria pubblicata nelle giornate del 20 e 21 settembre scorso. 

Con una discussione pubblica e una tendata al di fuori del Palazzo del Comune, la comunità cittadina ha messo alle strette l’amministrazione costringendola a prendere parte alla redazione del nuovo Piano Urbanistico Generale attraverso una serie di manovre: revisione dei contratti a canone concordato e una mappatura degli alloggi vuoti e in disuso. 

Nel comunicato successivo all’istruttoria pubblica Pensare Urbano ha dichiarato  «L’obiettivo é stato quello di porre l’amministrazione ad un bivio, senza alcuna possibilità di procrastinare o di sottrarsi dalle responsabilità politiche. Le due strade che abbiamo delineato portano a due città diverse: da un lato una città privata della sua natura e solo per pochi, dall’altro una città giusta e accogliente, per tutti. Abbiamo proposto una regolamentazione ferrea delle piattaforme turistiche, tramite l’introduzione di un codice unico identificativo e del criterio “un host, una casa”, così da ridurre al minimo la sottrazione di immobili dal mercato degli affitti.»

Il diritto ai beni comuni – e quindi alla città – deve tornare con forza sul piano della riflessione giuridica; una direzione già intrapresa, ad esempio, dal comune di Napoli dove una discussione partecipata sulla destinazione d’uso degli immobili ha portato, grazie alla volontà della giunta De Magistris, alla concretizzazione di atti amministrativi a partire dal “riconoscimento dei beni comuni in quanto funzionali all’esercizio di diritti fondamentali della persona nel suo contesto ecologico” fino alla creazione di un Tavolo dei Beni Comuni in senso all’amministrazione della città di Napoli. 

I regolamenti comunali volti ad attuare un processo di rigenerazione dei beni comuni urbani, che “sfidano” la legalità formale, supportati dall’iniziativa da parte dei singoli cittadini, risultano ora quanto mai necessarie per aprire nuove possibili alternative di sviluppo e per ritornare a vivere in città democratiche.

La lotta alle mafie si gioca dentro casa

I beni confiscati alla criminalità organizzata sono beni comuni. Un’importante risorsa nella lotta alle mafie, una ricchezza per l’Italia. Leggi incerte e procedimenti lenti della burocrazia minano l’efficacia di questi interventi.

 

Sono passati quasi venticinque anni dalla legge 109/1996 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità e nonostante i benefici generati dalla gestione collettiva di questi beni, tante ancora sono le criticità da risolvere.

I beni confiscati costituiscono solo in Italia un patrimonio di 18.270 immobili e 1.985 aziende. Di tali beni l’82% si trova nel Mezzogiorno, ma non è da sottovalutare una percentuale alta come quella Lombarda dell’8%, indicativa delle metamorfosi subite dalla complessa e nascosta realtà delle mafie. Di questi 720 sono stati i progetti realizzati, che hanno messo al centro i cittadini tramite processi di riappropriazione e gestione collettiva.

Negli anni questi beni sono diventati palestre di democrazia, occasione di lavoro vero, pulito, di accoglienza per le persone fragili e in difficoltà, di formazione e impegno per migliaia di giovani che volontariamente, ogni anno, vi trascorrono un periodo dell’estate.

Allo stesso tempo però, secondo dati forniti da “Libera”, due terzi dei beni affidati alla gestione sociale versano in stati di cattive condizioni e il tempo medio tra il sequestro e l’effettivo riutilizzo sociale è in media di dieci anni. 

L’amministrazione condivisa è la direzione da seguire per raggiungere un’efficiente allocazione dei beni sequestrati perché è anche tramite questi processi che passa la lotta alle mafie.  

Come spiega Umberto Postiglioni che per quasi tre anni ha guidato l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), un bene confiscato diventa essenziale per promuovere una cultura della legalità, se la mafia è un sistema che si fonda sulla paura e l’omertà dei singoli, un bene comune permette all’individuo di riscoprire l’importanza e la forza della collettività e minare le fondamenta di tali associazioni criminali. La gestione condivisa di un bene comune educa al rispetto delle regole, poiché si fa esempio di come diritti, doveri e responsabilità vengono condivisi tramite esse.

Il valore aggiunto di una collaborazione sul modello dell’amministrazione condivisa tra pubblico e privato rispetto ad un riuso sociale da parte di un ente istituzionale o del terzo settore risiede nel concetto di rete: “rete” è la parola fondamentale per il rilancio di una riflessione – e di una azione – condivisa tra più attori perché in grado di intercettare dinamiche locali di attivismo civico per inserirle all’interno di una progettualità più ampia.

La rete crea relazioni tra persone, tra competenze e risorse diverse che possono essere unite per servire un unico scopo, tra best practices che possono essere meglio esportate e tra responsabilità condivise.

