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Accelerando verso il Comunismo di lusso

Una genealogia dell’accelerazionismo di sinistra

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«Per la filosofia contemporanea, l’accelerazionismo ha rappresentato qualcosa di molto simile a quel che il punk è stato per la musica degli anni Settanta/Ottanta: un elettroshock, una scarica di adrenalina, l’apparizione catastrofica di una metodologia selvaggia e indisciplinata, di uno stile imprevedibile e provocatorio». Esordisce così Tiziano Cancelli in How To Accelerate – introduzione all’ accelerazionismo, pubblicato per Tlon nel 2020. 

Questa metafora ci sembra molto azzeccata per descrivere questo movimento di pensiero che fa del controverso e del provocatorio le sue cifre stilistiche. Cercando su internet cosa sia l’accelerazionismo, spuntano decine di articoli che lo descrivono come l’ideologia che affascina sia la sinistra che i neonazisti. In effetti, a partire dalla sua nascita, questa corrente di pensiero ha subito diverse evoluzioni ramificandosi nello spettro politico dall’altright alla xenoleft. 

Nato negli anni ‘90 dal laboratorio della CCRU, il pensiero accelerazionista intreccia la sua storia con quella del pensiero radicale inglese degli ultimi vent’anni. Il suo obiettivo di base  è cambiare l’attitudine della società verso la tecnologia per edificare un futuro alternativo e nuovo, che assumerà connotati diversi a seconda della connotazione politica di partenza. 

L’Accelerazionismo di sinistra (L/acc) si propone di costruire un’alternativa radicale al presente opprimente che viviamo ogni giorno. Recuperando teorie marxiane, marxiste, operaiste e post-strutturaliste, con qualche aggiunta di estetica cyberpunk, L-Acc si presenta come una delle correnti  filosofiche più interessanti del momento.

Marxismo e dintorni

Inquinamento industriale dell’aria e delle risorse naturali, disuguaglianze sempre più drammatiche, trust che monopolizzano l’economia, guerre all’orizzonte tra superpotenze. Difficile capire se stiamo parlando del 2023 o della metà del XIX secolo, l’epoca in cui visse Karl Marx.

L’accelerazionismo di sinistra rientra nell’ombrello chiamato marxismo eterodosso, che si distacca dall’ortodossia marxista-leninista. Secondo la xenoleft il sistema del filosofo di Treviri è un hardware il cui software va aggiornato perché, dopo la crisi inarrestabile della sinistra a causa della caduta del Muro di Berlino, bisogna fixare i suoi bug per sprigionarne di nuovo la potenza.

L’algoritmo è appunto il lavoro di Karl Marx, il cui pensiero ha come cardine il materialismo dialettico, ovvero la concezione che la storia sia essenzialmente il prodotto della lotta tra le classi sociali dagli interessi inconciliabili che va a costituire la struttura, ovvero i rapporti produttivi. Il sistema economico capitalista non è quindi l’espressione della natura umana, bensì un rapporto sociale storicamente determinato basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, che è un furto.

Nella società industriale la conseguenza di ciò è la possibilità per la borghesia di rubare il plusvalore dal lavoro mediato dalle macchine degli operai –  i cui salari costituiscono il capitale variabile –  dal momento che Marx eredita dagli economisti classici la teoria del valore come lavoro coagulato.

Questo paradigma comporta l’alienazione dei lavoratori che, una volta distaccati dal prodotto dei loro sforzi e dagli altri a causa della divisione del lavoro, arrivano a identificarsi con gli oggetti, andando a creare quel feticismo delle merci che ingrossa a dismisura solo le tasche padronali. Essendo poi il capitale interessato solo alla profittabilità, l’alienazione si estende al rapporto tra umani e risorse naturali, producendo una frattura metabolica irreparabile tra società e natura.

A differenza di altri socialisti Marx non propone però un ritorno a meccanismi feudali, bensì il progresso verso la piena realizzazione dell’essere umano secondo il principio «da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni», in seguito a una rivoluzione cui segue un periodo di collettivizzazione dei mezzi di produzione nelle mani della classe operaia (dittatura del proletariato). Essa è infatti l’unica che può portare alla dissoluzione dello Stato classista in quanto il suo compito storico è quello di vincere il conflitto di classe come conseguenza della dialettica servo-padrone hegeliana. 

