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Anti-abortisti

Contributi ad associazioni cattoliche, proposte di legge in difesa della vita sin dal concepimento, carenza di informazioni. In questo modo molte regioni italiane minano in modo sistematico il diritto all'aborto.

Abortire in Italia non è semplice sebbene sia un diritto da oltre quarant’anni. Ci sono casi noti di finanziamenti regionali ad associazioni religiose, o che si oppongono all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Il fenomeno, però, è diffuso e sistematico. Abbiamo indagato in che modo, in quasi tutte le regioni italiane, la politica e l’associazionismo cattolico si saldano per fare ostruzionismo, in modo discreto ma efficace, al diritto all’aborto. Proclamandosi formalmente a favore della legge 194, usano fondi pubblici per “convincere” chi non vuole abortire, e costruiscono allo stesso tempo una narrazione stigmatizzante di quella che, invece, dovrebbe essere solo una procedura medica. Violando così l’intimità di chi accede al percorso dell’IVG.

Senza fare rumore

Abortire in Italia è un diritto garantito dalla Legge 194 del 1978, che negli ultimi mesi è stata al centro del dibattito politico a causa della sua apparente indiscutibilità. Nessun partito la vuole modificare e anzi, l’intento sembra quello di volerla «applicare pienamente». L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) sembrerebbe una procedura sanitaria garantita dal sistema legislativo di uno stato laico, che difende l’autodeterminazione del singolo. Eppure, abortire nel nostro paese è molto più complicato.

Oltre all’obiezione di coscienza, esiste infatti un substrato di leggi e fondi regionali, sepolti negli archivi dei siti delle regioni, che rendono sempre più difficile l’accesso all’IVG. La 194 infatti permette queste iniziative, essendo figlia di un enorme compromesso storico e avendo come principio fondativo il valore sociale della maternità. Una legge che, allo stesso tempo, lascia la porta aperta anche a chi l’aborto lo vuole ostacolare, senza fare troppo rumore, delegando alle Regioni e decentralizzando le decisioni.

Money for Nothing

A ottobre 2022 molti giornali hanno riportato la notizia dello stanziamento di 400.000 € da parte della Regione Piemonte a varie associazioni pro-vita. Quando i movimenti pro-choice, ovvero favorevoli al diritto di abortire, hanno criticato l’iniziativa, sono stati accusati di essere contro coloro che aiutano le donne che non vogliono abortire a portare avanti la gravidanza. La realtà tuttavia è più complessa, e il caso del Piemonte nel nostro paese non rappresenta un’eccezione, ma la prassi.

Nella regione, le associazioni antiabortiste possono entrare nei consultori e negli ospedali pubblici dal 2020, grazie all’attivazione di sportelli informativi da parte di «idonee formazioni sociali di base e di associazioni di volontariato» per «aiutare la maternità difficile dopo la nascita». Proposta da Fratelli d’Italia, la delibera citava, a titolo esemplificativo, il Movimento per la Vita (MpV) e i Centri di Aiuto alla Vita (CAV) ad esso collegati. Ufficialmente, i CAV offrono sostegno a donne in condizioni svantaggiate che vogliono portare avanti la gravidanza. Tuttavia, come racconta Francesca Visser su OpenDemocracy, sono molti e documentati i casi in cui queste associazioni cercano anche di convincere coloro che invece vogliono abortire a non farlo, presentandosi in consultorio al momento del colloquio necessario per ottenere il certificato medico che consente di accedere all’IVG.

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Associazione nata nel 1975, che «promuove e difende il diritto alla vita e la dignità di ogni uomo, dal concepimento alla morte naturale». Conta circa 500 sedi locali, 349 Centri di Aiuto alla Vita e 41 case di accoglienza.

Due anni dopo la giunta regionale ha approvato il Fondo Vita Nascente, proposto dell’assessore FdI alle Politiche Sociali Maurizio Marrone, determinato a destinare contributi pubblici ad associazioni registrate negli elenchi delle ASL che promuovono la «tutela della vita fin dal concepimento». Fra i vincitori del bando troviamo 11 CAV, il Movimento per la Vita Torino, le associazioni Promozione Vita e Crescere Insieme e l’European Research Institute, una non-profit che non sembra avere niente a che fare con la tutela della maternità difficile, ma etichettata in passato come anti-abortista. Nonostante l’assessore Marrone abbia dichiarato che il Fondo verrà utilizzato per le madri in difficoltà economica che desiderano portare avanti la gravidanza, la delibera prevede anche che il 10% dello stanziamento servirà per la pubblicizzazione del Fondo stesso. In più, i contributi, pari a un massimo di 4.000 € a persona, sembrano fin troppo esigui, ponendo che si stia cercando di dissuadere qualcuno che ha deciso di abortire solo per motivazioni economiche. Infatti, mantenere un figlio costa in media dai 7.000 ai 15.000 € all’anno per i primi 18 anni di vita.

