Anche i consulenti sono precari?

Il lavoro da consulente fra tossicità e nuove aperture

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«Non penso che la gente voglia fare consulenza perché sognava di essere un consulente, è più una questione caratteriale o di ambizione». 

A parlare è T.: è da 3 anni nel mondo della consulenza e senza il minimo desiderio di abbandonarla. Lei, come le altre voci che abbiamo sentito, ha provato a raccontarci qualcosa di più sulla professione del consulente». Un compito complesso: si tratta di un settore enorme, caratterizzato un approccio che si ripete ma va adattato di caso in caso; per  fornire a un’azienda le competenze per risolvere un determinato problema, applicato ad ogni attività economica esistente. Colossi finanziari, aziende tecnologiche, pubbliche amministrazioni, ospedali, case editrici; la consulenza si intreccia e si adatta a tutta la società pur rimanendo estremamente riconoscibile agli occhi delle persone. Statuaria e immutabile nei suoi pregi, nei suoi difetti e nel suo status symbol. Eppure negli ultimi 30 anni gli stipendi in Italia,e l’economia in generale, non sono cresciuti e di conseguenza è cambiato anche il mondo del lavoro, sempre più convulso, incerto e precario. 

Il paradosso è evidente: un settore nato per fornire soluzioni si ritrova oggi a incarnare molte delle contraddizioni del lavoro contemporaneo. Da un lato si pretende disponibilità h24, flessibilità, capacità di adattamento; dall’altro, si offre poco in termini di sicurezza e riconoscimento. In una Milano dove gli affitti crescono più delle prospettive, anche la carriera in consulenza – che un tempo si poteva adulare come garanzia di sicurezza – diventa un campo minato. Non perché manchino le opportunità, ma perché quelle opportunità sono sempre più spesso frammentate, transitorie, della durata di un progetto dove la visione che si cerca è quella di lungo termine, di vita. 

 

Dall’altro lato della scrivania  

Com’è oggi la consulenza? Faticosa, flessibile, soddisfacente, stressante, allarmista, innovativa, inutile, formante ma soprattutto non più redditizia come dieci o quindici anni fa. Questa è la frattura più importante con quello che è non solo lo status symbol della consulenza ma anche di uno dei punti fondamentali del patto fra lavoratori e azienda: «tu consulente lavori ben oltre l’orario di lavoro, devi adattarti ad ogni necessità del cliente e continuare a fare trasferte ma io, azienda, ti dò uno stipendio ben superiore alla media e ti permetto di fare carriera molto velocemente sia che tu voglia rimanere, sia che tu voglia andartene», riassume con estrema lucidità P., dal 2010 in Accenture e convinto che questo patto si sia rotto, aprendo le porte a possibili riforme, contrattuali e culturali, nel settore. 

Nonostante gli stipendi siano comunque in media più alti (le Big 3 fanno eccezione) e gli scatti di carriera più rapidi rispetto al mondo aziendale, ora che la consulenza non offre più questo “vantaggio salariale” così marcato qualcosa si è rotto e i consulenti se ne sono accorti. Uno stipendio sempre più schiacciato dal crescere del costo della vita, soprattutto a Milano, e generazioni di dipendenti più attenti al bilanciamento tra lavoro e vita privata hanno contribuito a rendere meno tossico questo contesto lavorativo che, pur mantenendo al suo interno diverse situazioni di sfruttamento sistematico, si è dovuto riposizionare su alcune questioni chiave, prima fra tutte l’orario di lavoro che spesso non rimane sulle otto ore standard. 

 

Se gli stipendi d’oro sembrano essere più che altro un fausto del passato la consulenza rimane comunque un contesto sicuro, data la stabilità contrattuale, e un certo fermento capace di adattarsi a diversi interessi, a diverse carriere, pronto a investire in innovazioni in campo tecnologico, portando persone con background tecnico a scegliere la consulenza per poter lavorare a progetti innovativi o, al contrario, persone con una formazione più manageriale a potersi specializzare in precisi contesti tecnici (cybersecurity, IA, SAP, Supply Chain ecc.). Indipendentemente dal percorso di formazione la consulenza rimane agli occhi di chi ci lavora una palestra in cui «mi metto in contatto con tante funzioni aziendali diverse finché non trovo il mio», aggiunge I. che dopo un anno di lavoro ha deciso di chiudere categoricamente con la consulenza perché insoddisfatta del rapporto di completa subordinazione della sua azienda verso i clienti. 

