Cerca

Le banlieues parigine continuano a chiedere giustizia

Questo articolo parla di:

Diciotto torri di altezza variabile e con colori chiari. Le finestre hanno una forma particolare, dovrebbero rappresentare delle gocce d’acqua. Sono le torri Aillaud, uno degli elementi più caratteristici del quartiere della Cité Pablo Picasso di Nanterre, nella periferia ovest di Parigi. Vengono chiamate anche “tours nuages“, “torri nuvole”. Sui muri di molte di queste rimangono ben visibili le scritte “Giustizia per Nahel”. 

Nahel Merzouk era un diciassettenne di origini algerine, che lo scorso 27 giugno è stato ucciso da un poliziotto durante un controllo stradale non troppo lontano dalla Cité Pablo Picasso di Nanterre, dove il ragazzo viveva. L’omicidio di Nahel ha scatenato una settimana di proteste spontanee che hanno coinvolto soprattutto giovanissimi francesi molti dei quali di terza o quarta generazione dell’immigrazione provenienti dalle banlieues, i quartieri di periferia delle grandi città. La vicenda ha riaperto il dibattito sui problemi sociali, la violenza della polizia, le discriminazioni e il razzismo che gli abitanti delle banlieues subiscono ogni giorno.

A distanza di mesi, quelle scritte ricordano che la questione delle banlieues resta una ferita aperta, una spaccatura profonda all’interno della società francese, mai rimarginata dalle politiche governative e quindi destinata a riaprirsi periodicamente.
Quella delle rivolte nelle banlieues è infatti una storia che si ripete ciclicamente da decenni. La prima sommossa violenta in una banlieue scoppiò nel 1979 nel quartiere di Grappinière, nella periferia di Lione, in seguito all’arresto di Akim, un diciassettenne algerino. Da quel momento, i disordini si ripetono seguendo uno schema simile: quasi sempre la scintilla è rappresentata dall’uccisione, il ferimento o l’arresto di un giovane da parte della polizia. Uno degli episodi che ha avuto più rilievo e attenzione mediatica è avvenuto nel 2005: la morte di Zyed Benna e Bouna Traoré mentre cercavano di sfuggire a un posto di blocco della polizia a Clichy-sous-Bois, nella periferia parigina, ha innescato gravi disordini in tutta la Francia, che si sono protratti per settimane.

A ogni episodio di rivolta nelle banlieues seguono settimane in cui il discorso politico e mediatico francese affronta la questione della violenza poliziesca e dei problemi sociali che affliggono queste periferie. Spesso vengono annunciati nuovi piani di rigenerazione urbana, conosciuti come politique de la ville, politiche che hanno l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze all’interno delle città e migliorare le condizioni di vita nei “quartieri prioritari”, ovvero i quartieri più poveri e soggetti a interventi pubblici. Negli ultimi 20 anni, più di 60 miliardi di euro sono stati spesi in interventi sugli edifici e le infrastrutture delle periferie: nulla però sembra veramente cambiare. 

Nei “quartieri prioritari”, dove quasi il 24% della popolazione è nata fuori dalla Francia (rispetto al 10% nel resto del Paese), il 57% dei bambini vive in povertà (su scala nazionale questa cifra è del 21%), il tasso di disoccupazione supera il 18% (rispetto all’8% nazionale), e il reddito medio è di oltre il 30% più basso rispetto alle città adiacenti. L’accesso ai servizi è compromesso: il 40% dei “quartieri prioritari” non ha un asilo (il numero di asili nido in questi quartieri, per bambino di età inferiore ai 3 anni, è 6 volte inferiore alla media nazionale), i medici per abitante sono il 37% in meno rispetto al resto del Paese (il numero di medici specialisti è del 54% inferiore rispetto alla media nazionale, e quello di pediatri di quasi il 56% inferiore), e le biblioteche per abitante il 36% in meno rispetto al resto del Paese. E insieme a disuguaglianze e discriminazioni, molte persone che vivono nelle banlieues ereditano, di generazione in generazione, una rabbia profonda contro le istituzioni.