Così, sostiene Federica Di Martino di @IVGstobenissimo — pagina Instagram che offre supporto a persone che scelgono di interrompere la gravidanza — durante una procedura di tipo sanitario in uno stato laico, viene offerto del denaro in cambio della libertà di scelta.

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Gruppi di volontari appartenenti al MpV che aiutano donne alle prese con una gravidanza difficile, al fine di prevenire il ricorso all’aborto, considerato un omicidio. I CAV possono avere sedi autonome o trovarsi all’interno dei consultori pubblici.

A una richiesta di commento di Scomodo, Claudio Larocca, Presidente della Federazione Regionale dei CAV e MpV di Piemonte e Val d’Aosta, ha risposto a nome di molte delle associazioni che hanno recepito i fondi, puntualizzando che il Movimento per la Vita è un ente aconfessionale. Tuttavia, il legame del MpV con il mondo cattolico è chiaro: è stato fra i principali organizzatori del Family Day nel 2007 e fa parte del Forum delle Associazioni Familiari, che non nasconde il suo orientamento cattolico. Rispetto alla Legge 194, Larocca ha risposto che le associazioni da lui rappresentate agiscono in linea con l’articolo due, che prevede la collaborazione fra i consultori e associazioni di volontariato. 

Il presidente di MpV Torino, Valter Boero, ci ha personalmente comunicato che dopo 43 anni di attività, questo è il primo anno in cui la regione si interessa alla causa stanziando denaro attraverso bandi regionali, a cui l’associazione risulta  «più che idonea». Rispetto allo scarso allineamento del Movimento con quella parte della 194 che garantisce il diritto all’aborto, invece, Boero risponde in questo modo: «La legge si compone di due parti. La prima [quella relativa al valore sociale della maternità, ndr] di fatto non è stata mai applicata, la seconda [sulla responsabilità regionale nel garantire l’accesso all’IVG, ndr] sì, abbondantemente con interpretazioni estensive!!». 

Perseguire il bene comune

Il Piemonte non è l’unica regione ad aver utilizzato proprio la 194 per stanziare fondi di questo tipo. Anche in Lombardia, il Fondo economico per la famiglia permette a personale non medico, come il volontariato cattolico, di entrare nei consultori. L’utilizzo di fondi per la tutela sociale della maternità viene garantito dalla legge regionale del 1999, che mira a rimuovere gli ostacoli al proseguimento della gravidanza. Come spiega Giulia Crivellini, avvocata di Libera di Abortire e tesoriera dei Radicali Italiani, questa è una diretta conseguenza della Legge 194, in cui è previsto che si prospettino alla persona incinta tutte le soluzioni possibili ad eventuali difficoltà che la spingerebbero ad interrompere la gravidanza — come se questa fosse una scelta presa in modo sbrigativo. 

La volontà politica, continua Crivellini, è quella di descrivere l’aborto in Lombardia come legato a condizioni socioeconomiche svalutanti. In realtà, come nel resto del paese, la maggioranza delle donne che accedono al servizio IVG ha più di 30 anni, un lavoro, è sposata o in una relazione stabile e il 60% ha anche già dei figli, come riporta l’ultima relazione del Ministero della Salute. L’aborto portato avanti dalla studentessa ventenne con pochi mezzi economici esiste, ma è minoritario e in continua diminuzione. La sua amplificazione mediatica serve solo ad alimentare e legittimare le posizioni antiabortiste nelle istituzioni, che oggi vogliono «assicurare il diritto a non abortire», come dichiarato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

