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La comunità bangladese e la città di Roma

Racconti personali, ricostruzioni, e approfondimenti sul fenomeno migratorio dal Bangladesh verso Roma

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In una delle dodici sale dell’Uci Cinemas a Roma Est è in proiezione Pathaan, l’ultima fatica del Baadshah di Bollywood Shah Rukh Khan, il divo del cinema indiano, nonché produttore e proprietario del Kalkata Knight Riders, squadra di cricket militante nella Indian Premier League. Il film è d’azione, un genere che solitamente non piace a Shahela, che è venuta a vederlo soltanto per lui, l’attore che le piace tanto fin da quando era piccola. Non lo aveva mai visto su un grande schermo e ha atteso più di vent’anni per farlo. Quando me ne parla mi dice anche che in Bangladesh non guarda quasi mai film indiani, ma solo i blockbuster statunitensi, come Jurassic World.

Shahela è originaria del Bangladesh e come tanti altri suoi connazionali è arrivata in Italia all’inizio degli anni ‘90. All’epoca cominciava a prendere piede il flusso migratorio dal Bangladesh verso l’Italia.  Oggi, solo nell’area metropolitana di Roma, è presente il 28,2% della comunità in Italia, circa 39.078 persone, il che ne fa la più folta comunità dell’Unione Europea. In particolare, grazie al fenomeno definito “catena migratoria”, ovvero la tendenza del migrante a raggiungere i connazionali già stabiliti su un territorio, le comunità sono maggiormente presenti in alcune zone ben delineate. Nel caso della capitale sono i quartieri dell’area centro-orientale, Tor Pignattara, Pigneto ed Esquilino.

Tra i tanti luoghi dell’Esquilino che ne raccontano la storia, che ci restituiscono l’identità di un quartiere incentrata sulla migrazione e la multiculturalità, c’è Rose video, negozio di abiti e tessuti provenienti dal Bangladesh che un tempo era una videoteca di cinema indiano e bangladese. 

La titolare è Shahela, ci lavora da quando era piccola  e i proprietari erano il papà e la mamma. Racconta di quando è arrivata a Roma, insieme ai genitori e ai fratelli, nel ‘94, dopo aver vissuto per due anni a Trapani, dove il padre faceva le pulizie nella villa di una famiglia nobile. Aveva otto anni. Al tempo, ricorda, non ne incontrava tanti di suoi connazionali, gli unici che conosceva erano gli amici dei genitori. 

Cresce quindi in mezzo agli italiani, frequenta tutte le scuole all’Esquilino. Allo studio alterna il lavoro, affiancando i genitori nelle loro varie attività. Il padre, oltre alla videoteca, ha un alimentari, il «primo aperto da un bangladese a Roma,»mi dice,  e una pescheria «con vasche enormi piene di pesci». Il tutto nel raggio di quattrocento metri, tra via La Marmora e via Ricasoli. 


P., bangladese con cui mi è capitato di chiacchierare, anche lui da trent’anni a Roma, si ricorda bene del padre di Shahela e ne parla con grande rispetto. Oggi non esiste più nessuno dei due, uno è diventato negozio di telefonia l’altro un’agenzia di viaggi. I genitori di Shahela hanno anche lasciato Roma e si sono ristabiliti in Bangladesh, a Narayanganj, una divisione di Dhaka, la capitale. «Nonostante a loro piaccia lavorare qui e qui abbiano i loro figli, sono ritornati in Bangladesh dove hanno due case, le badanti che non costano niente e riescono a stare più tranquilli. È più facile vivere da anziana in Bangladesh che qui per me: io qui non ho qualcuno che mi aiuta, non ho parenti che mi aiutano quanti ne posso avere là,» mi racconta.

Lei sa già che tornerà, «tutti ritornano alla fine», nonostante mi confessi che dopo due/tre mesi mesi là si annoia e vorrebbe tornare a Roma, la sente ancora come la prima casa. «Aspetterò che le bambine finiscano gli studi, ma sicuramente tornerò. Probabilmente mi farò la pensione là, per me è meglio, la nostalgia la sento, la tua cultura, il tuo modo di vivere è là. Noi in Italia cuciniamo bengalese e viviamo tra bengalesi*».

Il futuro della sua famiglia in Italia è rappresentato dalle due figlie, una di nove anni l’altra di sedici, «che sicuramente vorranno rimanere, che studieranno e lavoreranno qui, anche perché qua possono trovare facilmente tanti altri ragazzi bengalesi o musulmani, dato che il matrimonio per noi è solo tra musulmani».
Ad oggi solo l’0,9% dei cittadini bangladesi supera la soglia dei sessant’anni, a fronte del complesso dei non comunitari, pari al 9,8%. Secondo il Rapporto annuale sulla presenza di persone migranti, le ragioni di questo dato vanno ricondotte in primo luogo al modello migratorio che vede protagoniste le giovani generazioni. In secondo luogo a una storia migratoria recente. Sono infatti ancora poco numerosi i cittadini bangladesi giunti da giovani e divenuti anziani in Italia, come lo sono gli anziani che raggiungono le famiglie già stabilizzate sul territorio. 