Tra le numerose testimonianze di questo processo emblematica è l’esperienza nella cittadina di Corleone in cui una abitazione confiscata alla mafia locale è stata resa dall’associazione “Laboratorio della Legalità” un museo che racconta l’evoluzione del fenomeno mafioso dalla fine del’800 ai giorni nostri tramite immagini e racconti suggestivi, promuovendo al contempo numerose attività sulla legalità.

Il modello di co-progettazione che ha determinato il successo di questa esperienza è stato reso possibile proprio grazie allo strumento dell’amministrazione condivisa che ha garantito una gestione diretta e virtuosa del bene sequestrato.

E’ possibile e necessario dunque pensare ai beni confiscati alle mafie come nuovi beni comuni che “esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”.

Intervista a Gregorio Arena, fondatore di “Labsus”

Nel panorama dei beni comuni “Labsus: laboratorio per la sussidiarietà” rappresenta l’esperienza più virtuosa nel panorama nazionale. Capovolgendo la visione del bene comune, l’energica spinta propulsiva del Professor Arena ha portato alla stesura ed approvazione in 210 comuni italiani di un regolamento visionario che permette ai cittadini di gestire direttamente i beni comuni favorendo un modello di società inclusivo, egualitario e partecipato.

 

Professore come è nato Labsus e in risposta a quali esigenze? 

Mi sono sempre occupato dell’amministrazione pubblica dalla parte dei cittadini cercando di cambiare le cose tramite gli strumenti che avevo, cioè tramite il Diritto amministrativo.

Nel 97’ scrissi un saggio intitolato “Introduzione all’amministrazione condivisa” in cui ipotizzavo la nascita di un nuovo modello di amministrazione. Nella mia ottica le problematiche non potevano essere affrontate con una netta divisione tra ciò che è delegato all’amministrazione e ciò che è delegato ai cittadini, da questa consapevolezza nasce il concetto di amministrazione condivisa in cui l’amministrazione condivide con i cittadini uno scopo d’interesse generale.

Quando nel 2001 è stato inserito il principio di sussidiarietà in Costituzione molti l’hanno interpretato come una legittimazione dell’esternalizzazione di funzioni e servizi, inteso come un semplice dovere dello Stato di supportare economicamente i cittadini una volta che questi si fossero attivati, per poi ritrarsi. Essendo io contrario a che il pubblico si ritraesse, soprattutto alla luce dell’art 3 secondo comma della Costituzione che prevede l’intervento dello stato per rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo delle persona, iniziai a girare l’Italia dicendo ai cittadini che c’era questo principio che gli permetteva di prendersi cura dei beni comuni. Fondai “Labsus” nel 2005 e continuai a girare il paese accorgendomi che il problema principale per l’attuazione di questi progetti era la mancanza di disposizioni legislative o regolamentari, non bastando il riconoscimento costituzionale. A quel punto, avendo incontrato ad un convegno il direttore generale del comune di Bologna, per due anni abbiamo lavorato nei quartieri della città per scrivere un regolamento per l’amministratore condivisa dei beni comuni insieme con i cittadini e i dirigenti del comune di Bologna.

Sabato 22 Febbraio 2014, me lo ricorderò finché campo, con Il sindaco di Bologna Virginio Merola abbiamo presentato questo regolamento e lo abbiamo caricato sul sito di Labsus.

Da quel momento ci sono state migliaia di adesioni in tutta Italia, sono iniziato ad andare dove mi chiamavano e mi sono reso conto che avevamo intercettato senza prevederlo un bisogno di centinaia di migliaia di persone che già svolgevano queste attività ma nell’assenza di un regolamento che li legittimasse.

La cosa incredibile degli ultimi mesi è lo sviluppo a livello internazionale, in Francia, Spagna e da ultimo persino in Sudafrica. Perciò quello che stiamo capendo è che questo bisogno di prendersi cura dei luoghi dove si vive non è un sentimento solamente italiano. Stiamo liberando energie nascoste. 

 

Come la realizzazione di questi progetti può far nascere un’educazione al bene comune? 

In Italia non è normale prendersi cura delle cose di tutti come se fossero proprie e se lo vedi fare da altri cittadini pensi che siano matti. Se però vi è un regolamento che li legittima e un sostegno dal comune, la cittadinanza inizia a convincersi di poterlo fare, superando l’eventuale stigma sociale.