In Friuli Venezia Giulia, tra i vincitori del Bando per la concessione di contributi per la realizzazione di progetti delle associazioni familiari del 2021 abbiamo trovato, grazie informazioni ottenute in esclusiva tramite un FOIA inviato alla regione, alcune associazioni religiose (Associazione Giovanni Paolo II, APS Il Ponte, CIRCOLO ACLI Monsignor Francesco Plet) che hanno ricevuto 10.000 € ciascuna, e  i CAV di Udine e di Trieste, che hanno ricevuto 7.000 € a testa. Per partecipare a bandi come questi, bisogna essere enti di volontariato o associazionismo «che concorrono, […] a perseguire il bene comune» e i fondi non sono vincolati all’aiuto delle singole madri, come nel caso del Piemonte, ma possono essere utilizzati più liberamente. Tuttavia, quando contattato, il CAV di Trieste ci ha confermato che tutti i soldi vengono utilizzati per sostenere famiglie o madri sole con problemi economici. A differenza della risposta elusiva di Larocca, hanno anche voluto specificare che «non ostacolano l’IVG in alcun modo» e che «non vogliono prendere decisioni per la donna e sono al suo fianco qualunque scelta faccia».

Le falle nella 194

Questi stanziamenti ai CAV spesso avvengono grazie al contributo del Forum delle Associazioni Familiari, associazione che, ad una nostra richiesta di intervista, ha risposto di «non essere interessata ad entrare in questo dibattito». Infatti, nel Piano regionale delle Politiche Familiari 2020-2022 in Puglia, scritto proprio in collaborazione con il Forum, si parla della creazione di un fondo di 300.000 €, proposto dallo stesso ente, per «interventi di tutela della donna in gravidanza in situazione di difficoltà». La regione non ha risposto alla richiesta di accesso civico di Scomodo di conoscere lo stato di questi fondi. Tuttavia, dal Dipartimento per le Politiche Familiari spiegano che i fondi sono stati divisi fra otto comuni e a breve verranno pubblicate le linee guida per individuare progetti e associazioni idonee. Fra i possibili percettori ci sono comunque i CAV, inseriti «basandosi sul principio che vada compiuto ogni sforzo, in ogni contesto, per generare qualità nella risposta ai bisogni rilevati».

Non ci sarebbe nulla di disfunzionale se l’intenzione dietro a questi provvedimenti fosse laica. Nel concreto, invece, enti con posizioni antiabortiste utilizzano falle nella 194 per portare il loro personale all’interno di consultori ed ospedali. 

È innegabile che il lavoro dei CAV sia utile a molte famiglie che non ricevono un adeguato sostegno dallo Stato, ma non può coesistere con la colpevolizzazione di chi sceglie invece la strada dell’interruzione volontaria di gravidanza. Inoltre, in Italia, esistono già i Centri per le Famiglie, che sono enti pubblici a cui farebbero comodo più fondi per ampliare i loro servizi e altre associazioni — veramente laiche — di sostegno alla genitorialità che, insieme ai consultori, offrono gli stessi servizi dei CAV.

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Associazione cattolica che dal 1992 promuove politiche fondate sulla “famiglia tradizionale”. Al Forum aderiscono più di 50 associazioni, fra cui il MpV, ed è parte della Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche in Europa.

La Toscana sembra essere l’unica regione dove questi fondi sono stati assegnati e poi bloccati. Infatti, la giunta regionale ha provato sia nel 2012 che nel 2017 a stanziare contributi per le associazioni antiabortiste attraverso la firma di un Accordo della regione con il Forum delle Associazioni Familiari. Il testo più recente prevedeva «un graduale raccordo tra i servizi consultoriali pubblici e i servizi alla persona svolti dalle associazioni familiari aderenti al Forum per l’attuazione del percorso di prevenzione dell’IVG» e lo stanziamento da parte della regione di 195.000 € in tre anni per le «attività» — non è chiaro quali — del Forum. Dopo l’approvazione, sembra che entrambi gli Accordi siano stati bloccati dal Tavolo regionale sull’applicazione della Legge 194, un organo istituzionale formato da associazioni pro-choice, sciolto durante la pandemia. Tuttavia, Donella Verdi, membro del Tavolo e dell’associazione Libere Tutte, spiega che, nonostante la regione abbia assicurato di aver bloccato i fondi dopo la decisione del Tavolo, non sia mai stato pubblicato un atto ufficiale di scissione dell’Accordo.

