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In mezzo alla violenza

Cosa significano i dati sulla violenza tra adolescenti raccolti da ActionAid e Ipsos

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Nessuno si pensa violento. 

La violenza è fuori, nelle mani di chi compie atti tanto colorati da avere abbastanza inchiostro per tingere la cronaca nera. La brutalità riguarda l’altro, l’austero, il diverso, ma una cosa è certa: in quanto esseri evoluti, non ci sfiora. 

Nel caso in cui ci riguardasse, rientra in quella serie di comportamenti che abbiamo ereditato (aggressività innata) dal mondo animale e che ci hanno spinti a procurarci il cibo, possedere le femmine desiderate e conservare il proprio territorio.

Ricercare, scrivere ed educare rispetto alla violenza sono dunque atti obsoleti, superflui. Una perdita di tempo ed energie. Ce lo suggeriscono le stesse istituzioni quando scelgono di non investire somme consistenti in programmi e piani in grado di andare a lavorare sulla prevenzione della violenza. Le priorità sono altre, il nemico è altrove. 

Heidegger parlando di Hannah Arendt sostiene che lei possedesse una particolare capacità di pensiero in quanto in grado di entrare dentro ai concetti, standoci in mezzo. Al contrario, la riflessione più comune rispetto alla violenza equivale a ciò che accade al contatto tra olio e acqua: il pensiero, come il grasso per il liquido, sta sopra. Non si mischia, non diventa parte del processo. 

Quando analizziamo la violenza come fatto sociale stiamo ben attenti a non amalgamarci, a non impastare la nostra soggettività con quel mondo brutto e scuro che uccide le donne e supporta le guerre. Quando osserviamo atti violenti nelle nuove generazioni ci sottraiamo a plausibili percorsi a ritroso capaci di indagare la sorgente di tali comportamenti perché quello che potremmo scoprire ci disgusta. 

In effetti potremmo renderci conto che 4 adolescenti su 5 credono che una donna possa sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero lo vuole. Oppure, che 1 giovane su 5 pensa che un comportamento provocante legittimi una violenza. Sono questi i dati che emergono dall’indagine compiuta da IPSOS per ActionAid titolata I giovani e la violenza tra pari, una ricerca capace di restituirci una fotografia che mette bene a fuoco l’urgenza di occuparsi di ciò di cui nessuno parla: le fondamenta di una società a struttura patriarcale basata sulla riproducibilità e pervasività della violenza, colonna portante della cultura dello stupro.

Viene da chiedersi a chi spetta il compito di educare le figure destinate a interfacciarsi con le giovani generazioni.  Ad oggi non esistono scenari di lavoro costante in famiglia, nei servizi di prima infanzia e nelle scuole di ogni ordine e grado sulla prevenzione. 

Parliamo non a caso di prevenzione, in quanto si tratta di evitare l’insorgenza di un disagio o di un comportamento a rischio. Aumentando i fattori protettivi, si è in grado di creare un contesto capace di accogliere la fragilità e l’incertezza che ci attraversa quando parliamo di educazione all’affettività e alla sessualità. 

Arrivare alla scuola superiore privi degli strumenti necessari a decodificare un’esigenza complessa ed emotivamente stratificata come quella dell’affaccio sul panorama dei rapporti erotici e relazionali significa essere in ritardo: gli adolescenti, infatti, si trovano già nella fascia d’età per cui si arrangeranno o chiederanno consiglio ad altri coetanei, creando una catena di disinformazione serrata da un lucchetto di pregiudizio. 

Le maglie strette del dialogo portano, secondo l’indagine, ad una difficoltà a denunciare. La vergogna provata nel raccontarsi all’adulto si ripresenta di fronte alle istituzioni, seguita dalla paura di dirlo e dal credere che la denuncia sia inutile. Dallo studio appare evidente che se il ruolo dell’adulto è, nel percorso di crescita, quello di essere portatore della regola e della tenuta della conseguenza, manca il desiderio e l’intenzione di porsi come interlocutori e soggetti per le giovani generazioni. Troppo spesso le figure di riferimento, invece, acquisiscono una postura giudicante e si perdono la possibilità di maneggiare un segreto in cuore a ciascuno che -pare- non possa essere condiviso con nessuno. 