Nanterre: una storia di segregazione e di lotta

A dieci minuti a piedi dai grattacieli scintillanti della Défense, il quartiere finanziario di Parigi, c’è un quartiere costituito per il 98% da case popolari: è la Cité Pablo Picasso di Nanterre, dove la disoccupazione giovanile tocca il 20%. La storia del quartiere è simile a quella di molte altre periferie parigine: Pablo Picasso è stato costruito negli anni ‘70 per ospitare la popolazione, in gran parte proveniente dalle ex-colonie francesi, che con il boom economico dei decenni precedenti si era trasferita nei pressi della capitale. Prima della costruzione del quartiere, questa popolazione viveva in condizioni abitative precarie: fino agli anni ‘60 a Nanterre c’era la più grande bidonville della Francia, dove abitavano oltre 10mila persone, soprattutto di origine algerina. «C’è una questione di disuguaglianza economica, ma non solo», dice Mornia Labbsi, attivista antirazzista di origine algerina, nata proprio a Nanterre, «a Pablo Picasso trovi i neri, gli arabi, alla Défense trovi i bianchi: è una fotografia di quello che succede».

Caratterizzata da una forte identità migrante e operaia, Nanterre ha una storia radicata nella lotta anticoloniale e antirazzista: «Nanterre è la città che ha accolto il maggior numero di persone algerine durante e dopo la guerra d’Algeria» dice Mornia. La lotta per l’indipendenza dell’Algeria, spiega l’attivista, è fondativa dell’identità di Nanterre: «è fondamentale conoscere bene la propria storia per sentirsi a casa in un Paese come la Francia, quando si è figli di immigrati, anche di quarta o quinta generazione, per non essere visti come qualcosa che non siamo, come criminali o stranieri».

Il pregiudizio nei confronti dei “banlieusards” e il razzismo contro la popolazione di origine straniera è quasi un tema tabù nel dibattito pubblico francese. Basti dire, in tal senso, che per la legge francese, è vietato addirittura raccogliere dati sulla composizione etnica della popolazione. Eppure, a Parigi una persona nera ha una probabilità sei volte più alta di essere fermata dalla polizia rispetto a una persona bianca, e una persona di origine araba fino a otto volte più alta; anche Human Rights Watch ha denunciato le pratiche di profilazione etnica da parte della polizia francese soprattutto nei quartieri economicamente svantaggiati.

Secondo varie inchieste, le persone non bianche in Francia subiscono discriminazioni anche a scuola e nel mondo del lavoro: a parità di qualifiche, un giovane di origine straniera o residente nelle banlieues ha una probabilità minore di venire assunto, così che la disoccupazione in Francia è al 12% per chi è nato fuori dal Paese contro il 7% per chi è nato nel Paese. Secondo un’indagine del 2021, avere un nome di origine maghrebina comporterebbe il 31,5% di possibilità in meno di essere assunto per una posizione lavorativa, rispetto ad avere un nome della tradizione francese. Secondo uno studio del 2019 tra nove Paesi di Europa e Nord America, la Francia sarebbe il Paese dove, durante il processo di assunzione, i cittadini non bianchi subiscono una maggiore discriminazione. Queste discriminazioni portano le persone di origine migrante, soprattutto chi abita nei quartieri periferici, a situazioni di povertà ed esclusione: la percentuale di popolazione nata in Francia che vive in relativa povertà è intorno all’11%, quella nata fuori dalla Francia il 28%.

Come altre banlieues, negli anni Nanterre è stata teatro di numerosi progetti di riqualificazione urbana e ristrutturazione delle abitazioni: in alcune parti della città sono stati costruiti nuovi quartieri moderni, cinema e teatri. Uno dei quartieri più modernizzati è quello dell’università: si trovano bar frequentati da giovani studenti, catene di ristoranti e cinema. Secondo Mornia Labbsi, che incontriamo in un bar proprio in questo quartiere, si tratta di progetti da cui gli abitanti storici di Nanterre sono stati esclusi: «è la categoria sociale più alta che verrà a vivere qui», dice Mornia indicando gli edifici di moderna costruzione alle sue spalle. Secondo Mornia, infatti, questi interventi urbani hanno portato alla gentrificazione di alcuni quartieri senza incidere sulle dinamiche profonde della ghettizzazione, e senza portare quindi all’integrazione sociale e politica degli abitanti delle periferie: «Queste politiche urbane sono politiche di immagine, di superficie, politiche cosmetiche. Sono un cerotto messo su qualcosa che è sistemico, trucco che copre la merda», aggiunge l’attivista, «ma non si nasconde la merda costruendoci sopra quattro piani: si fa riconoscendo che c’è segregazione e razzismo sistemico.»

