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Aumentano i suicidi nelle carceri, ma il governo vuole riempirle ancora

Se fino al 2021 l’uso di pene alternative alla detenzione, che potrebbe migliorare la situazione, era in costante aumento, sembra invece che il Governo Meloni sia deciso ad aumentare e inasprire le pene e la detenzione a tutti i livelli. Soprattutto ai danni di giovani e migranti.

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Dall’inizio dell’anno (dati aggiornati al 12 aprile) ci sono stati 32 suicidi nelle carceri italiane: si toglie la vita più di un detenuto ogni tre giorni, a ritmo regolare, quasi scandito. I numeri sono fuori scala: nello stesso periodo lo scorso anno i suicidi erano stati appena dodici e nel 2022, definito «anno nero dei suicidi in carcere», erano stati 19.

Il preludio di quella che sembra una vera e propria epidemia è stato i primi giorni dell’anno, per la precisione il 5 gennaio, quando il ventitreenne Matteo Concetti si è impiccato in una cella di isolamento del carcere di Ancona Montacuto. Da quel momento, come se questa giovane e annunciatissima morte fosse stata una tetra profezia, i suicidi nelle carceri italiane non hanno fatto che aumentare, per lo più ignorati. 

Alvaro Fabrizio Nuñez Sanchez, 31 anni, Alica Siposova, 55 anni, Amin Taib, 28 anni, Patrick Guarnieri, 20 anni, impiccatosi il giorno del suo compleanno, Andrea Pojioca, 31 anni, Jordan Tinti, 27 anni, Singh Parwinder, 36 anni, Hawaray Amisio, 28 anni, Alexander Sasha, 38, S. Carmine, 58, Michele Scarlata, 66, Ivano Lucera, 35, Ahmed Adel Elsayed, 34, Jeton Bislimi, 34, Antonio Giuffrida, 57, e molti altri ancora, fino all’ultimo, che diventa così semplicemente l’ennesimo, Ahmed Fathy Ehaddad, uccisosi a Pavia il 10 aprile.

La prima reazione del Ministro della Giustizia Carlo Nordio è stata triste quanto prevedibile: «i suicidi in carcere,» questo il suo commento, «sono purtroppo una malattia ineliminabile». Così sembrerebbe. Se è vero infatti che i numeri sono in aumento, è altrettanto vero che morire di carcere è la normalità in Italia. Secondo Ristretti Orizzonti dal 1992 a oggi si sono uccisi in carcere 1744 detenuti. Sempre secondo quanto riporta l’associazione, i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere.

Le cause sarebbero da ricercarsi nelle condizioni delle strutture, ma anche e più semplicemente nella “perdita di ogni speranza”: «Si uccide» secondo l’associazione A Buon Diritto, «chi conosce il proprio destino e ne teme l’ineluttabilità». Nelle carceri italiane, le ragioni che rendono tanto comune la perdita della speranza sono molteplici: a partire dalla difficoltà nella gestione degli affetti e dal mantenimento di una connessione con il “fuori”. Anche se la Costituzione vorrebbe i penitenziari come un luogo di rieducazione e non meramente punitivo, la realtà è molto distante.

Un elemento che risulta evidente in primis da come i suicidi delle persone detenute vengono (o più spesso non vengono) raccontati, a maggior ragione in questi primi mesi del 2024. In generale, quando c’è, la narrazione tende a dare rilievo esclusivamente ai numeri, continuando il pattern di disumanizzazione iniziato con la detenzione. Sempre secondo Ristretti Orizzonti, ogni due detenuti che muoiono, uno passa inosservato: tutti sarebbero troppi per fare notizia. Da 5 anni, l’associazione cerca di combattere l’invisibilità in cui inevitabilmente sembra scomparire chi muore in carcere tramite un archivio di raccolta delle loro storie, per cercare di restituire ad ognuno almeno la propria identità. 