Questo ultimo aspetto rende a dir poco complessa una progettualità rispetto a un’educazione alla sessualità, perché le generazioni precedenti a quella degli adulti di oggi non ne hanno mai fatto esperienza se non attraverso lunghe sessioni di tabù ed imbarazzi. Non è semplice mettere sul piatto la sessualità accettando che possa smuovere macigni che nascondono (anche) grandi dolori per i quali non possediamo un vocabolario comune. È quasi utopistico pretendere di essere presi in considerazione come figure a cui chiedere aiuto se non si possiedono le parole per creare un asse di scambio intragenerazionale ed intergenerazionale rispetto all’universo della violenza.  

La ricerca mostra, infatti, che lo stesso atto definitorio di cosa sia violenza risulta complesso: per 1 giovane su 5 non è violenza toccare le parti intime di una persona senza il suo consenso. Al secondo posto è considerata violenza picchiare qualcuno (79% dei consensi) e al terzo posto, con il 78%, la diffusione senza consenso di materiale audiovisivo intimo. 

La seconda voce è la più citata dai maschi. La terza la più citata dalle ragazze. 

Sono proprio le ragazze, più dei ragazzi, a vivere con maggior frequenza atti di violenza tra pari, in qualsiasi forma essa si manifesti.

A questo sentiero poco battuto si aggiunge la miriade di pregiudizi presenti nei confronti dell’educazione alla sessualità, tra cui la sessualizzazione precoce del minore, l’esposizione a tematiche e contenuti non adatti e la fantomatica nonché inesistente teoria del gender. Tra chi inneggia al pericolo di non riconoscerci più nel nostro stato di natura – ammesso di possederne uno – e chi terrorizza flotte di genitori al family day indicando il giorno del Pride come l’apocalisse, è facile sottrarsi al dibattito, retrocedendo di fronte alla necessità di strutturare un’educazione alla salute, al consenso e all’educazione emotiva con personale autonomo e – soprattutto – laico. 

Secondo il 38% dei giovani intervistati, la scuola rappresenta ancora il contatto privilegiato per essere sicuri di raggiungere il maggior numero di adolescenti possibile. Tra le iniziative ritenute necessarie a sostegno della prevenzione della violenza tra pari spicca la necessità di garantire l’efficace funzionamento del supporto/sportello psicologico e l’introduzione di programmi stabili di educazione affettiva e sessuale per studenti e studentesse. 

Se ripensiamo alla nostra esperienza scolastica, è difficile mettere a fuoco una figura alla quale avremmo confessato un atto di violenza subito da noi o da altri. Il rischio di vittimizzazione secondaria è troppo alto per affidarsi ad altri, come mostrano i dati dell’indagine: solo un giovane su tre conosce persone e/o servizi all’interno della propria scuola a cui riporterebbero atti di violenza. 

Dunque per prevenire e creare un contesto che permetta ai giovani e alle giovani di vivere a pieno la propria sessualità e la propria affettività – come consiglia l’OMS, organizzazione che tratta più di tutte le altre a livello globale il tema della salute non come semplice assenza di malattia – bisogna innanzitutto agire sugli adulti, creando una comunità educante capace di condannare ogni singolo atto privo di consenso e di strutturare dei percorsi di coprogettazione di pratiche comunitarie per prevenire e gestire la violenza. 

Solo così sarà possibile accedere a un vero e proprio glossario capace di darci gli strumenti per riconoscere la violenza anche dove non l’avremmo mai cercata: dentro di noi. 

I dati dell’articolo provengono dal report IPSOS I giovani e la violenza tra pari 2023, realizzato per ActionAid Italia nell’ambito di Youth4Love Italia, un progetto finanziato attraverso i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che mira a prevenire e contrastare la violenza tra pari e di genere.

di Aurora De Toffoli (Aurora De Toffoli)

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