La necessità di affrontare periodi di lavoro frenetici alimenta l’altro pilastro dello status symbol dei consulenti che con il mondo del lavoro attuale è messo in discussione: lo spirito di sacrificio. Spesso invocato in correlazione alla qualità del progetto, la soddisfazione del cliente e la buona nomea dell’azienda. Tutti fattori che nelle narrazioni aziendali hanno un peso enorme ma che visti con gli occhi delle persone che quei progetti devono realizzarli sacrificando la propria vita privata, prendono la forma di un allarmismo endemico che appesantisce il lavoro e che si sopporta finché si è pagati abbastanza o finché non si è fatta abbastanza esperienza. Poi si cambia azienda – magari anche per rimanere nella consulenza –  ma si cambia lo stesso perché non si sogna di fare il consulente, si desidera l’ambiente, i colleghi, una certa dinamicità e una certa sfida, tecnica e personale, e tutto si concentra sulle caratteristiche di questa sfida, il resto è solo marketing aziendale. «La consulenza non è fatta per essere sociale ma si può riuscire a creare comunque dei legami, sta un po’ al singolo ad impegnarsi sotto questo punto di vista. L’età simile e l’essere tanto tempo insieme ha un suo effetto che crea delle relazioni, non perfette ed idilliache ma concrete», ci dice T., senior consultant da qualche mese, che nel corso della sua intervista ha sottolineato più volte di come  i suoi colleghi siano una seconda famiglia e un fattore fondamentale per cui, per ora, non vuole abbandonare la consulenza. 

 

La rottura parziale di questo rapporto, apparentemente idilliaco, ha portato una consapevolezza nuova al modo in cui i consulenti si percepiscono e come si sentono percepiti. Diventato impossibile nascondere le contraddizioni di questa professione, le si accetta pubblicamente e si condivide la propria insofferenza con colleghi e amici, accettando di buon grado i commenti sarcastici del caso sugli orari di lavoro proibitivi. Allo stesso tempo però la figura del consulente come esperto e con il suo punto di vista unico, è ancora un’immagine in cui si rispecchiano in molti/e e che viene difesa anche con una sorta di  trauma-bonding collettivo. «Dall’esterno la gente vede i consulenti come degli esauriti ed esaltati e queste persone hanno anche ragione però c’è un po’ di orgoglio e si difende la propria categoria», riassume T. sottolineando che i consulenti si riconoscono subito a vicenda negli spazi sociali e si supportano istantaneamente. 

Che ruolo ha Milano nel mondo della consulenza? 

«La mia unica aspettativa era avere un lavoro sicuro che mi permettesse di sentirmi adulta e indipendente e Milano era per me la città proibita, cioè quel luogo dove tutto era possibile e dove avrei potuto scoprire altri lati della mia persona», ci dice M. che è arrivata a Milano proprio per lavorare nella consulenza e che dopo 6 anni, benché positivi, sa che non ci rimarrà per sempre. 

Il ruolo di Milano come hub centrale per il settore della consulenza in Italia è innegabile e si manifesta su diversi livelli. La concentrazione di sedi di importanti società di consulenza, sia nazionali che internazionali, crea un ecosistema dinamico e competitivo, attrattivo sia per i professionisti esperti che per i giovani talenti in cerca di opportunità. La prossimità a importanti centri decisionali e finanziari rende Milano un luogo strategico per le attività di consulenza, facilitando la creazione di reti professionali e lo sviluppo di relazioni commerciali.

L’identificazione tra l’immagine di successo associata a Milano e quella del consulente è un fenomeno culturale rilevante. L’aspirazione a una carriera dinamica, internazionale e ben retribuita si lega fortemente  all’immaginario della città come motore economico e simbolo di progresso. Questa sinergia attira a Milano un flusso costante di persone interessate al settore della consulenza, creando un mercato del lavoro specializzato e competitivo.

Tuttavia, è importante sottolineare che questo legame identitario non è privo di ambivalenze. Le stesse dinamiche di competitività, di elevato costo della vita e di ritmi frenetici che caratterizzano il contesto milanese si riflettono, in parte, anche nel mondo della consulenza. Creando una sovrapposizione tra lo status symbol della città e quello della professione che può talvolta oscurare le sfide e le pressioni reali che i consulenti affrontano ogni giorno.

Nonostante la dimensione spesso globale dei progetti di consulenza, il radicamento a Milano influenza la cultura professionale e le interazioni sociali dei consulenti. La condivisione di un background linguistico comune, arricchito da anglicismi tecnici, la frequentazione di determinati luoghi e l’adozione dello stesso abbigliamento contribuiscono a creare un senso di appartenenza a una comunità professionale specifica all’interno del tessuto urbano milanese.

Milano si configura quindi non solo come un luogo in cui la consulenza “esiste”, ma come un ambiente che ne favorisce la crescita e l’evoluzione, influenzando sia le dinamiche interne alle aziende che la percezione esterna della professione. La città rappresenta un crocevia di talenti e di opportunità, ma anche un contesto in cui le sfide del mondo del lavoro contemporaneo si manifestano con particolare intensità: «Milano ti fa credere di poter essere chi vuoi ma alla fine é meglio se sei solo qualcuno», conclude M. aggiungendo anche un’ultima riflessione sullo status symbol, a Milano, dei consulenti: «Nel senso che alla fine l’affitto, le mostre, i cinema, gli aperitivi e i djset vanno pagati e quindi inevitabilmente se fai certi lavori sei in una posizione di privilegio e prestigio. Perciò, non lo sento, ma so di avere uno status di prestigio». 

Un settore in evoluzione

Nonostante il settore della consulenza continui a manifestare una considerevole attrattività e a registrare una crescita costante, sia nel contesto nazionale che internazionale, persistono problematiche strutturali non trascurabili che stanno mano a mano orientando i professionisti verso soluzioni e forme di organizzazione che, anche solo un decennio addietro, sarebbero state considerate remote e inconcepibili.