La banlieue come “altro” rispetto alla Francia

Le tensioni sociali e le disuguaglianze che caratterizzano Nanterre e il quartiere Pablo Picasso sono comuni a molte banlieues del Paese, dove alle difficoltà sociali ed economiche si aggiunge lo stigma di essere straniero, migrante, se non addirittura criminale. Lo stesso termine “banlieue”, che in francese significa semplicemente periferia, sobborgo, nel tempo ha acquisito una connotazione dispregiativa, associata a delinquenza e criminalità, in un rapporto di alterità rispetto al centro città. Questa divisione profonda tra centro e banlieues presente nella società francese è oggetto di discussione da decenni, ed è stata rappresentata in molti prodotti culturali. Il film del 1995 “La Haine” di Mathieu Kassovitz è stato uno dei primi a raccontare la violenza della polizia contro gli abitanti delle banlieues, così come la sfiducia e il risentimento di questi nei confronti delle istituzioni, percepite come ostili e razziste.

«La Haine nel 1995 denunciava già tutto questo: 25 anni dopo, di fatto, nulla è cambiato. Cosa possiamo fare se non essere arrabbiati?» dice un giovane residente di un quartiere di periferia di Parigi, che preferisce rimanere anonimo, «la morte di Nahel non è una novità, e la gente è stufa. Non si uccide un bambino per un reato, è una cosa che non accadrebbe mai nei quartieri ricchi né tanto meno a qualcuno che non provenga da un contesto di immigrazione. È tutto frutto di una costante stigmatizzazione della gente delle banlieues. All’origine della rabbia c’è la sensazione di non essere considerati esseri umani». Il giovane racconta altri esempi di come vengono discriminate le persone che vengono dalle banlieues: «Se arriviamo come studenti a Parigi ci viene fatto capire che la nostra cultura non è legittima. C’è un forte stigma legato alle persone che vengono dalle periferie: che siamo necessariamente poveri, delinquenti, poco istruiti, e così via. Questo è completamente falso, c’è grande ricchezza e diversità nelle banlieues, ma si parla quasi unicamente di quello che non va».

Per quanto la maggioranza degli immigrati che vivono in Francia e dei loro figli si considerano francesi, molti di loro non sentono di essere percepiti come tali: in particolare, il sentimento di non essere considerati francesi è particolarmente forte tra gli immigrati di origine subsahariana o maghrebina.

«I giovani delle banlieues, per prima cosa, chiedono che si smetta di ucciderli», dice l’attivista Mornia Labbsi, «che si smetta di segregarli, che gli venga garantito il diritto di avere un lavoro decente, di essere trattati bene dalle istituzioni». Continua Mornia: «chiedono di essere trattati come gli altri» e non come «cittadini di serie B». 

Il fallimento della politica: Clichy-sous-Bois

Dall’altra parte della periferia parigina rispetto a Nanterre, nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, si trova Clichy-sous-Bois. Si tratta di un quartiere con un’alta percentuale di popolazione immigrata o di seconda e terza generazione: nel dipartimento, la popolazione immigrata corrisponde al 30% della popolazione totale. Clichy-sous-Bois è il quartiere dove nel 2005 hanno avuto inizio le proteste che per tre settimane hanno scosso la Francia. Anche in quella occasione, la scintilla che scatenò le rivolte fu la morte di due giovani, Zyed Benna e Bouna Traoré, rimasti fulminati in una centralina elettrica in cui si erano rifugiati per scappare dalla polizia. La loro morte provocò proteste violente, che da Clichy-sous-Bois si propagarono in tutte le banlieues francesi, e che portarono l’allora Presidente Chirac a dichiarare lo stato di emergenza.

All’indomani delle proteste del 2005, il governo promise interventi massicci per migliorare la vita nelle banlieues e investì miliardi di euro nei “quartieri prioritari” del Paese, tra cui questo. A quasi vent’anni di distanza, però, Clichy-sous-Bois è una rappresentazione di come queste politiche abbiano fallito. Nella banlieue sono comparsi edifici moderni, e un tram di recente costruzione migliora i collegamenti con le altre aree della città: eppure, Clichy-sous-Bois resta uno dei comuni più poveri dell’intera Francia, con un tasso di povertà che tocca il 42%.

Rispetto al 2005, secondo l’attivista Mornia Labbsi, in alcune banlieues le condizioni di vita sarebbero addirittura peggiorate: complice soprattutto la recente crisi economica e l’epidemia di Covid. Dice Mornia: «la vita nei quartieri è peggio oggi di quanto lo fosse nel 2005, le cose si sono fatte più difficili in termini di lavoro, di inflazione: la crisi ha colpito in modo più forte le persone che vivono nei quartieri». 