In mano alla sorte

Anche in Abruzzo altre associazioni cattoliche, sebbene diverse dai CAV, hanno beneficiato di contributi regionali. Abbiamo inviato un FOIA alla regione per sapere quali associazioni avessero partecipato al Piano integrato degli interventi per la Famiglia per il 2021. Nel bando è presente un elenco di consultori pubblici e privati che potevano aderire ma, non ricevendo una risposta utile, abbiamo contattato Tobia Monaco, dirigente del Servizio Tutela Sociale-Famiglia. Monaco ha spiegato che, in questo caso, nessuno degli enti segnalati aveva partecipato. Tuttavia, gli stessi sono già stati beneficiari di soldi pubblici. Nel 2021, il Centro Italiano Femminile (CIF) di Chieti (16.666 €), così come il CIF di Avezzano. Il CIF è «un’associazione di donne, credenti, cittadine collegata ad altre associazioni di ispirazione cristiana», ma entrambi i CIF abruzzesi, così come molti altri, sono registrati come consultori familiari.

Infatti, come racconta Di Martino, nelle regioni dove queste associazioni non hanno accesso agli spazi pubblici, molte aprono delle sedi sotto forma di consultori privati. La dicitura “consultorio familiare” davanti a sigle come CIF o CAV, porta alcune persone — certe di voler abortire e che cercano online un luogo dove procurarsi il certificato IVG — a recarsi in questi centri pensando di rivolgersi a personale medico qualificato. Quello che trovano è invece un luogo di ispirazione religiosa, che non offre questo servizio. Anche su alcuni siti regionali del Forum delle Associazioni Familiari è possibile trovare un elenco della loro «rete informale» di consultori nella regione.

Questo avviene per una mancanza di interesse nel creare a livello statale un percorso informativo chiaro, laico e univoco per le persone che hanno bisogno di accedere al percorso IVG. Infatti, non esiste ad oggi un elenco del Ministero degli ospedali dove è possibile abortire, né un iter applicato in ogni ospedale a livello nazionale o percorsi standardizzati di accompagnamento. Un vuoto non casuale, riempito da associazioni come Laiga194, che offre una mappa dei luoghi dove è possibile abortire in Italia, e progetti come Libera di Abortire, Obiezione Respinta, IVGstobenissimo o Mai Dati, che riporta i tassi di obiezione di coscienza nelle singole strutture. «Le donne vengono lasciate sole, in mano alla dea bendata, con la speranza che l’esperienza sanitaria non sia traumatizzante o giudicante», spiega Crivellini. 

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Servizio sociosanitario territoriale erogato dalla ASL o da privati, per tutelare la salute della famiglia o del singolo individuo con educazione sessuale, assistenza ginecologica e psicologica, percorso IVG e sostegno alla maternità difficile. Ad oggi, oltre il 40% dei certificati IVG sono rilasciati dai consultori.

Lo spazio residuale tra istituzione statale e potere regionale, concesso dalla 194, crea confusione. Così, ricercando un consultorio pubblico online si può finire in un CIF, imbattendendosi in figure legate alla sfera religiosa, che spesso non hanno alcuna esperienza in campo medico.

Richieste inevase

Molte delle regioni a cui Scomodo ha inviato una richiesta di accesso agli atti per conoscere i beneficiari di fondi pubblici per la natalità non hanno risposto, oppure hanno rigettato la richiesta, come nel caso del Veneto. A fine luglio 2022 è stato approvato il Piano operativo delle attività relative alla realizzazione delle azioni da finanziare per il sostegno della natalità, con un fondo di 2.184.000 € destinato ai consultori familiari. Non sappiamo in quale percentuale questi fondi vengano dedicati ad enti privati, ma il Veneto è da sempre alla guida dei movimenti anti-abortisti italiani, avendo — ad esempio — ospitato a Verona il Congresso Mondiale delle Famiglie nel 2019. Quando abbiamo chiesto alla regione maggiore chiarezza rispetto a dati che dovrebbero essere di dominio pubblico, quali la lista dei servizi offerti dal Programma triennale degli interventi 2022-2024 a favore della famiglia, ci è stato risposto che la nostra richiesta avrebbe comportato «un carico di lavoro tale da infierire con il buon funzionamento dell’Amministrazione Regionale». Nessuna trasparenza per una regione che, oltretutto, è una delle più lente in Italia nell’assicurare l’IVG. 

Non solo a destra

Nelle regioni dove non sono ancora stati destinati fondi ad associazioni religiose, l’obiezione di coscienza non è comunque l’unico ostacolo al diritto all’aborto. Un ruolo lo giocano anche le leggi regionali con toni antiabortisti in fase di approvazione.