Dalle parole di Shahela sembra emergere un terzo punto, ovvero che molti scelgono l’Italia come terra di passaggio o quanto meno non la vedono come approdo finale.

Rimane comunque intenso il processo di stabilizzazione della comunità sul territorio e alta la percentuale (65,4%) di cittadini bangladesi entrati nel nostro paese per motivi di ricongiungimento familiare, indicatore che contribuisce sicuramente all’affermazione della comunità e al suo legame con il territorio. 

Le origini del fenomeno migratorio

La migrazione bangladese in Italia è un fenomeno abbastanza recente. L’Italia si classifica come il primo Paese in Europa a ospitare la più grande comunità bangladese, che conta, al 2022, secondo dati ISTAT, circa 160.000 bangladesi residenti sul territorio italiano, ammontando dunque al 3,2% della popolazione straniera. Roma, da sola, ospita il 28,2% della comunità, una percentuale che le avvale il toponimo di “Banglatown”, ispirato alla nota strada londinese, Brick Lane – cuore del Regno Unito della comunità proveniente dal Bangladesh, ribattezzata appositamente dal consiglio comunale locale – per delineare la zona del quartiere di Tor Pignattara, contigua all’area del Pigneto, testimone della maggiore concentrazione abitativa della comunità.

Se la Capitale è, ora, protagonista della seconda ondata di migranti bangladesi provenienti dalla Libia, che fuggono dal paese in cerca di protezione a causa delle tensioni politiche e delle critiche condizioni lavorative, le origini del fenomeno migratorio che ha cambiato il volto al territorio romano possono essere fatte risalire agli ‘90 del secolo scorso, soprattutto in seguito alla Legge Martelli (che ha regolarizzato l’immigrazione), che ne ha dato un notevole impulso, quando ancora Roma era popolata da 5 mila bangladesi regolarmente soggiornanti. La crescita delle migrazioni ha, infatti, conosciuto un rapido incremento negli ultimi vent’anni, raggiungendo i picchi che conosciamo oggi, quintuplicandosi tra il 2001 e il 2021. Le motivazioni dell’esodo iniziato alla fine del secolo scorso si ricollegano a vari fattori di carattere socio-economico, nonché politici e climatici. Nato cinquant’anni fa, nel 1971, dalla sanguinosa secessione con il Pakistan e rimasto teatro di numerose tensioni politiche e sociali – sia interne che con lo Stato confinante, come testimoniano le attività di gruppi islamisti radicali – il Bangladesh può essere considerato come uno stato di migrazione: attualmente è il quinto paese al mondo per numero di emigrati, calcolando più di 7 milioni di persone. Alla base degli spostamenti ci sono principalmente motivi economici: l’emigrazione diventa una scelta di sopravvivenza di fronte ad un paese in cui quasi il 15% della popolazione vive in uno stato di povertà assoluta, con forti deficit infrastrutturali e un’elevata corruzione. Le catastrofi naturali generate dalla particolare posizione geografica del paese e dall’innalzamento del livello dei mari contribuiscono in modo significativo alla mobilità. Le famiglie bangladesi decidono di investire su un membro del nucleo familiare (che nella maggior parte dei casi è un uomo adulto) che, recandosi all’estero, genera un ritorno economico mediante l’invio di rimesse, in considerazione anche del fatto che l’elevato costo economico del viaggio proviene dall’aiuto dell’intera famiglia. Ma non solo: a muoversi sono anche giovani celibi che, con un qualificato livello di istruzione, lasciano il proprio paese d’origine per cercare di elevare il proprio status in Italia. In particolare, Roma, ha esercitato un grande fascino e potere d’attrazione nei loro confronti, spinti dalla presenza dei connazionali già insediati ed integrati, con attività economiche già avviate, in grado di offrire una base di supporto non solo lavorativa, ma anche affettiva e culturale. Uno studio condotto nel 2010 sulla base dei dati dell’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (OIM) rivela che il 77% dei bangladesi residenti in Italia ha ricevuto aiuti nel processo migratorio e di insediamento da parte dei conoscenti e familiari già da tempo stabilizzati sul territorio. Il filo che lega gli immigrati bangladesi con il loro paese d’origine sono, di fatti, proprio i legami affettivi e la richiesta di ricongiungimento familiare è un importante indicatore del grado di integrazione del singolo, data ancor più la necessità di dimostrare il raggiungimento di determinati standard di integrazione economica e alloggiativa (disponibilità di un alloggio idoneo e di un reddito minimo) per ottenere il nulla osta al ricongiungimento. 