Noi non parliamo mai di manutenzione ma piuttosto di cura, un termine che ha un significato empatico e mette in evidenza che la ricostruzione dei legami di comunità è il vero valore di questi progetti. Le persone che si prendono cura dei beni comuni sono allegre, si divertono. Tempo fa in un’assemblea un medico di base mi disse di aver riscontrato una diminuzione del livello di depressione negli anziani della sua città dove erano stati realizzati i patti di collaborazione, perché prendersi cura dei beni della loro città li faceva sentire utili e li aveva aiutati ad uscire dalla solitudine.

L’educazione ai beni comuni passa dalla cura di quest’ultimi, il sesto senso, quello civico, va educato.

 

Quali sono i prossimi passi per arrivare ad un riconoscimento legislativo a livello statale?

Il riconoscimento potrebbe venire solo dal parlamento, il problema è che il nostro legislatore, che sia nazionale o regionale, tende ad imbrigliare anziché liberare le energie, diffida dell’espressione dell’autonomia dei cittadini e per questo temiamo che una legge nazionale si tradurrebbe in una burocratizzazione eccessiva. 

Noi stiamo andando avanti con la proliferazione dei regolamenti a livello comunale. Se il governo italiano si dotasse di un ufficio di coordinamento nella gestione dei regolamenti e dei patti di collaborazione il nostro progetto potrebbe avere un maggiore sviluppo, ma da amministrativista temo la burocrazia.

 

Si può ricostruire la fiducia dei cittadini nello stato tramite questi progetti e quanto lo stato ha fiducia nei suoi cittadini?

I beni comuni sono di tutti, devono rimanere fuori dalla contesa elettorale ma allo stesso tempo certamente i beni comuni non sono  politicamente neutrali: una società che si fonda sulla cura condivisa dei beni comuni è ben diversa da una società fondata sull’egoismo, il risentimento e la paura. Stiamo effettivamente proponendo un progetto politico e di società al cui interno, fra l’altro, c’è sicuramente anche il recupero del rapporto con le istituzioni più vicine ai cittadini, quindi con il comune e la regione.

La fiducia è circolare: i cittadini si fidano del comune e il comune dei cittadini.

Il grosso problema sono i funzionari e dirigenti, non gli amministratori locali che sono persone come noi che cercano con tante difficoltà di gestire le città. Gli amministratori capiscono che i cittadini sono loro alleati, mentre i funzionari e i dirigenti li vedono come degli intrusi e rendono il tutto più difficile. In presenza di sindaci determinati e cittadini insistenti anche i dirigenti possono diventare difensori dei patti di collaborazione. Alla fine si accorgono della convenienza dei patti poiché si generano risorse, il clima sociale migliora e la gente è contenta.

 

La sostenibilità economica dimostrata nella realizzazione dei progetti di sussidiarietà può generare un nuovo modello economico incentrato sul bene comune e sulla diretta partecipazione dei cittadini?

É una cosa su cui stiamo ragionando molto per far si che la cura dei beni comuni generi lavoro per i giovani e non solo. Ci siamo resi conto che i patti di collaborazione si distinguono in due categorie: il 90% sono ordinari e riguardano verde pubblico, scuole, beni culturali ecc; poi c’è un 10%, i patti complessi, che riguardano gli edifici abbandonati.

In Italia si stima che ci siano circa 5 milioni di immobili abbandonati, ex caserme, ex asili, ex tutto, senza tralasciare i beni confiscati alle mafie che sono anch’essi spesso abbandonati, così come molti beni ecclesiastici.

Tramite la Sibec -la Scuola italiana per i beni comuni- stiamo tentando di formare dirigenti capaci di gestire questo immenso patrimonio di beni abbandonati, trasformandoli in beni comuni e gestendoli in maniera economicamente sostenibile.

Stiamo ragionando inoltre sulla possibilità di contribuire ai patti di collaborazione non solo con le energie e il tempo impiegati dai cittadini, ma anche prevedendo la possibilità di contribuire economicamente con risorse in denaro a sostegno dei patti, tramite per esempio dei voucher. Se intorno ad ogni patto nascessero forme di crowdfunding di quartiere gestite in maniera trasparente questo potrebbe alimentarne la replicabilità.

A prescindere da queste evoluzioni la cura dei beni comuni produce indirettamente sviluppo economico perché produce capitale sociale e le imprese preferiscono investire in territori dove c’è molto capitale sociale. Oggi un’impresa preferisce stare in un territorio con un clima sociale di questo tipo piuttosto che in uno dove magari ci sono delle agevolazioni fiscali ma allo stesso tempo ci sono problemi di criminalità e tensioni sociali.

Con i contributi di

Andrea Calà
Andrea Calà

Redattore

Ettore Iorio
Ettore Iorio

Redattore

Chiara Falcolini
Chiara Falcolini

Redattrice

Thomas Lemaire
Thomas Lemaire

Redattore

Christian Saracino
Christian Saracino

Redattore