Inoltre, dal momento che gli investimenti sull’automazione e le materie prime (capitale costante) saliranno sempre di più, il capitale ha bisogno di grosse sacche di disoccupazione da cui attingere forza lavoro a basso prezzo per poter mantenere i salari bassi. La caduta tendenziale del saggio di valore implica che il capitale è destinato a implodere.

Ne era convinto Lenin quando nel 1917 attuò la Rivoluzione d’Ottobre, guidata dallo slogan «assalto al cielo». Era infatti molto diffusa nel partito la corrente cosmista, una filosofia ottocentesca di ispirazione cristiana-ortodossa con una illimitata fede nelle potenzialità tecnologiche dell’umanità nel dominio della natura. Gli ideologi comunisti come il poliedrico Bogdanov la adattarono al bolscevismo, arrivando a immaginare utopie egualitarie nello spazio dopo la colonizzazione del cosmo.

Nel frattempo però le rivoluzioni proletarie non scoppiavano in Europa e Antonio Gramsci aveva provato a spiegarlo tramite il concetto di “egemonia culturale”, ovvero il controllo ideologico sull’informazione che la classe dominante impone all’altra tramite i mass media e i programmi scolastici. Secondo lui bisognava prima prendere il controllo della sovrastruttura per cambiare la struttura, almeno in società già industrializzate. 

Sarà questa la strategia del Partito Comunista Italiano, dalla cui tradizione nel 1961 si staccarono alcuni studiosi che andarono a costituire una rivista «eretica» chiamata Quaderni Rossi, nucleo dell’operaismo anti-autoritario italiano le cui idee di sabotaggio armato del lavoro ispirarono alcuni movimenti nell’antagonismo degli anni ‘70 insieme a quelle di Herbert Marcuse, altro eretico marxista esponente di spicco della Scuola di Francoforte che sosteneva la necessità della liberazione del desiderio dalla produttività repressiva capitalista e dell’immaginazione al potere.

Renato Panzieri già dedicava un articolo alla questione della non-neutralità della tecnologia, scrivendo che parlare di automazione solo in relazione all’aumento di tempo libero è una mistificazione se non preceduta da un rovesciamento del rapporto di classe. Un riferimento è all’opera più famosa del genero di Paul Lafargue, genero di Marx, ovvero Diritto alla pigrizia in cui già vedeva il workaholism e predicava la liberazione dalla schiavitù del lavoro grazie all’automazione. 

L’orizzonte degli eventi: dal maggio francese a Land e la CCRU

La modernità, l’idea positiva che il progresso scientifico fosse la chiave per lo sviluppo dell’umanità, svanisce in un accecante lampo di luce atomica, muore nelle fabbriche di morte, nell’eugenetica delle idee totalitarie. Da allora si inaugura la società del rischio tecnologico, l’era, per usare le parole del filosofo Lyotard, della postmodernità. 

A partire dal movimento del ’68 si diffondono teorie eretiche della ortodossia marxista, che mirano a indagare il rapporto tra uomo e innovazione tecnica come centro di un efficace critica al capitalismo.

Precursori di questa ricerca sono i filosofi francesi G. Deleuze e F. Guattari coautori fra gli altri di “Mille Piani”; in questo profetico testo del 1987, che mescola sociologia, psicologia e critica, il capitalismo viene descritto come un sistema “schizofrenico”, traviato da pulsioni di controllo e desiderio, al suo interno, infatti, coesistono, confini, nazionalismi insieme a un commercio globalizzato che passa attraverso flussi di dati che non conoscono dogane, l’astrazione del capitale intermediata dai mercati finanziari e la sostituzione della forza lavoro attraverso linee di produzione robotizzate che riducono l’operaio a una macchina desiderante, un automa che compra ciò per cui è sfruttato.

La proposta di Deleuze e Guattari non è quindi una lotta senza quartiere al sistema, al contrario essa intende liberare il flusso di desiderio del sistema il quale scevro di inibizioni potrà sprigionare le forze rivoluzionarie in grado di superarlo. Non dunque una via contraria al capitalismo, ma una via che attraversi il capitalismo e permetta di andare oltre. 