Al di là delle annose questioni retributive e della problematica degli straordinari non adeguatamente compensati, emerge un ulteriore elemento di precarietà che affligge in modo specifico il comparto della consulenza: la marcata assenza di prassi contrattuali collettive. Nella stragrande maggioranza dei casi, i contratti stipulati con i consulenti sono negoziati e definiti su base solo individuale. La personalizzazione dei contratti genera instabilità all’interno dell’ambiente lavorativo. L’assenza di parametri di riferimento chiari e condivisi a livello aziendale in merito a benefit, alle progressioni di carriera e alle retribuzioni iniziali per le diverse seniority crea una sensazione di disparità e di un clima di potenziale risentimento. 

Chi lavora in consulenza sopporta sempre meno questa individualizzazione e la presa di posizione del sindacato di Accenture, una forma di organizzazione collettiva pressoché inedita in questo settore, ne è la prova. Nonostante l’inquadramento contrattuale dei dipendenti di Accenture rientri nel settore metalmeccanico, l’attività sindacale fino a cinque o sei anni fa si limitava all’offerta di sportelli di assistenza per questioni di natura burocratica, senza ambire a una rappresentanza più incisiva. Tale limitazione era riconducibile sia a una radicata cultura aziendale storicamente poco incline alla sindacalizzazione: «Entri in consulenza e vieni assorbito, non ti fai domande e non sai che c’è il sindacato» ci dice amareggiato P. che ha visto tante persone rinunciare a migliorare la qualità del proprio lavoro, sia alla dinamica dell’elevato turnover a cui le grandi aziende di consulenza sono al tempo stesso esposte e volutamente causa, rendendo complesso lo sviluppo di strutture sindacali stabili e capaci di costituire un punto di riferimento affidabile in un orizzonte temporale di medio e lungo periodo, ovvero la cornice temporale entro la quale si dispiegano le azioni sindacali volte al miglioramento delle condizioni dei dipendenti.

È ancora prematuro esprimere un giudizio definitivo sulla potenziale diffusione e stabilizzazione del fenomeno sindacale nel settore della consulenza. Tuttavia, ogni passo compiuto in questa direzione sancisce una netta discontinuità con le fondamenta culturali che hanno caratterizzato questo mondo lavorativo a partire dai primi anni del nuovo millennio e, in parte, anche nel periodo antecedente, contraddistinto da una forte enfasi sull’individualismo e sulla competizione interna.

Qualora l’azione sindacale non dovesse radicarsi in maniera capillare, è plausibile che un cambiamento strutturale possa emergere anche per la semplice evoluzione demografica e culturale. La Generazione Z, ad esempio, manifesta una concezione del mondo del lavoro differente rispetto alle generazioni che l’hanno preceduta. I primi segnali di questo cambiamento si stanno già manifestando nel mercato del lavoro statunitense, rendendo ragionevole pensare che influenzeranno in modo significativo il contesto italiano nel momento in cui, tra sei e otto anni, questa generazione raggiungerà posizioni manageriali, introducendo logiche operative e ritmi di lavoro diversi all’interno delle aziende di consulenza.

D’altra parte, non si può sottovalutare la intrinseca resistenza al cambiamento che caratterizza il mondo della consulenza, alimentata dalla forza del suo status symbol consolidato e dalla sua considerevole influenza economica. Nonostante una percepibile diminuzione della “tossicità” dell’ambiente di lavoro, le trasformazioni indotte da eventi dirompenti come la pandemia di COVID-19 sono state in larga misura riassorbite all’interno delle dinamiche preesistenti: «Prima del COVID il mondo della consulenza era completamente diverso, c’erano spostamenti continui che portavano a grosse perdite di tempo, ora c’è più libertà», ricorda T. I miglioramenti nella qualità del lavoro si sono spesso concretizzati solo a condizione di mantenere lo stesso livello di impegno e sforzo, come nel caso emblematico delle trasferte presso i clienti sostituite dalle videoconferenze, meno dispendiose in termini di fatica fisica ma che non hanno impedito la persistenza di orari di lavoro eccessivi imposti dalla committenza.

Le società di consulenza compongono un immenso apparato industriale, con enormi risorse, finanziarie, tecnologiche e umane, in grado di evitare riforme trasversali e improvvise, anche se il panorama lavorativo attuale appare caratterizzato da una maggiore incertezza e precarietà. Sono i consulenti che, forse per la prima volta, stanno usando questa incertezza per una presa di coscienza, individuale e collettiva, delle vulnerabilità, finora sopportate o addirittura esaltate, della professione. Chi lavora in consulenza non vuole assolutamente tornare indietro ed è sempre più esigente e fiduciosi in un miglioramento costante delle proprie condizioni di lavoro, dinamico e sfidante ma, ad oggi, molto più precario che in passato. 

di Anna Cameruccio (Anna Cameruccio),Giulio Corradi (Giulio Corradi),Mariacristina Bottaro (Mariacristina Bottaro)

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