I processi integrativi

Secondo quanto si legge dal rapporto governativo del 2021, il ricongiungimento familiare è la motivazione più frequente per la richiesta di soggiorno. La seconda riguarda i motivi di lavoro, che restano il fine principale della maggior parte dei maschi adulti . La comunità bangladese risulta quarta tra le varie comunità di migranti per numero di titolari di imprese individuali. Tra gli imprenditori schiacciante è la prevalenza maschile su quella femminile: oltre il 92% sono uomini, a differenza delle donne, che risultano essere solo l’8%. Il settore preponderante è quello del commercio, che copre circa il 62% dei titoli. Tuttavia, l’aver avviato una propria attività sul suolo italiano non è a tutti i costi sintomo del raggiungimento di un processo integrativo. Questo viene testimoniato anche dalla minima percentuale indice della realizzazione di matrimoni misti: nel 2019 ne sono stati registrati solo 40, dove in 33 casi ad essere italiana era la sposa e in sette il marito. Così anche i dati di presenza universitaria registrano nell’anno accademico 2020\2021 solamente 514 presenze di origine bangladese. Anche l’appartenenza ad associazioni di diversa natura è indice della realizzazione o meno di un processo di inclusione. La comunità bangladese conta 16 associazioni della diaspora la cui finalità è la valorizzazione della cultura di origine e l’organizzazione di attività di stampo culturale che ne consentano il mantenimento. Tali associazioni risultano fondamentali anche per ottenere il riconoscimento da parte di politiche pubbliche, al fine che si tenga conto delle necessità espresse dalla collettività.

Roma conosce da ormai anni il fenomeno che ha interessato la nascita dei numerosi super market di bangladesi, e ne ha fatto in parte anche un suo tratto distintivo nelle abitudini sociali. La famosa “birra dal bangla” è diventata un appuntamento che scandisce l’inizio, o la fine, di una qualsiasi serata in compagnia. Eppure, per quanto la presenza sia stata normalizzata, resta un varco tra noi e loro, una linea di confine troppo rimarcata per essere superata. «Siamo troppo diversi», dice Shain, un ragazzo nato in un villaggio in provincia di Dhaka, sulle rive del fiume Padma. «La religione è diversa e la religione è molto importante. a me piacciono gli italiani, ma non posso diventare loro amico perché non capirebbero». Shain è arrivato in Italia quando aveva 25 anni, e oggi ne ha 31. Il villaggio da cui proviene è un villaggio di coltivatori di riso, ed è di quello che i maschi della sua famiglia si occupano. A fargli sentire la mancanza del Bangladesh sembra essere un unico fattore, la sua famiglia, che spera un giorno di riuscire a far venire in Italia con lui. Roma gli piace, il calore della sua comunità gli permette di mantenere vive le tradizioni del suo paese, «Ora è periodo di Ramadan, ma quando finisce in Bangladesh facciamo sempre una grande festa, Id al-fitr, e anche a Roma festeggiamo tra noi». Lavora come cuoco di un ristorante, dopo anni passati da lavapiatti. Per chi come Shain si è lasciato alle spalle una condizione di povertà estrema, le retribuzioni offerte dal suo datore di lavoro suonano in tutto e per tutto un vero affare. «In confronto al Bangladesh è niente», dice ridendo in riferimento ai turni di lavoro.

 

La possibilità di riscatto che l’Italia offre è ciò che motiva migliaia di ragazzi della stessa età di Shain a lasciare il proprio paese di origine nella speranza di aiutare la propria famiglia e di ridisegnare il proprio futuro. L’integrazione sociale di questa comunità però risulta quanto più frammentaria e complicata. Se da un lato la comunità è partecipe in tutto e per tutto nella filiera economica italiana, dall’altro la percezione che se ne ha a livello sociale è di una piccola realtà a sé stante inserita in un campo d’insieme più vasto. La realizzazione dei processi di integrazione risulta fondamentale soprattutto per garantire alle seconde generazioni un maggiore inserimento nella sfera sociale romana, allontanando il rischio di una vera e propria ghettizzazione. Nello stabilirsi in Italia, queste famiglie assicurano una loro permanenza sul territorio grazie ai figli, che nascono e crescono nel contesto romano.  

La presa di consapevolezza che Roma stia assumendo sempre più i tratti di una città multiculturale è presupposto fondamentale per riuscire ad apprezzare le diversità e le ricchezze che culture a noi poco conosciute possono regalarci. Se Roma rappresenta una tappa momentanea o una destinazione definitiva dove far crescere i propri figli non ci è dato saperlo, ma nell’attesa di sapere come sarà il cittadino del futuro non ci resta che cercare di scoprire e conoscere chi oggi è il nostro “nuovo” vicino di casa.



* Secondo l’ Accademia della Crusca  «A rigore, dunque, bengalese ha un significato più ampio, relativo all’intera regione (compresa la parte indiana), mentre bangladese si riferisce specificamente al Bangladesh ed è ormai da considerare l’etnico “ufficiale” per i cittadini di quel Paese. Ma nessuno vieta di usare il primo etnico in senso più ristretto, per indicare gli abitanti del Bangladesh, che sono pur sempre bengalesi (il Vocabolario Treccani riporta s.v. bengalese le due distinte accezioni), mentre sarebbe improprio riferire il secondo termine all’intero Bengala».

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