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Afghani in Friuli tra integrazione e discriminazione

Dopo quarant’anni di guerra gli afghani continuano a scappare dal loro Paese per cercare una vita migliore in Europa. Molti di loro giungono in Italia attraverso la Rotta Balcanica e la porta orientale del Paese è il Friuli Venezia Giulia, regione divisa tra l’accoglienza e il rifiuto.

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Nella piccola cucina dai muri bianchi la musica tradizionale fa da sottofondo mentre Abdullah mi spiega come preparare i bolani, un piatto a base del tipico pane afghano, il nan. Mi mostra come fare e guarda con pazienza i miei tentativi di imitarlo: viene dal Panjshir, la provincia di Ahmad Massoud.  Lì faceva il panettiere. Ora è aiuto cuoco in uno dei ristoranti più famosi di Udine.

«Mi piace il mio lavoro,» dice, «ora per me l’Italia è come l’Afghanistan, un posto dove costruire la mia vita, portare mia moglie, comprare una casa». Smette di impastare per un attimo e mi  parla delle difficoltà passate, dei ricordi lontani del suo Paese. «Quando c’erano i bombardamenti, mi nascondevo in cantina con mia mamma,» con le mani mima il volo di un aereo e socchiude le labbra per emettere un fischio, il suono di un missile, «c’era fuoco dappertutto». Poi aggiunge, sottovoce, protendendosi verso di me: «Una volta mio padre è stato arrestato dai talebani: ero piccolo, piangevo». 

Nel 2021, dopo una rapida offensiva, i talebani hanno preso il controllo dell’Afghanistan, per la seconda volta nella storia del Paese: da allora, la situazione, già critica, è degenerata in una spirale di crisi umanitaria e alimentare. La crisi è anche culturale: il tasso di alfabetizzazione dell’Afghanistan è uno dei più bassi al mondo e si attesta al 37% della popolazione adulta. Decenni di conflitto hanno minato fortemente l’accesso all’istruzione e a fare le spese di questa situazione spesso sono le donne, escluse dall’istruzione post-elementare. Tuttavia, non è solo la scolarità femminile a essere carente: l’eccessiva distanza delle scuole e la necessità di aiutare economicamente la famiglia costringono ogni anno molti bambini ad abbandonare il proprio percorso di studi.  A ciò contribuisce la scarsa numerosità degli insegnanti, spesso sottopagati. Abdullah mi racconta del suo maestro elementare, della sua passione per l’insegnamento e mi chiede se può prendere il mio quadernino per un attimo: scrive un verso in caratteri arabi, lo stralcio di una poesia in persiano. 

«Un giorno il mio maestro lo ha scritto sulla lavagna», mi spiega e poi fa la parafrasi, «significa che l’arte e l’educazione sono importanti per l’uomo». L’Afghanistan è stato per secoli la culla di una grande cultura: qui sono nati Maulana Rumi, uno dei maggiori poeti della letteratura persiana, e Rabia Balkhi, una delle più grandi scrittrici del Medioevo. Oggi, però, alle donne è proibito l’esercizio di qualsiasi forma di arte e anche il tasso di alfabetizzazione risulta molto più basso di quello dei maschi, pari appena al 22%.

«Senza l’educazione non possiamo garantire un buon futuro al Paese e questo non vale solo per le donne, ma anche per i maschi,» dice Firoza Wahedi.  Presidentessa dell’ONG “Women’s economy, social and sport development” e prima istruttrice di cricket a Herat, costretta a scappare dall’Afghanistan durante l’offensiva talebana. Anche lei ora, proprio come Abdullah,  vive in provincia di Udine. Abita assieme all’amica Fariba e racconta la propria storia per far sì che sul suo Paese non cali il silenzio.

«Abbiamo passato molte difficoltà: in Pakistan senza documenti, anche in Italia abbiamo dovuto cambiare tre case, ma siamo molto grate al Governo Italiano per averci dato quest’opportunità». dice, «sappiamo che anche per gli italiani non è un momento facile: tutto costa molto, gli stipendi non sono adeguati» aggiunge, alludendo alle difficoltà che anche molte famiglie italiane affrontano, similmente alla sua.

Firoza sorride mentre beve il tè, ma i suoi occhi lucidi riflettono la tristezza di una madre che ha dovuto separarsi dai propri figli: «Sono preoccupata per la mia famiglia: mio marito è malato, le mie figlie sono chiuse in casa e mio figlio maggiore non riesce a fare tutto da solo,» sospira. «Vorrei cominciare a lavorare al più presto per poterli aiutare».

Dalla conoscenza nasce l’accoglienza: il fragile equilibrio friulano

Le condizioni di vita in Afghanistan spingono sempre più persone a partire: secondo il rapporto 2023 dell’Agenzia Europea per l’Asilo, gli afghani sono la seconda nazionalità più rappresentata sulla Rotta Balcanica dopo i siriani. Tra il 2018 e il 2022 la loro destinazione prediletta non era l’Italia, vista solo come Paese di transito. Tuttavia, a partire dal 2023 sempre più afghani hanno deciso di stabilirvisi, rimanendo principalmente nelle regioni nord-orientali.