Nelle Marche, all’inizio del 2021, la neoeletta giunta a guida FdI ha presentato la proposta di legge Interventi a sostegno della famiglia, della genitorialità e della natalità, che fra i suoi obiettivi comprende la «tutela e promozione della vita fin dal concepimento», l’attuazione di «azioni di promozione della cultura della famiglia» e «il coinvolgimento delle organizzazioni sia lucrative sia non lucrative per orientare risorse, servizi e interventi verso i bisogni e il benessere delle famiglie». La legge è ancora in fase di approvazione, ma la presenza di figure come quella di Carlo Ciccioli, capogruppo FdI al Consiglio regionale e firmatario della legge, che ha giustificato le limitazioni all’uso della pillola abortiva con l’imminente pericolo di una «sostituzione etnica», fanno pensare che l’iter sarà presto concluso.

Anche nel Lazio, nell’ultimo giorno della legislatura di Nicola Zingaretti, il consigliere regionale leghista Daniele Giannini ha presentato la proposta di legge Interventi a sostegno della Natalità con l’obiettivo di «sconfiggere l’inverno demografico». Il provvedimento contiene ancora una volta una richiesta di creazione di protocolli d’intesa tra la regione e «organismi di rappresentanza delle famiglie» [il Forum delle Associazioni Familiari, ndr]. Giannini ha dichiarato di aver «presentato questa proposta simbolicamente l’ultimo giorno della legislatura, proprio a testimonianza del fatto che, molto presto, l’argomento sarà al centro delle priorità programmatiche del centrodestra quando sarà al governo nella regione», cosa che si è verificata con la vittoria di Francesco Rocca alle regionali di febbraio 2023. 

Stesso clima in Emilia Romagna, dove nella Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza Regionale 2023, firmata dai consiglieri FdI Tagliaferri, Evangelisti e Cuoghi si richiede che «la Giunta Regionale si impegni a destinare fondi per l’attuazione di politiche di sostegno per la famiglia e la natalità anche attraverso la realizzazione di progetti cosiddetti Pro Life». In Liguria, dove è stata recentemente bocciata la proposta di indire un concorso per soli ginecologi non obiettori, FdI ha depositato una proposta di legge per l’istituzione di «un idoneo locale per le organizzazioni di volontariato che operino nel settore dell’aiuto alla vita nascente in ogni ospedale che pratichi IVG».

Durante la campagna elettorale in Umbria per le elezioni regionali del 2019, la candidata leghista del centrodestra — e ora Presidente della regione — Donatella Tesei aveva firmato un Manifesto Valoriale promosso da sette associazioni antiabortiste per sostenere «la famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna» e «la vita, dal concepimento fino alla morte naturale». Questo impegno si è concretizzato nella presentazione da parte di alcuni consiglieri leghisti, tra cui la vicepresidente dell’Assemblea legislativa regionale Paola Fioroni, di un progetto di legge a modifica del Testo unico in materia di Sanità e Servizi sociali. Anche questa legge, ancora in fase di audizione, dovrebbe consentire la creazione di «sportelli informativi» nelle strutture sanitarie pubbliche da parte di «associazioni familiari di volontariato», la stessa dicitura usata in Piemonte per consentire l’ingresso del MpV nei consultori e negli ospedali.

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Ospita servizi erogati dai Comuni in raccordo con associazioni o autonomamente gestiti. Sono spazi di informazione, accoglienza, incontro e aiuto per e tra le famiglie e offrono sostegno alla maternità e al nucleo familiare.

Tuttavia, gli sforzi antiabortisti non vengono solo portati avanti dal centrodestra, come dimostra il caso, finora unico della Campania. Nel 2021, il Movimento 5 Stelle ha presentato una proposta di legge che impegnava la regione a «tutelare e sostenere la vita fin dal concepimento e in ogni fase». Questa proposta non è stata mai discussa, ma i suoi firmatari avevano partecipato a una serie di incontri con il Forum delle Associazioni Familiari. Il Forum è molto attivo nella regione e fin dal 2018 promuove una campagna che chiede ai candidati alle amministrative di adottare, se eletti, delle politiche a favore della famiglia. In alcuni casi, questo impegno si è concretizzato. Il 14 agosto 2018, è stata firmata una convenzione tra l’ASL Napoli 1 e il progetto Gemma, che apriva le porte di consultori e ospedali pubblici all’Associazione Parrocchia per la Vita. La delibera è stata invalidata, ma secondo quanto ci raccontano Federica Di Martino e Francesca Visser, in alcuni ospedali sono ancora presenti in modalità informale delle persone che cercano di convincere le pazienti a non abortire quando sono già ricoverate. Come Crivellini, anche Di Martino individua la causa di queste falle nella formulazione della Legge 194, che delega le decisioni ad autonomie regionali e provinciali in cui trovano spazio associazioni e personalità tutt’altro che laiche.

