Ogni anno, più di 1500 navi attraversano il porto di Gioia Tauro. Non si tratta di navi comuni, ma di imbarcazioni di grandi dimensioni, che possono raggiungere i 400 metri di lunghezza e trasportare fino a 24mila container ciascuna. Il porto calabrese è uno dei pochi scali nel Mediterraneo ad avere un’infrastruttura adatta al transito di queste navi mercantili. Collocato sulla rotta tra Gibilterra e Suez, è il primo scalo portuale in Italia per traffico merci e l’ottavo in Europa. Migliaia di lavoratori vi transitano ogni anno a bordo delle enormi navi container, per soggiornare qualche giorno e poi ripartire. A differenza di altri grandi porti, come Genova, Marsiglia, Palermo, quello di Gioia Tauro non ha alle sue spalle una grande città, ma si sviluppa fra tre piccoli Comuni: Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando.
Anni fa, è stata prospettata l’idea di unire, socialmente ed economicamente, i tre Comuni intorno al porto. Se fossero un’unica, grande città, Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando conterebbero insieme quasi 40mila abitanti e costituirebbero la seconda città più popolosa nella provincia di Reggio Calabria, dopo il capoluogo. Proprio a questo scopo, nel 2009, la Regione Calabria aveva destinato una parte di fondi Pisu – Progetti integrati di sviluppo urbano, finanziamenti dell’Unione Europea dedicati a riqualificare le aree cittadine degradate – alla futura Città del Porto. Sedici interventi previsti, per un totale di 42 milioni di euro stanziati tra il 2007 e il 2013, che avrebbero rafforzato le infrastrutture dentro e fra Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando, e portato sviluppo e crescita a tutta la piana circostante. Un solo grande Comune, poi, avrebbe avuto un’amministrazione più ampia e strutturata, per la quale sarebbe stato più semplice intercettare nuovi fondi europei. La Città del Porto, tuttavia, è rimasta sulla carta: sia per errori e ritardi nella gestione dei progetti finanziati, sia per intervento della magistratura.

Nel maggio 2020, la procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria fece scattare decine di provvedimenti cautelari e sequestri per oltre 103 milioni di euro. Da Calabria, Sicilia, Campania, gli arresti e le confische attraversavano tutta Italia: Roma, Pisa, Bologna, Alessandria, Gorizia. Si trattava, a detta della Guardia di finanza, di una «sistematica frode ai danni della Regione Calabria e della Comunità europea». L’operazione, infatti, aveva fatto emergere un cartello criminale, composto da 57 imprenditori, che avrebbe pilotato gli appalti per decine di gare pubbliche allo scopo di favorire le aziende vicine alla ’ndrangheta. Nell’indagine furono coinvolti anche un deputato della Lega e undici funzionari pubblici, tra cui un funzionario Anas e alcuni tecnici dei Comuni di Gioia Tauro e Rosarno. «Attraverso i funzionari complici, la mafia riesce a espandere i propri tentacoli sui fondi pubblici» aveva commentato l’europarlamentare Laura Ferrara (M5s). Ferrara, in seguito, presentò un’interrogazione parlamentare alla Commissione europea, per chiedere conto delle somme versate alle aziende che le avevano ottenute illegalmente, e per prospettare l’intervento dell’Olaf, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode.
Il nome in codice dell’operazione della Finanza era Waterfront. Il waterfront sarebbe il lungomare su cui si affacciano Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando. Tra le gare truccate, infatti, sette appalti riguardavano proprio la riqualificazione del lungomare dei tre Comuni, insieme ad altre opere urbane. Dovevano essere realizzate con i 42 milioni di fondi Pisu stanziati dall’Ue alla Regione Calabria tra il 2007 e il 2013. Fondi che, a causa di ritardi burocratici, progetti sbagliati, problemi con le ditte appaltatrici, e infine anche infiltrazioni mafiose, non hanno raggiunto gli obiettivi per cui erano stati stanziati. La cattiva gestione dei fondi pubblici colpisce soprattutto i luoghi più fragili e, come in questo caso, ha svantaggiato un territorio con forti necessità di coesione sociale.

