Bei Ricordi è uno show democratico

Bei Ricordi Show è un momento in cui la performance da dimostrazione diventa condivisione, restituendo al pubblico un varietà tra musica e teatro.

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C’è tantissima gente che va via. Una folla scomposta sale la rampa de La Redazione, ognuno vestito in maniera diversa e cammina a modo suo – ad accomunarli c’è un leggero sorriso, la sensazione di una serata diversa, divertente, ben spesa. Succede sempre così alla fine di Bei Ricordi: il pubblico esce rumoroso nel mentre viene zittito per rispetto degli occupanti ai piani di sopra. Dentro ancora non è finita. C’è il fonico, Emanuele Carboni, con una sigaretta tra le labbra mentre annoda i cavi, smonta la console; gli artisti recuperano le loro cose. Una giacca, la chitarra – c’è chi finisce la birra. Marcello Caporiccio, Emma Quartullo e Silvia Ignoto commentano le performance. Anche tutti loro hanno quello stesso sorriso.

Come avevamo già raccontato in questo altro articolo dedicato a Bei Ricordi, Marcello Caporiccio ha ideato questo spettacolo nel novembre 2022 – per la prima volta al Pierrot le Fou – anche grazie a Gianmarco Fetoni (direttore degli eventi presso Scomodo). Da allora, quando era strutturato con performance talk a seguire, è diventato sempre più un varietà: ad accompagnarlo in questa operazione ci sono Emma e Silvia. Si guardano con complicità quando mi spiegano che Bei Ricordi è tutto qui, nella «necessità di dare uno spazio di espressione» agli artisti, con l’importanza di tenere un equilibrio tra gli emergenti e i nomi più noti. A rendere lo show lo spettacolo delicato e funzionale che viene portato agli spettatori c’è l’aria frizzante che unisce tutti i performer: nessuno è in competizione ma – come sottolinea Emma – «c’è aria di comunità, di atmosfera rilassata. Un microcosmo in cui ti dimentichi del resto per un po’» ed è anche – come aggiunge invece Silvia «l’occasione per ritrovarsi in un mix di emozioni e anche networking»

In effetti è proprio quello che succede a partire dal momento delle prove: i performer chiacchierano tra loro e si scambiano opinioni, complimenti, consigli. C’è complicità nei loro sguardi, curiosità mentre ascoltano l’uno le parole dell’altro.

Io li osservo in disparte mentre provano la filata; spio il pezzo di Alice Bortolani e Camilla Ventura che portano un adattamento che si sono cucite su misura. Si parla di relazioni, amore, sexting, conflitti non detti e sopiti da messaggi ed emoji. La scelta non è casuale – l’arte serve a parlare non solo dei grandi temi ma anche e soprattutto di ciò che capita tutti i giorni, che sia una dickpic non voluta o il commento sbagliato del proprio ragazzo. Durante l’esibizione i visi del pubblico non lasciano dubbi: tutti  si rispecchiano – chi da un lato, chi dall’altro – nelle loro parole. 

A riportare l’audience lontano dai loro pensieri e a farla calare nel momento ci ripensano I Manifesto. Tra una prova e l’altra abbiamo chiacchierato: mi hanno detto che secondo loro i pischelli sono più vicini alla musica impegnata di quanto crediamo. Loro – dicono che non possono dirlo da soli però lo dicono comunque – fanno musica impegnata. 

Paco (Valerio Imperiale) ha la maglietta di Kurt Cobain e sorrido, Alessandro Orfini ha un fare d’altri tempi; dividiamo il posacenere posato malamente sulle loro gambe e fumiamo ininterrottamente mentre li riempio di domande che non riesco a trattenere. La cultura è in crisi? La musica? Che vuol dire fare questo mestiere per voi? Cantare qui, in un posto che è un presidio socio-politico? Ma voi come volete farvi capire, come volete essere percepiti? Le loro risposte sono un fiume in piena, parliamo di quanto sarebbe stato bello vivere in altri anni e ci guardiamo consapevoli del fatto che in realtà anche oggi possiamo fare la differenza. A change is gonna come. Per loro la musica è una missione, il linguaggio con il quale si può parlare a tutti senza fronzoli e allora se uno ha la voce è bene usarla per uno scopo importante: non è la cultura a essere in crisi ma siamo noi – le loro canzoni parlano anche di questo. Sì ma quindi, chiari o simbolici? Espliciti o cantare per metafore? e loro mi guardano, si guardano. «Importa poco», dicono. «Noi vogliamo essere curiosi». Non potevano darmi risposta migliore.