Obiezione!

Regioni diverse, dal Piemonte alla Campania, sono accomunate dallo stanziamento di contributi pubblici per associazioni più o meno apertamente antiabortiste. Una mappatura che racconta una rete sotterranea che, con l’appoggio della politica, mina silenziosamente ma in modo efficace il diritto all’aborto.

Sulla base dei dati e dei documenti che abbiamo consultato, sul resto del territorio italiano non sembrano esserci ostacoli significativi, oltre a quello, sempre presente, dell’obiezione di coscienza, lo scoglio più grande all’IVG nel nostro paese. Il tasso di obiezione è alto in regioni dove il MpV sembra essere meno attivo, come in Molise e Basilicata. Il problema viene comunque raramente affrontato e, anche dove la percentuale di medici obiettori è più bassa, l’accesso all’IVG non sempre viene garantito. È il caso della Val d’Aosta, che con un’obiezione del 25% è comunque sul podio insieme a Veneto e Lombardia in quanto a tempi di attesa per l’IVG. 

Frasi della politica come «non toccheremo la 194» non possono quindi rassicurare. La legge attuale garantisce il diritto all’aborto, ma all’interno del quadro della «tutela sociale della maternità». Così, permette ad attori che vogliono indebolire questo diritto di entrare in spazi pubblici che potrebbero e dovrebbero funzionare benissimo senza di loro. 

«Chi non vuole essere madre non vuole essere madre, con o senza contentino economico», afferma Giulia Crivellini. Le motivazioni che portano all’aborto sono così tante e così complesse da non poter essere spazzate via da qualche migliaio di euro o da un’opera di persuasione. 

Sotto gli occhi di tutti

Notizie antiscientifiche, foto di santini e offerte di denaro. Così i movimenti “pro-life” violano i diritti di chi intende abortire. Una "politica del terrore" che colpevolizza chi non intende portare avanti la gravidanza.

In Italia esistono due movimenti antiabortisti: il più longevo – nasce nel 1975 – è il Movimento per la Vita, più organizzato e presente sul territorio, tramite una rete di Centri di Aiuto alla Vita (CAV). Questa è la premessa necessaria per capire la realtà Pro-life italiana da cui parte Massimo Prearo, responsabile scientifico del Centro di ricerca PoliTeSse all’Università di Verona e autore del saggio «L’ipotesi neocattolica. Politologia dei movimenti anti gender», in un colloquio con Scomodo

Nell’ultimo decennio si è sviluppato un ramo dissidente di attivismo pro-life, che condivide gli obiettivi del vecchio Movimento, ovvero la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, ma adotta posizioni più estreme. «Per loro l’aborto è un omicidio e chiunque partecipi si rende complice. Le due ramificazioni differiscono sia nelle strategie sia nel rapporto con la politica. Il Movimento per la Vita è più istituzionalizzato, mentre i pro-life esercitano una pressione esterna alla politica, come una lobby. Il movimento Pro-life, di recente costituzione, si colloca però in una lunga genealogia e molti attivisti che ne fanno parte – ad esempio Maria Rachele Ruiu, oggi nel direttivo di Pro-Vita & Famiglia – provengono dal Movimento per la Vita». La Onlus Pro Vita e Famiglia ha però ampliato il proprio spettro di rivendicazioni, inserendo tra queste la difesa della famiglia tradizionale e la contestazione contro la cosiddetta “teoria del gender”.