Di fronte al municipio di San Ferdinando, quella che sarebbe dovuta diventare la Casa del Marinaio – e il simbolo della Città del Porto – è rimasta per anni un corpo vuoto. Una struttura incompiuta e abbandonata, per la quale erano stati stanziati quasi 9 milioni di euro, lasciata in stallo per dieci anni e in balia della muffa e dei vandali.
A San Ferdinando – che, con meno di 5mila abitanti, è più piccolo di Gioia Tauro e Rosarno – dei fondi Pisu per realizzare la Città del Porto sarebbero dovuti arrivare 3 milioni di euro per il waterfront, 670mila euro per migliorare la viabilità, e 9 milioni di euro per un progetto ben più ambizioso: il Centro di accoglienza dei marittimi. Nel piano progettuale della Regione Calabria, il Centro dei marittimi (detto anche Casa del Marinaio) era descritto come un enorme complesso dotato di «albergo per brevissimi soggiorni, piscina, impianti sportivi, pub, biblioteca multilingua, servizi internet, servizi di lavanderia, servizi di ristorazione, vendita e promozione di prodotti tipici calabresi, presidi medici, cineteca, sale tv satellitare e luoghi di preghiera multiconfessionale» per le «migliaia di persone di differenti nazionalità, lingua, cultura e religione che fanno scalo nel porto di Gioia Tauro». Ma quali marinai, precisamente, durante gli scali alloggiano in alberghi di lusso con spa e piscina? E che ne è stato del progetto della Casa del Marinaio?
Di fronte al municipio di San Ferdinando, quella che sarebbe dovuta diventare la Casa del Marinaio – e il simbolo della Città del Porto – è rimasta per anni un corpo vuoto. Una struttura incompiuta e abbandonata, per la quale erano stati stanziati quasi 9 milioni di euro, lasciata in stallo per dieci anni e in balia della muffa e dei vandali. Dal dover essere un hotel di lusso e un centro culturale, nel 2022 la struttura era stata “riciclata” come parcheggio per i mezzi comunali per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Stando ai dati di Opencoesione, il progetto del Centro di accoglienza dei marittimi sarebbe dovuto iniziare nel 2012 e terminare nel 2015. Degli 8.708.648 euro previsti, ne sono stati versati appena 1.918.667: poco più di un quinto del budget. Nel 2013, l’appalto era stato affidato al Consorzio stabile grandi opere, un’impresa di costruzioni con sede a Caserta, unica partecipante al bando. Ma, come ci spiega Ferdinando Laruffa, responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di San Ferdinando, il contratto è stato rescisso nel 2017. «L’impresa aveva ritardato i lavori e avanzava pretese sulla revisione dei prezzi. Poi, ha abbandonato il cantiere, per delle difficoltà oggettive nella realizzazione dell’intervento», dice Laruffa. Nel 2018, il Comune di San Ferdinando ha avviato un’azione legale contro la ditta appaltatrice. Il contenzioso è ancora in corso; il cantiere è rimasto fermo. Oltre alla Casa del Marinaio – che sarebbe sorta a valle, verso il mare – il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di altre due strutture, come ricorda Laruffa: avrebbero ospitato la guardia medica, la sede della Pro Loco cittadina, un’emeroteca e degli uffici comunali. A oggi, esiste un solo corpo di fabbrica, quello che sarebbe dovuto essere il front office. «Insieme alla Regione» spiega Laruffa «si è stabilito di dedicare quei locali a dei servizi per i cittadini». In effetti, ammette Laruffa, fin dall’inizio il progetto della Casa del Marinaio sembrava «particolarmente strano». Ma era stato «calato dall’alto».