Pochi anni dopo, agli albori della digitalizzazione, un eclettico gruppo di giovani studiosi decide di cogliere la sfida posta dai due pensatori francesi e provare a immaginare il destino dell’uomo in questa prospettiva. Nasceva la CCRU, acronimo per Cyber Culture Research Unit. Questo eclettico centro di studi dai metodi tutt’altro che ortodossi venne fondato in seno all’università di Warwick a inizio anni ‘90 dalla femminista Sadie Plant, essa ricomprese musicisti, esperti di marketing, filosofi, artisti, hackers, e fu una delle prime esperienze a indagare i rapporti tra essere umano e cybercultura. Ben presto nel collettivo emerse l’affascinante personalità di Nick Land, docente di filosofia, nonché ex della fondatrice, sarà lui a imprimere alla CCRU il suo deciso carattere accelerazionista. Land, infatti, porta agli estremi le tesi dei suoi miti Deleuze e Guattari, postula un capitalismo sciolto dai freni della politica, che conduca verso la cyber rivoluzione delle macchine contro l’uomo, un processo per lui inevitabile. In riunioni dove il dibattito si mescola all’abuso di droghe sintetiche e a musica techno, i membri della CCRU si fanno stregoni del Meltdown, “Il Collasso”, titolo del loro manifesto filosofico, dove con un linguaggio theory fiction, a metà cioè fra narrativa e speculazione, prevedono il destino dell’umanità: iper-controllo fascista e guerriglieri del caos si combattono a colpi di codici binari, la nanotecnologia ibrida il corpo umano, e intelligenze artificiali folli sono braccate da Turing poliziotti. Molto lo vediamo già. Sì, perché le teorie di Land e compagni si fondano su profezie che nel segno di poi si auto avverano, le iperstizioni: Ghost in Shell e il Metaverso, Io Robot e Chat GPT, I Replicanti e la creazione sintetica di embrioni umani: ed è solo l’inizio, perché tutto ciò che è immaginato a livello culturale è destinato a essere realizzato dalla tecnica. 

Land, portato al collasso psicotico dall’anfetamina, sprofonderà verso l’esoterismo e abbandonata la CCRU nel ’98 rielabora il suo pensiero trasforma la sua distopia cyberpunk in una premessa per l’eterno ritorno al «Mondo della Tradizione» antidemocratico e antiegualitario. Sarebbe però un errore vedere nella CCRU un progetto politico sia esso di destra o di sinistra. Il ruolo che il primo accelerazionismo riserva al filosofo non è quello di un promotore di soluzioni ma di una Cassandra che senza giudizi etici ammonisce su un futuro inevitabile, perché siamo noi che ci stiamo buttando “nell’abbraccio mortale” delle macchine ed è un passo senza ritorno. 

Xenoleft

 

Dopo la chiusura della prima fase accelerazionista e un breve periodo di stasi, a emergere, tra i discepoli di Nick Land, è Mark Fisher. Con la pubblicazione nel 2008 di Realismo capitalista, Fisher pone le basi per una rivalutazione, da un punto di vista accelerazionista, del capitalismo. Se Nick Land attribuiva ad esso una costante forza rivoluzionaria, Fisher considera tale sistema come causa di immobilità. Egli sostiene infatti che il capitalismo abbia interamente occupato lo spazio immaginativo, rendendosi, agli occhi umani, come l’unica soluzione possibile. Ciò tende a soffocare la nascita di nuove idee e l’avvento stesso di un’alternativa. Le sue logiche si insinuano ovunque e paralizzano l’immaginazione di qualcosa di differente. Vittime di ciò sono le «sinistre», che vivono una crisi dovuta all’interiorizzazione di tali logiche e all’incapacità di fuori uscirne.

Il capitalismo non è quindi più un motore di innovazione e rivoluzione, come sosteneva Land, ma un sistema immobile e caratterizzato da storture e contraddizioni. Un’idea che verrà ribadita successivamente da Alex Williams e Nick Srnicek, autori di Manifesto Accelerazionista e Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro e propiziatori dell’accelerazionismo di sinistra. Fisher, Williams e Srnicek sono concordi sulla necessità di «liberare» il futuro tramite il desiderio. Non è infatti possibile, né tantomeno auspicabile un ritorno al passato, ad un sistema precedente. Di fondamentale importanza è quindi ricominciare, soprattutto da parte delle sinistre, ad immaginare nuovi scenari desiderabili, a ideare «altro» rispetto al presente, proiettarsi verso il futuro.