Nel 2013 questi “nuovi” gruppi introducono in Italia il discorso anti gender e adottano il formato di mobilitazione della Manif pour Tous, collettivo nato in Francia per opporsi al matrimonio fra persone dello stesso sesso. Pur importando le stesse modalità di azione del modello francese, il movimento italiano è riuscito pian piano a reintrodurre la tematica antiabortista, che in Francia è pressoché assente dal discorso di mobilitazione di movimenti anti-gender. Dopo l’esperienza della Marcia per la Vita e la creazione di realtà quali Notizie Pro-Vita e Giuristi per la Vita, dal 2019 c’è stata una sorta di ricomposizione tra la causa anti gender e la causa pro-life, proprio con la creazione di Pro Vita e Famiglia, che ha inglobato anche Generazione Famiglia. Mentre la Marcia per la Vita aveva una chiara identità cattolica, questi movimenti, ispirati a quel tipo di attivismo, hanno riscritto la loro identità attraverso l’appropriazione del discorso anti gender e si pongono come un’organizzazione apolitica e aconfessionale. Sebbene di fatto siano ultra cattolici, non fanno della religiosità l’identità del Movimento. Questo è il percorso che ha portato il discorso anti gender in Italia e contemporaneamente rinverdito quello abortista.

I medici obiettori, dice Prearo, sono spesso attivisti pro-life che diventano medici per concretizzare le loro convinzioni. «È possibile immaginare che se ci sono così tanti obiettori in Italia non è solo una questione culturale, questo è dovuto proprio alla presenza nei territori di una rete che propone percorsi di radicalizzazione cattolica in senso pro-life, da cui escono persone che diventano medici per potersi rifiutare di praticare IVG». Le realtà pro-life e i medici obiettori, che concretamente impediscono l’aborto, sono quindi due cose connesse.

Intimità violata

Giulia Crivellini, promotrice della campagna Libera di Abortire, ha raccontato a Scomodo alcune esperienze con cui è entrata a contatto, spiegando fino a che punto la narrazione che il movimento pro-life fa dell’IVG può condizionare la scelta di una donna. «La loro campagna di disinformazione non condiziona la scelta di una donna ma la rende molto più difficile e cambia il modo in cui la persona vive l’IVG. C’è una ragazza con cui ho avviato il percorso di denuncia del cimitero dei feti – un altro modo spregevole di equiparare la madre ad un’assassina – che ha affrontato uno stigma di coscienza per colpa degli ostacoli che ha trovato sulla strada per l’IVG». Anche solo fare continua propaganda, far ascoltare il battito del bambino e far vedere alla madre quali parti anatomiche siano già sviluppate, come è successo a questa ragazza, sono forme di violenza che rendono difficile abortire.

Le difficoltà di una donna nell’attenersi a una scelta criticata da più parti non si fermano mai alla decisione di abortire in sé. Ci sono medici da consultare, luoghi in cui attendere: le sale d’attesa degli ospedali concentrano tutte le fragilità di una persona che forse mai si definirebbe fragile, ma che è lo è agli occhi di chi spera di strapparle una scusa, una preghiera, l’assoluzione di un peccato.

«Stiamo parlando di… di una politica del terrore». Federica Di Martino, fondatrice di IVGstobenissimo, fa fatica a trovare le parole per commentare l’esperienza riportata «da due persone differenti all’interno dello stesso ospedale a Napoli». La storia è raccontata da una delle dirette interessate nella pagina Instagram di IVGstobenissimo: «Ero in sala d’attesa il primo giorno di ecografia, mi si avvicina questa donna con camice bianco e mi dice che mi aspettava in una stanzetta lì accanto appena fosse stato il mio turno. Quindi dopo un paio di persone vado, convinta che si trattasse di un medico o al massimo di una psicologa. Entro nella stanza e mi ritrovo praticamente in un santuario, con lucine e foto di santini […]. Alla fine dopo avermi chiesto i motivi più intimi della mia decisione, alla quale ho risposto sempre convinta fosse un medico, mi dice che lei è una volontaria di un’associazione cattolica e che io avrei anche potuto rifiutarmi di fare questo colloquio… colloquio dove non ha fatto altro che cercare di convincermi a tenere il bambino addirittura promettendomi un bonifico mensile per sostenere le spese! Io sono uscita da quella stanza, sempre convinta delle mie idee, ma mi sono sentita violata… avevo fatto delle confidenze ad una persona che si è rivelata tutt’altro che un medico […] tutto ciò sotto gli occhi di tutti: medici, infermieri, persone che erano lì per altri motivi».