«Questa Casa del Marinaio, di fatto, non serviva proprio a nessuno». Lo afferma Gianluca Gaetano, sindaco di San Ferdinando dal 2022, già assessore nella giunta precedente, quella di Andrea Tripodi. I fondi Pisu, «che erano un maxi investimento per Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando, hanno fatto una brutta fine». Si sarebbe verificata «una vera e propria predazione da parte di soggetti, imprese e progettisti». E per la Casa del Marinaio, «è successo che si è speso solo per spendere, per fare una cosa che non sarebbe servita a nessuno e che sarebbe diventato l’ennesimo locale abbandonato». Il porto di Gioia Tauro non è un porto turistico, ma un sito di transshipment, dove i container delle navi in arrivo vengono caricati dalle navi in partenza. «È un non-luogo» dice Gianluca Gaetano. «Un’entità che auto-sussiste. Potrebbe trovarsi ovunque, come un aeroporto o un centro commerciale. Oltretutto, queste navi hanno pochissimi marittimi, spesso sottopagati, e non hanno certo la possibilità, il tempo o l’opportunità di usare un albergo con spa».
Al posto del progetto per il quale furono approvati i finanziamenti, nascerà la nuova caserma dei Carabinieri, secondo un’idea proposta dalla giunta precedente e portata quasi a compimento sotto l’amministrazione di Gaetano. «In seguito alla rimodulazione – che è avvenuta un po’ per i ritardi burocratici, un po’ per vicende giudiziarie, un po’ per la grande confusione che ha interessato tutta la vicenda – si è perso molto dello spirito originario». E probabilmente è un bene. Secondo il sindaco, la presenza di un presidio di legalità nel centro di San Ferdinando è una risorsa molto più necessaria rispetto a un albergo di lusso. «Ma vedere degli edifici vuoti e delle opere incompiute è sempre uno smacco. Dà un senso di sconfitta che poi si trasforma in disillusione e demotivazione. E questo è gravissimo, perché se le persone cominciano a non credere più nei propri luoghi e nelle istituzioni, poi si avvia una spirale negativa che travolge tutto e tutti e che porta inevitabilmente verso il regresso».
Stando a quanto promette il sindaco, in questi edifici non sorgerà soltanto la caserma. Nei piani dell’amministrazione Gaetano, ci sono una foresteria istituzionale, dei servizi sanitari, un centro di formazione avanzata, ma anche dei locali «per il first housing emergenziale: che siano migranti, vittime di tratta, o donne che subiscono violenza domestica e abusi». Se tutto dovesse andare come previsto, la caserma dei Carabinieri dovrebbe essere inaugurata nella prossima primavera, e a seguire gli altri spazi. A dare un impulso importante alla riqualificazione della Casa del Marinaio è stato un gruppo di studenti dell’Itis di Polistena, che, insieme a Monithon, ha redatto un approfondito report di monitoraggio civico sulla Casa del Marinaio. «Benissimo che lo Stato marchi la sua presenza in un territorio difficile come la Calabria, con l’apertura della nuova caserma dei Carabinieri» dicono gli studenti. «Ma abbiamo bisogno anche di altro».
Al posto del progetto per il quale furono approvati i finanziamenti, nascerà la nuova caserma dei Carabinieri
Al momento è difficile sapere se gli immobili inizialmente destinati alla Casa del Marinaio e oggi recuperati avranno un impatto realmente positivo e produttivo per la comunità di San Ferdinando; certo è che, rispetto allo stato di abbandono dell’edificio negli anni passati, i piani attuali sembrano offrire una prospettiva migliore. Se non altro, l’immobile è stato recuperato e anche una parte dei finanziamenti. Di tutta questa storia, però, rimangono le perplessità riguardo all’approvazione di un progetto distante dalle esigenze del territorio e del tutto estraneo alle necessità dei cittadini.