La questione dei suicidi non riguarda inoltre solo gli istituti penitenziari, ma anche le detenzioni amministrative. La situazione è particolarmente allarmante all’interno dei Cpr, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, dove vengono trattenuti i migranti a cui non è riconosciuto il diritto d’asilo o di permanenza sul suolo italiano, prima di essere rimpatriati nei loro paesi d’origine. Luoghi in cui le condizioni di vita, ampiamente riportate nonostante il divieto di accesso ai giornalisti, sono semplicemente inaccettabili. Emblematico il caso del ventiduenne Ousmane Sylla, che si è tolto la vita nel Cpr di Ponte Galeria a Roma il 4 febbraio. I tentativi si moltiplicano e sono all’ordine del giorno: sempre a ponte Galeria hanno cercato di uccidersi sei detenuti solo nei primi sette giorni di marzo. In questo caso si parla di persone che nella maggior parte dei casi non hanno commesso alcun reato, e la cui unica colpa è trovarsi sul suolo nazionale senza un permesso.

Le condizioni delle carceri italiane invece non sono una novità: dal 1959 a oggi l’Italia ha ricevuto 2.466 condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo a causa della situazione nelle carceri – è il terzo paese in questa classifica, subito dopo Turchia e Russia. L’Ungheria, delle cui carceri si è parlato molto in relazione al caso di Ilaria Salis, ne ha ricevute 614. Proprio in questi giorni si trova nuovamente in Italia il Comitato europeo contro la tortura per stilare il prossimo rapporto sui penitenziari. Nel più recente, pubblicato nel 2022, si riscontrava un problema di sovraffollamento (al 114%), oltre a numerose segnalazioni di violenze e intimidazioni raccolte tra i detenuti. Oggi il tasso di sovraffollamento medio, nonostante le raccomandazioni presenti nel rapporto, è arrivato 119%, con picchi del 213%.

Pochi giorni prima dell’arrivo del Comitato, è arrivato puntuale l’intervento riparatore del Governo, con l’annuncio di Nordio che verrà raddoppiato il budget previsto per “prevenire e contrastare il drammatico fenomeno dei suicidi in carcere,” portandolo a cinque milioni di euro. Una misura che sa di troppo poco, troppo tardi.   Uno degli aspetti più tristi è che le alternative al sistema carcerario, che è con ogni evidenza strutturalmente fallimentare, non mancherebbero. Anche se la dicotomia reato-galera è ormai scontata nell’immaginario comune, la stessa Costituzione, in relazione ai reati commessi, parla di “pene,” usando il plurale per riferirsi a tutti quei sistemi penali che non sono meramente carcerari. Secondo un rapporto di Antigone, l’Europa cerca da anni di portare avanti un principio secondo cui “il carcere non è l’unica forma di esecuzione di una pena e non dovrebbe essere neanche la principale,” incoraggiando l’uso di misure alternative, come l’affidamento in prova ai servizi sociali, la semi-libertà o la detenzione domiciliare, fino ad arrivare ai lavori di pubblica utilità o alla messa alla prova.

Se fino al 2021 l’uso di pene alternative era in leggero ma costante aumento, sembra invece che il Governo Meloni sia deciso ad aumentare e inasprire le pene e la detenzione a tutti i livelli. Una politica resa concreta per esempio dai decreti Rave, Cutro e Caivano, poi divenuti legge, che stanno contribuendo a rendere il sistema punitivo più severo, soprattutto ai danni di giovani e migranti. Nel 2023, i minori in carcere hanno raggiunto il numero più alto negli ultimi 15 anni, arrivando a quota 1.143. Proseguono i decreti proposti dal Governo Meloni in questo senso, procedendo nella direzione opposta di quanto suggerito dalla UE. Tra le ultime trovate di FDI per riempire ulteriormente le carceri l’introduzione del reato di rivolta in carcere e la discussione di un disegno di legge per modificare le norme della diffamazione a mezzo stampa, che prevederebbe la pena del carcere per i giornalisti. In questo contesto i cinque milioni stanziati da Nordio a mo’ di benvenuto per il Comitato europeo contro la tortura, che già sembravano poca cosa, suonano come una presa in giro.
di Matilde Moro (Matilde Moro)

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