La necessità di un perdono non è neppure messa in discussione. «Che cosa significherà per i prossimi dieci, quindici anni della propria vita sentirsi giudicati, colpevolizzati?» chiede Di Martino. «Una ragazza mi ha raccontato di questo prete — oltretutto vorrei sapere chi gliel’ha data l’informazione che c’erano in una stanza cinque persone che dovevano abortire — che entra […] chiedendo se volevano recitare l’atto di dolore per chiedere perdono di quello che stavano andando a fare».

La mela di Biancaneve

È lecito chiedersi quale sia il destino della Legge 194, in un clima in cui la richiesta di redimersi da una supposta colpevolezza è considerata la prassi. Nessuno si aspetterebbe di dover imparare a riconoscere un medico da un attivista antiabortista, così come nessuno si aspetterebbe di leggere parole di un senatore a cui «si riempie il cuore di gioia» alla notizia del ribaltamento della legge statunitense sul diritto all’aborto. Eppure la necessità di difendere una pratica riconosciuta in Italia dal 1978 è irreale quanto impellente: lo dimostrano le proposte di DDL che, a fasi intermittenti, la destra sventola col proposito di modificare nientemeno che il primo articolo del Codice Civile, così che la capacità giuridica della persona venga riconosciuta non più dal momento della nascita ma da quello del concepimento. «Laddove il concepito venisse equiparato come persona giuridica», spiega Di Martino, «fondamentalmente sarebbe impossibile definire una priorità di diritti, mentre quello che accade oggi è che le donne, sostanzialmente, hanno maggiori diritti rispetto al feto. Per esempio, nella [Legge] 194, nel momento in cui si parla di obiezione di coscienza, questa decade laddove ci sia un pericolo di vita per la donna o per la persona gestante, proprio perché su un piano di priorità i diritti della donna prevalgono su quelli del feto».

Commentando l’eventualità dell’abrogazione della Legge 194, Prearo mette in luce questioni già attuali: «Anche nel caso non ci fosse una revisione legislativa della 194, la proposta di dichiarare una Giornata nazionale della vita nascente è già un modo per intervenire in quell’ambito, in senso pro-life. Vuol dire che in quella giornata verranno fatti progetti istituzionali e campagne di informazione finanziate con dei fondi dati a gruppi e associazioni per fare delle iniziative con Comuni che sono già spostati in quell’ambito. È un po’ come agire ad un livello più basso ma allo stesso tempo con un impatto più diretto».

Il primo nemico del diritto all’aborto non sono tanto le esternazioni dell’ex onorevole Pillon o le proposte il senatore Gasparri, quanto la disinformazione promossa dalle associazioni pro-life. Giulia Crivellini racconta di aver affrontato un dibattito su Radio 1 con Alberto Gambino, presidente dell’associazione Scienza & Vita, professore di diritto privato, direttore del dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma e avvocato civilista, il quale ha sostenuto la pericolosità della pillola abortiva RU486 senza che nessuno gli facesse notare la falsità della sua affermazione. Se da un lato quindi le associazioni pro-vita fanno del linguaggio antiscientifico il loro cavallo di battaglia – accanto alla predilezione per le arti figurative, con cartelloni che ritraggono donne “avvelenate” dal farmaco come Biancaneve – le istituzioni rispondono con vuoti informativi come, ad esempio, l’assenza di una mappatura puntuale sulle strutture in cui sia possibile intraprendere un’interruzione di gravidanza.

Finché la disinformazione gratuita, così come la propaganda e il linguaggio denigratori dei movimenti pro-life non verranno riconosciuti come forme di violenza, la salvaguardia psico-fisica della persona gestante continuerà ad essere posta in secondo piano.

 

Con i contributi di

Aurora De Toffoli
Aurora De Toffoli

Redattrice

Ginevra Falciani
Ginevra Falciani

Redattrice

Gaia Russo
Gaia Russo

Redattrice

Giulia Rocchetti
Giulia Rocchetti

Redattrice

Katherina Ricchi
Katherina Ricchi

Redattrice

Hanno collaborato

Federica Carlino
Federica Carlino

Redattrice

Maria Paola Pizzonia
Maria Paola Pizzonia

Redattrice

Annalisa Prisco
Annalisa Prisco

Redattrice

Lea Negroni
Lea Negroni

Redattrice

Con il supporto di

Giulia Crivellini
Giulia Crivellini
Massimo Prearo
Massimo Prearo

.

Federica Di Martino
Federica Di Martino