Che l’idea del progetto della Casa del Marinaio sia stata «calata dall’alto», come sostiene il responsabile dell’area tecnica del Comune di San Ferdinando, «sembra strano»: lo dice Alberto Pampalone, esperto di accountability and transparency di ActionAid Italia e membro dell’Osservatorio Civico Pnrr. La programmazione dei fondi di coesione, come i Pisu, avviene attraverso dei piani operativi che possono essere nazionali (Pon) o regionali (Por). Il progetto della Casa del Marinaio era inserito nel Piano operativo regionale della Calabria per gli anni 2007-2013, finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale, uno dei principali strumenti finanziari della politica di coesione dell’Unione europea. I Por, redatti dalle singole Regioni, vanno approvati dalla Commissione europea. I fondi, poi, vengono erogati attraverso bandi e progetti specifici. Le autorità di gestione regionali hanno il compito di supervisionare l’iter progettuale e approvare i finanziamenti. Il dubbio – che, ora come ora, non può essere confermato né smentito – è che un progetto così grandioso come quello della Casa del Marinaio sia stato pensato proprio per richiedere più fondi possibile.
Le regole prevedono che ogni progetto vada monitorato passo per passo; in caso contrario, ci sono delle sanzioni. «Irregolarità nella spesa o nella rendicontazione possono portare alla restituzione dei fondi» spiega Alberto Pampalone. «Il mancato rispetto della scadenza può portare alla sospensione dell’erogazione del fondo, o addirittura alla cancellazione del progetto. Se si verificano delle frodi, ci può essere la restituzione totale dei fondi, in aggiunta alle sanzioni amministrative e penali che derivano dalla legge. Se il progetto non viene portato a termine e non si raggiungono gli obiettivi previsti, dovrebbe essere in primis l’autorità di gestione a chiedere la restituzione dei fondi già erogati». In caso di ritardi, c’è anche la possibilità di congelare un progetto: «Se hai un progetto che costa 10 milioni, ne hai già ricevuti 5, ma ora non ce la fai a finirlo e interrompi il progetto dando delle buone ragioni, l’Ue molto spesso tende a consigliarti di fare una sospensione, in attesa di tempi migliori, quando si potrà riprendere».
C’è dell’amarezza nel vedere sperperate grandi quantità di denaro pubblico, proprio nelle regioni che ne avrebbero più diritto. Nel 2025, la Casa del Marinaio – che non è più una casa, né tantomeno per marinai – sta finalmente per aprire; in tutto ciò, però, sono passati dodici anni da quando sono state erogate le prime somme, dodici anni in cui un uso corretto e adeguato dei fondi pubblici avrebbe magari potuto portare «innovazione» e «miglioramento della qualità della vita», come prevedeva il progetto, nel piccolo Comune di San Ferdinando.
Oggi, su una parete della Casa del Marinaio, c’è un murales, opera dell’artista Sara Giofrè. È il ritratto di Soumaila Sacko, bracciante e sindacalista per i diritti dei lavoratori agricoli, arrivato in Calabria dal Mali. Soumaila Sacko viveva nella tendopoli di San Ferdinando – una distesa di baracche poco lontane dal paese – insieme a centinaia di braccianti come lui, impiegati nella piana di Gioia Tauro. Sacko è stato ucciso a fucilate nel 2018, mentre cercava lamiere per la baraccopoli nel sito di una fabbrica abbandonata, a ridosso di Rosarno. La tendopoli di San Ferdinando è diventata il simbolo delle inefficienze e dei vuoti che caratterizzano il sistema di accoglienza e integrazione italiano. Oggi, il ritratto di Soumaila Sacko è sul Centro di accoglienza dei marittimi, nella piazza principale del paese, dove tutti possono vederlo. Su quell’edificio rimasto vuoto per anni, c’è il volto di chi cercava accoglienza e arrivava dal mare.
Illustrazioni di Frita
Inchiesta realizzata grazie al contributo del progetto AwareEU.