Per fare ciò è necessario considerare il progresso tecnologico come una possibilità senza precedenti, in grado, se accelerato, di migliorare la vita umana. Lo sviluppo tecnologico, rappresentato ad esempio dall’incredibile efficienza della rete logistica di Amazon, deve quindi essere collettivizzato per essere messo al servizio delle esigenze umane. Il modello è il progetto di Salvador Allende in Cile nei primi anni ‘70 chiamato Progetto Cybersyn, grazie al quale con gli ingombranti calcolatori dell’epoca creò un avanguardistico sistema di programmazione economica democratica e resiliente, prima che fosse smantellato da Pinochet.

Questa prosperità comune prende forma nel futuro immaginato da Williams e Srnicek. Esso prevede un massiccio utilizzo della tecnologia ai fini di liberare l’uomo dalle fatiche e la noia del lavoro. Lo sviluppo tecnologico può, secondo i due pensatori, garantire una completa automazione di alcuni settori lavorativi che, unita a un reddito di base universale, permetterebbe, oltre a garantire una sopravvivenza più semplice per tutta l’umanità, di esonerare dal lavoro una grande quantità di individui. 

Vi sarebbe dunque la possibilità da parte dell’uomo di dedicare non più il proprio tempo alla ricerca di sostentamento e al lavoro, ma a ciò che più apprezza o ama fare anche perché il crollo del capitalismo permetterebbe di arrivare a un’economia post-scarsità, in cui i beni e servizi sarebbero gratis o quasi grazie all’eliminazione del lavoro umano.

Altro merito dell’accelerazione tecnologica potrebbe essere il potenziamento delle risorse energetiche alternative ai combustibili fossili, che limiterebbe l’impatto umano distruttivo sul pianeta, permettendo di contrastare il cambiamento climatico in un’ottica solarpunk popolata da smart cities e comunità energetiche.

Per i due pensatori questo grande progetto deve essere attuato da entità politiche che superino le estemporanee proteste e manifestazioni degli ultimi decenni), puntando a immaginare strategie globali a lungo termine che prendano l’egemonia culturale tramite think-tank sulla falsariga della Mont Pelerin Society neoclassica con cui, all’indomani dello shock petrolifero del 1973, gli ideologi del thatcherismo ribaltarono il consenso accademico sul keynesismo che durava da trent’anni.

Lo sviluppo tecnologico, rappresentato ad esempio dall’incredibile efficienza della rete logistica di Amazon, deve quindi essere collettivizzato per essere messo al servizio delle esigenze umane.

Quando si parla di accelerazionismo di sinistra bisogna andare molto cauti. Infatti, i discorsi più diffusi nel dibattito mainstream si allontanano dai veri intenti e dal messaggio autentico che Srnicek e William hanno voluto consegnare con il Manifesto Accelerazionista e Inventare il Futuro. Una visione di questa corrente di pensiero come un mero tentativo di «accelerare il nuovo tecnocapitalismo globale fino a provocarne il collasso e quindi il superamento», di sfruttare le storture più becere del sistema capitalistico per causarne il crollo, trasforma l’accelerazionismo in «una specie di deriva nietzschian-marinettiana di alcune tendenze del marxismo eretico», come scrive Valerio Mattioli nella postfazione al Manifesto dei due filosofi inglesi. Questi, al contrario, pensano che la modernità venga frenata dal capitalismo e che per costruire un reale alternativa, genuina e radicale, a quest’ultimo, sia necessario che la sinistra imbracci questa modernità ingabbiata dal capitale, permettendo che essa possa dimostrare tutta la sua forza liberatrice. Recuperando una dimensione prometeica che unisca progresso ed emancipazione. 

 

Anche così impostato il paradigma accelerazionista nasconde delle insidie. Prima tra tutte quella che appare come una cieca fiducia nella tecnologia, che anche se sarà capace di liberarci dalle catene del lavoro, potrebbe ingabbiarci in quelle del consumo. In secondo luogo, le prospettive prometeiche riguardo la crisi climatica, che potrebbero trasformarsi in incubi. Tuttavia il panorama entro cui queste discussioni si sviluppano appare sempre più vivace e ricco di nuovi stimoli da cui partire per cercare di inventare un nuovo futuro veramente alternativo. 

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