La lunga e pericolosa via che attraversa Grecia, Bulgaria e i Paesi dell’ex-Jugoslavia termina proprio in Friuli Venezia Giulia, dove, secondo i dati ISTAT, oggi vivono 1158 afghani, il numero più alto in Italia se rapportato alla popolazione locale. Risiedono principalmente nelle province di Trieste e Udine, dove vivono rispettivamente 607 e 299 persone. 

Proprio a Udine il neoeletto sindaco Alberto Felice De Toni ha promesso la riapertura del sistema di accoglienza diffusa (SAI) nel suo comune, chiuso dall’amministrazione precedente. Nonostante un sistema di accoglienza spesso sovraccarico, diversi comuni della provincia si distinguono per le iniziative di integrazione, come quello di San Vito al Tagliamento (PN), e diverse associazioni sono attive nell’insegnamento della lingua e della cultura.

«Nelle nostre strutture diamo particolare attenzione alle macroaree della lingua e della cultura e manteniamo un occhio di riguardo nei confronti delle vulnerabilità psicologiche o anche psichiatriche che i nostri ospiti possono presentare,» afferma Ruben Cadau, responsabile dell’accoglienza per l’associazione Oikos ETS, che nella provincia di Udine gestisce 34 strutture. «Ospitiamo minori non accompagnati, ragazzi in prosieguo amministrativo e anche adulti. Il nostro primo punto è il benessere, mentre il primo ponte è la lingua. Offriamo corsi di italiano e cerchiamo di favorire l’inserimento nelle scuole del territorio. Per i minori facciamo anche il momento di gioco: sono ragazzi costretti a crescere presto, che spesso non hanno avuto l’opportunità di essere bambini. Sentono sulle proprie spalle la responsabilità nei confronti della famiglia».

Nella seconda regione più anziana d’Italia le aziende ormai faticano a trovare lavoratori e Oikos spesso risponde ai loro bisogni con formazioni specifiche: «Il nostro scopo è rendere autonomi i ragazzi e al termine del loro percorso facciamo un bilancio delle competenze, tenendo conto delle capacità e delle loro aspirazioni,» continua Ruben, «molti vogliono cominciare a lavorare subito per supportare la famiglia». 

Tuttavia, non sempre il sistema è accogliente nei loro confronti: «Ad essere sincero, non mi trovo bene in questa zona: c’è molto razzismo». Esmail ha venticinque anni e vive in Italia dal 2018. Si muove irrequieto sulla sedia mentre parla e spesso distoglie lo sguardo. Fino a poco prima rideva e scherzava con i suoi amici, tentando di insegnarmi alcune frasi in hazaragi, il dialetto degli Hazara. Ora siamo soli, seduti uno di fronte all’altro, e la sua voce si è fatta più bassa, più seria.

«Quando lavoravo in ristorante, alcuni colleghi mi trattavano male e ho fatto molta fatica a trovare una sistemazione: vivo in un convitto, ma ho fatto fatica a trovare un posto anche lì,» parla amareggiato, «andavo e mi dicevano che era tutto pieno, ma se arrivava un italiano gli trovavano subito una stanza». Il suo volto esprime la convinzione che continuerà a scontrarsi con il rifiuto di chi lo ritiene troppo diverso per integrarsi nella società locale.

«Quando ero al centro di accoglienza, pensavo che gli italiani fossero cattivi». Me lo confessa Asad in un italiano impeccabile: lui ed Esmail sono partiti da Herat insieme e hanno attraversato Iran, Turchia e altri Paesi fino ad arrivare prima in Svezia e infine in Italia. «Ora non lo penso più: ho studiato, ho vissuto con una famiglia a Udine e ho fatto il servizio civile alla Caritas. Questo mi ha permesso di conoscere nuove persone e fare amicizia». Ora lavora in una struttura residenziale per persone in condizioni di grave marginalità. «Faccio compagnia agli ospiti, li aiuto. Mi piace quello che faccio: il mio lavoro ideale è aiutare gli altri». 

«Anche io ho dei sogni,» aggiunge Esmail, addentando un bolani ancora caldo. «Voglio aprire una mia attività: mi piace l’apicoltura e vorrei comprare delle arnie». Ha fatto domanda per i fondi regionali stanziati per l’apicoltura e ora attende una risposta.

Intanto, Abdullah è tornato dalla biblioteca: ha trovato un libro di poesie con il testo a fronte in persiano, la sua lingua madre. Ride soddisfatto mentre me lo mostra, dicendomi in farsi che, quando lo finirà, me lo passerà.

“Alān ketābhā rā mekhānam, hatmān behtar mesham.”
Adesso leggo dei libri, sicuramente migliorerò. 

Asad mi dice che posso tornare quando voglio: in Afghanistan l’ospitalità è la regola e la porta è sempre aperta. Dovremmo chiederci se con un popolo così ospitale noi siamo altrettanto accoglienti.

di Chiara Ercolini (Chiara Ercolini)

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