Naturali agitatori di folle, quando cantano riempiono La Redazione come se fosse un palazzetto: tutti cantano, battono le mani, si uniscono a loro anche se non sanno tutte le parole. Chiudono lo show e poi tornano a sorpresa per un bis a gran richiesta. 

Quando Andrea Arcangeli entra in scena confessa con una punta di timidezza che lui non ha adattato nulla. Leggerà una roba sua, «il diario che ho scritto durante un lungo viaggio. Mi è sembrata l’occasione giusta per condividere dei bei ricordi». 

La scrittura è tante cose ma soprattutto rispetto per le storie che ci vengono consegnate: merce rarissima, emotiva, magma in evoluzione per dirla con Pirandello. Scotta, a volte è meglio non toccarlo. Questo – credo (e lo penso mentre lo ascolto e lo ripenso mentre scrivo) è uno di quei casi. Ci sono volte in cui è giusto che le storie restino a chi vengono consegnate e quindi delle parole densissime di quel diario letto con voce ferma, macchiata dall’emozione, non sarà riportato nulla. Chiedo perdono per non averle riportate ma penso sia giusto così e forse non mi scuso nemmeno più di tanto. Quello che resta è l’emozione di chi ha ascoltato, il silenzio pesante di un pubblico che mi ricorda quanto è bello quello che facciamo: la storia di uno diventa la storia di tutti – ne trai quello che puoi, i segni che ti lascia. Di quel diario ingenuamente hemingwayano ne parliamo prima dello spettacolo. 

La nostra conversazione è una cascata, il tempo passa velocissimo e quando va via mi rendo conto imbarazzata di averlo bloccato per quasi cinquanta minuti (gliene avevo promessi dieci, quindici al massimo). 

Mi confessa di essere contento: ha iniziato facendo teatro ed è in momenti come questi che ricorda davvero quanto lo diverte fare ciò che fa. Per lui l’arte è importantissima in toto – dal cinema al clubbing – ed è proprio per questo, perché arriva a tutti, che deve essere un atto politico.

Dietro una cultura che è un consuma consuma consuma rapidissimo, per lui il problema è che «le cose non hanno il tempo di radicare dentro di noi. Invece è importante riprendersi il tempo: conoscenza chiama conoscenza, cultura chiama cultura». Sorride quando mi dice che è fondamentale imparare a stare nel momento e durante Bei Ricordi lo fanno tutti, potendo scoprire qualcosa di nuovo o ridare vita a qualcosa che invece è già un cult ma ha bisogno di un’altra prospettiva.

È quello che fanno Francesco Colussi e Silvia Perrone con il loro adattamento di American Psycho: Francesco legge e Silvia lo accompagna con un dj set originale. Riescono a catturare benissimo la tensione primordiale del testo di Ellis: la narrazione tra dettagli ossessivi sui beni di consumo e descrizioni di violenza straziante, creando un ritmo sincopato che echeggia perfettamente la frammentazione psichica del protagonista. La performance riesce a sottolineare come, a più di trent’anni dalla pubblicazione, l’opera conservi una sconcertante attualità. Nell’epoca dei social media e dell’iperconsumismo digitale, Bateman si erge a profeta inquietante: l’individuo ridotto a marchio, l’empatia sacrificata sull’altare dell’apparenza, la vita come performance perpetua.

Il pubblico ascolta in silenzio religioso ma si muove a ritmo dei Genesis in sottofondo, forse riconoscendo nelle parole di Ellis non solo la denuncia di un’epoca passata, ma l’inquietante ritratto di tendenze ancora vive nel nostro presente. Lo hanno portato per questo motivo: non solo fare esperienza di qualcosa di nuovo, ma anche rivivere in maniera diversa ciò che già si conosce. Lo fanno perché «Bei Ricordi è uno show profondamente democratico» come mi dice Francesco. Da quando me lo dice non riesco a non rivederlo sui visi di tutti. 

Mentre le persone continuano ad andare via resta sospesa nell’aria la sensazione che eventi come Bei Ricordi rappresentino non solo momenti di condivisione artistica, ma autentici atti di resistenza culturale. In un’epoca dominata dalla fruizione individualistica e frammentata, questi spazi di comunione intellettuale assumono un valore quasi sacrale, territori franchi dove la parola ritrova la sua dimensione carnale, dove tutto si fa esperienza collettiva.

È proprio nella materialità di questi incontri – nei corpi che si avvicinano, si scontrano, nelle voci che si intrecciano, negli sguardi che si cercano – che si coglie l’importanza profonda di mantenere vivi questi rituali contemporanei. Laboratori in cui le performance diventano capaci di dialogare con il presente. Spazi dove la cultura non è mai reliquia da contemplare, ma strumento per interrogare il mondo e, forse, per immaginarne uno diverso.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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