Nel dipartimento di Seine-Saint-Denis l’eccesso di mortalità per Covid è stato molto maggiore rispetto ad altre zone del Paese, tra cui la città di Parigi. Il tasso di mortalità è stato inoltre molto più alto per le persone nate fuori dal Paese: a marzo e aprile 2020, mentre i decessi tra le persone nate in Francia sono aumentati in media del 22%, quelli tra le persone nate in Maghreb sono aumentati del 54% e quelli tra le persone nati in altri Paesi africani addirittura del 114%. Questa maggiore vulnerabilità al virus è stata attribuita alle condizioni abitative più precarie e alle condizioni di sovraffollamento che spesso si sviluppano nelle banlieues, e alla mancanza di servizi (nel dipartimento di Seine-Saint-Denis ci sono 2 posti letto ogni mille abitanti, contro 7,7 posti letto a Parigi). Inoltre, dice Mornia Labbsi, la pandemia di Covid ha aumentato le disuguaglianze, soprattutto scolastiche, tra città e banlieues: molti studenti durante i periodi di confinamento non avevano accesso a computer per frequentare le lezioni, o non avevano spazi adeguati nelle loro case per studiare, il che ha aumentato l’insuccesso scolastico tra i ragazzi delle banlieues.

«La situazione nelle periferie è andata deteriorandosi anno dopo anno, soprattutto dopo la pandemia di Covid e l’aumento dell’inflazione» conferma Gilles Leproust, presidente di Ville & Banlieue, associazione di sindaci delle banlieues. Leproust aggiunge che, lo scorso maggio, quindi appena prima che scoppiassero le proteste per l’omicidio di Nahel, un gruppo di sindaci aveva lanciato un appello denunciando che le periferie erano «a un passo dall’asfissia». «Sentivamo che il clima non era buono» dice Leproust: secondo il sindaco, la morte di Nahel è stata la scintilla in un contesto in cui «c’è una rabbia profonda e una situazione sociale drammatica».

Un linguaggio politico sempre più violento

Leproust dice di essere preoccupato anche per il linguaggio politico, soprattutto proveniente dai politici dell’estrema destra, che secondo lui «divide, spacca ancora di più» la società francese.

Rispetto al 2005, un’altra differenza nella società francese è stata infatti la crescita dei partiti di estrema destra. Nel primo turno delle scorse elezioni presidenziali del 2022, il partito Rassemblement National di Marine Le Pen ha ottenuto più del 23% dei voti, mentre il partito Reconquête di Éric Zemmour, ancora più identitario e conservatore, ha ottenuto il 7% dei voti. Entrambi questi partiti sono caratterizzati da un discorso politico fortemente xenofobo e anti-immigrazione, che è emerso in modo particolarmente esplicito proprio durante le proteste per l’uccisione di Nahel. «Le enclavi straniere hanno mostrato ancora una volta di cosa sono capaci: rivolte, attentati, incendi, saccheggi» è stato il commento di Éric Zemmour lo scorso giugno. «Ormai, in Francia, c’è un discorso razzista che ha raggiunto tutti i livelli più alti della politica» dice l’attivista Mornia Labbsi.

 

E mentre nel panorama politico francese emergono partiti sempre più identitari e xenofobi, le banlieues vivono un processo di depoliticizzazione. Alle elezioni presidenziali del 2017, l’astensione nei “quartieri prioritari” ha raggiunto il 48%, rispetto al 29% nel resto del Paese. 

A mesi di distanza dall’omicidio di Nahel, su Nanterre e sulle banlieues è tornato il silenzio, e gli abitanti di questi quartieri sono tornati invisibili agli occhi del Paese. Una nuova “politique de la ville” è stata implementata: vista la storia degli ultimi decenni, sembra difficile immaginare che porterà a una vera integrazione degli abitanti delle banlieues e che risolverà la discriminazione e la marginalizzazione di cui sono vittime. In molti quartieri continua la gentrificazione: in particolare, la costruzione del villaggio olimpico a Seine-Saint-Denis, in vista delle Olimpiadi di questa estate, sta destando preoccupazioni circa l’impatto sugli abitanti del quartiere.

«Io credo che la brace sia ancora lì, e che se ci fosse un altro caso come quello di Nahel, potrebbe riaccendersi altrettanto rapidamente, perché il problema è profondo» affermava alcuni mesi fa il sindaco Gilles Leproust. Parole che risuonano come un presagio, ma anche come una richiesta di un cambiamento più radicale che possa davvero portare all’inclusione di una popolazione rimasta invisibile ed esclusa per troppo tempo.

di Elena Colonna (Elena Colonna)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati