Precarietà iper qualificata: Testimonianze sull’instabilità strutturale al Nord Est, tra sviluppo economico e atenei d’eccellenza

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In un’area solitamente connotata da narrazioni di sviluppo economico e ricchezza diffusa, il sistema accademico si sta trasformando in un generatore di aspettative disattese.

Migliaia di persone molto giovani migrano a Nord Est da tutta Italia, attratti da promesse di produttività e dalla reputazione di storici atenei. Ma la formazione universitaria sembra aver smesso di essere l’ascensore sociale che era stata per le generazioni precedenti, e comincia a generare percentuali sempre più massicce di “precari qualificati” che faticano a trovare stabilità lavorativa coerente con il percorso di studi più di chi ha intrapreso percorsi meno qualificanti.

 

Attraverso un’indagine di campionamento territoriale, abbiamo intervistato persone che abitano nel Nord Est italiano: da Bologna, Mestre e Tolmezzo parlano voci che provengono da realtà associative e con esperienze personali e professionali che offrono loro visioni privilegiate sul tema della precarietà. Liberi professionisti, lavoratori e lavoratrici del settore culturale e sociale, studenti e ricercatrici: testimonianze reali di un sistema che produce sovra-qualificazione, professionisti dell’instabilità strutturale.

 

L’asimmetria tra formazione e mercato

«A Bologna il 45% dei giovani (15-34 anni) dichiara difficoltà a chiudere il bilancio familiare a fine mese, con forte incidenza tra i 25-29 e tra laureati/maturati». Arda Lelo e Irene Bedosti fanno parte di Period Think Tank, un’associazione femminista con base a Bologna che si occupa di advocacy, dati di genere e politiche pubbliche, e raccoglie «dati disaggregati su diverse tipologie di ambiti tematici per dare evidenza delle disuguaglianze sociali che riguardano donne e altre soggettività invisibilizzate». Nel contesto bolognese, Period Think Tank sottolinea come «la questione abitativa si intreccia fortemente con la discriminazione e le diseguaglianze legate all’accesso di spazi pubblici e privati». A cura di Period Think Tank è l’Atlante di Genere di Bologna, uno strumento di analisi e di proposta per la progettazione di una città sensibile al genere e per una società più equa e inclusiva. Sul territorio bolognese «Il 94% delle richieste di Edilizia Residenziale Popolare per condizione di monogenitorialità proviene da donne. L’11% delle donne richiedenti fa parte di una famiglia monogenitoriale, contro solo l’1% degli uomini».

La precarietà è anche una questione di genere. Quasi un quarto delle donne occupate (24%) svolge un lavoro precario o a rischio, contro il 13,8% degli uomini. Tra le under 35, il tasso di vulnerabilità femminile sale al 38,7%, con un divario di quasi 10 punti rispetto ai coetanei maschi. 411.000 donne (4% delle occupate) accumulano due forme di precarietà: contratti a termine + part-time forzato. Tra le giovani, questa condizione riguarda il 7%, il doppio rispetto ai coetanei uomini.

Tra i principali ostacoli a una stabilità contrattuale giovanile, Lelo e Bedosti individuano «precarietà contrattuale, problematica culturale rispetto ai datori di lavoro, lavoro irregolare, barriere abitative, ma anche asimmetria tra formazione e domanda del mercato». A Bologna, secondo Period Think Tank, «Molto spesso le opportunità economiche che scaturiscono dalle offerte di lavoro sul territorio sono dei vettori di precarietà».

Sempre a Bologna, Virginia Manni è operatrice presso il Centro Antiviolenza Trama di Terre. La sua esperienza lavorativa nel settore sociale e la sua condizione di giovane professionista le forniscono una prospettiva privilegiata sulla precarietà contemporanea, e anche lei identifica una saturazione del mercato del lavoro, dove «non basta nemmeno più avere 5-6 lauree e sembra che non sia mai abbastanza (…) il modello di riuscita sociale dello studente degli anni 80 è considerato un po’ morto».  

All’asimmetria tra formazione e mercato individuata nel capoluogo emiliano fanno eco le parole di Vanni Treu, anche se la sua testimonianza si riferisce a un territorio dalle specificità molto diverse. Treu risiede a Tolmezzo, comune di poco meno di 10.000 abitanti in provincia di Udine, ed è fondatore di Cramars, cooperativa che si occupa di formazione, innovazione e sviluppo locale nell’area montana.

Da questo punto di osservazione privilegiata, Treu individua tra gli ostacoli strutturali del percorso lavorativo «percorsi scolastici non coerenti con le richieste del locale mercato del lavoro» e un «mercato del lavoro locale non adatto a percorsi scolastici universitari». Il mercato della zona «non offre opportunità adeguate per i giovani», con una precarietà che «è diminuita come valore assoluto, ma è peggiorata in quanto un ‘regolare’ stipendio non consente di affrontare le varie precarietà: abitative, logistiche, di crescita personale, di ascensore sociale».  Nonostante tra i 25-34enni italiani la quota di laureati sia passata dal 7% negli anni ’90 al 30% nel 2023 (con un picco del 37,1% per le donne), il tasso di occupazione in Italia si ferma al 67,1%, ben al di sotto della media UE (75,8%): siamo tra gli unici tre paesi a fermarsi sotto la soglia del 70%, insieme a Grecia e Romania.

Se le considerazioni di Treu appaiono come non eccessivamente paradossali per un’area montana del Friuli-Venezia Giulia, anche chi abita zone dove il settore accademico dovrebbe prosperare sembra individuare incongruenze simili. «Nel mondo che conosco io, quello della cultura, i più diffusi sono il contratto a tempo determinato e in alcuni casi il contratto stagionale, ovviamente quasi tutti part time». Giovanni Zannier conosce il mondo della cultura perché, dopo una laurea in Studi Internazionali all’Università di Forlì, ha intrapreso un percorso nel settore culturale, e lavora al momento per i Musei civici della città di Venezia. 

Secondo Zannier, il meccanismo dello sfruttamento prospera sulle spalle dei giovani laureati: «alle aziende conviene utilizzare il  lavoro precario perché c’è poca formazione, e quasi nessuna valorizzazione […] se non vado io al lavoro chiamano un’altra persona, magari con una specializzazione, magari di soli due anni inferiore alla loro». Gli atenei locali contribuiscono alla trappola demografica: «fanno si che molta gente magari arriva qui per studiare e poi si ferma e continua a vivere in questa zona, oppure è costretta da forza maggiore a continuare gli studi e poi iniziare un percorso lavorativo» anche non all’altezza della loro qualifica, creando un bacino di laureati precari. Nel biennio 2023-24, il tasso migratorio interno medio annuo per il Nord-Est era pari a +2,0 per mille residenti.

Fuga dalla precarietà: l’effetto domino della paura

Alla saturazione del mercato, all’asimmetria tra formazione e lavoro e al sovrannumero di giovani laureati conseguono una precarietà strutturale allargata e uno sfruttamento contrattuale sistemico.

 

Nel mercato del lavoro bolognese, l’operatrice sociale Manni ironizza dicendo che «sono contratti a tempo tutti determinati, io ancora non l’ho mai visto un contratto a tempo indeterminato». Considera già «praticamente essere nella fascia privilegiata» avere un contratto regolare. Dal rapporto Istat sull’economia non osservata nel triennio 2019-2022, l’Italia conta tre milioni di lavoratori in nero, il 12,5% rispetto al totale degli occupati regolari.

In un’area che vive una crescita del turismo vertiginosa, i settori del turismo e della ristorazione dominano incontrastati nell’ambito dell’impiego giovanile. Francesco Zoso, libero professionista nel mondo dell’arte e dell’artigianato nell’area di Venezia, ritiene che «lavorare nel mondo dell’arte alla fine qui corrisponde comunque a lavorare nell’impresa turistica, anche se fai appunto il carpentiere o altro». I lavori informali «sono abbastanza la regola. E quando non sono davvero informali sono nella pratica informali, nel senso che non hai davvero nessuna garanzia (…) Si fanno i check in per gli Airbnb, si fa il cameriere al ristorante, si lavora in cucina, si lavora nelle mostre, come guardasala, negli allestimenti come operai e questo riguarda prettamente l’isola». Una situazione di sfruttamento a più livelli, dove coesistono giovani italiani sottopagati e immigrati di prima generazione in condizioni ancora peggiori: «parliamo dei fioi di 25 anni, che fanno? Che si prendono due lire, due lire con dei brutti contratti». E se pretendessero tutele e una retribuzione consona? «Allora dall’altra parte ci sono anche gli schiavi veri, nel senso che ci sono i fioi migranti che lavorano davvero per 2€ e vengono trattati, non letteralmente, con la frusta».

A Bologna, dove l’Alma Mater forma ogni anno migliaia di giovani laureati, «molte opportunità, in particolare per le fasce di popolazione più giovani, sono legate a tirocini, contratti a termine o collaborazioni che forniscono compensi spesso insufficienti a coprire il costo della vita», riferiscono da Period Think Tank. 

Questa precarietà sistemica va oltre l’ambito lavorativo, ma trascina e contagia ogni aspetto della vita di chi sta provando a costruirne una, in un effetto domino che sparge malessere psicologico e influenza ogni scelta potenzialmente cruciale. L’assenza di un contratto stabile innesca «una dilatazione dei tempi legati alla transizione verso un’età considerata secondo gli standard sociali come adulta, in particolare posizionando molti e molte giovani in condizioni di lunga attesa prima di poter raggiungere una reale indipendenza economica», continua Lelo «(…) e penso che a partire da questo si crei quindi un effetto a cascata che riduce poi le opportunità di crescita professionale e la possibilità di costruire una famiglia o una propria stabilità sociale oltre che economica». 

Zoso, infatti, individua nella precarietà una sorta di bestia nera da cui scappare, una fuga continua che lascia dietro di sè le conseguenze di decisioni prese in fretta: «Per me è stata molto la fretta. Nel senso che io, come dire, non ho avuto molto tempo per capirmi, ho sempre dovuto rincorrere delle scadenze… io mi son chiesto più o meno un paio d’anni fa chi cazzo fossi e cosa volessi fare». 

Che si tratti di rincorsa alle scadenze o di fuga dall’instabilità, la regola sembra la stessa: accumulare competenze, qualifiche, esperienze e formazione – ricordandosi sempre che non basterà.

Il circuito chiuso della precarietà

Alessandro Trevisin sta ancora studiando. Classe 2002, vive a Bologna, dove studia e fa parte dell’Unione degli Universitari. Fino a poco tempo fa lavorava come educatore sportivo, guadagnando 150€ al mese. Attualmente dipende economicamente dalla sua famiglia e vive in una casa condivisa con altre quattro persone. 

Definisce la precarietà come «non avere certezze… su quella che può essere la nostra condizione lavorativa domani, se riusciremo a raggiungere gli obiettivi che ci si pone». Come rappresentante studentesco, Trevisin osserva «giorno dopo giorno erodersi quelle timide, timidissime possibilità che sono state offerte fino ad oggi per fare carriera… nel mondo dell’accademia», «fondi che vengono tagliati, borse che vengono ridotte, numero di posti di dottorato che vengono progressivamente ridotti».

Anche lui riconosce l’interconnessione tra le diverse forme di precarietà: «senza un buon lavoro che ci permette una stabilità economica è anche difficile avere una stabilità abitativa e quindi sono tre fattori tutti molto interconnessi (…) Incide di più la precarietà economica dettata da quella lavorativa, perché impedisce di avere una casa nostra, di renderci indipendenti, di avere dei progetti di vita un pochino più stabili». 

Oltre alle conseguenze sul fronte individuale, questo assetto di instabilità e dipendenza economica scuote anche il fronte collettivo. Zoso identifica l’esclusione alla partecipazione politica come l’effetto più grave della precarietà strutturale: «Lede la possibilità della partecipazione alla vita pubblica, alla politica, sostanzialmente. Secondo me è la cosa più grave, e forse è anche l’effetto più manifesto». Secondo lui, a questo è legata la debolezza dell’opposizione politica: «non c’è un’opposizione anche pubblica così forte proprio perché tutti pensano, cioè pensano, sono un po’ costretti a pensare un po’ a loro». 

La precarietà giovanile si configura così come un circuito chiuso: un sistema accademico che produce sovra-qualificazione senza corrispondenti opportunità occupazionali, un meccanismo di sfruttamento salariale che trova sempre nuove vittime, un sistema disconnesso dalle reali esigenze dei territori e del mercato, ma che continua a togliere fondi anche alla ricerca. Una serie di fratture che rendono instabile la terra sotto i piedi, e costringono a rallentare, e a non pestare troppo forte.

Anche nel Nord Est, area di sviluppo economico e grandi atenei, per le persone più giovani sembrano esserci solo posizioni temporanee, mal retribuite o ben al di sotto delle proprie qualifiche. La formazione universitaria promette garanzie anacronistiche e genera migliaia di professionisti sovra-qualificati costretti ad accettare tirocini non retribuiti e lavori precari. Il paradosso è evidente: in un’area che si vanta di eccellenza accademica e prosperità economica, si produce sistematicamente una classe di lavoratori iper formati ma strutturalmente sfruttati. Un problema che si allarga al resto d’Italia: all’indagine di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati nel 2024, quasi il 30% dei laureati non riesce a trovare lavoro entro un anno dalla laurea. Il 30% dei laureati triennali ha un lavoro non coerente rispetto al titolo di studio, e il 22% dei laureati magistrali occupa una posizione inferiore alle proprie qualifiche. Oltre il 50% ha un lavoro temporaneo (stage, contratti a progetto, part-time involontario). 1 su 4 laureati è disoccupato dopo 1 anno, 1 su 3 è sottoccupato – ossia svolge un lavoro non dignitoso o non all’altezza delle sue qualifiche.

Quando migliaia di giovani qualificati condividono la stessa condizione di instabilità, diventa chiaro che non si tratta di fallimenti individuali, ma di un sistema fallace che continua a produrre qualifiche difficilmente riconosciute fuori dal sistema accademico – in ogni caso strozzato dai tagli alla ricerca – e difficilmente spendibili all’interno di posizioni all’altezza. Le testimonianze raccolte in questa inchiesta non documentano solo storie personali, ma rivelano una contraddizione strutturale che chiede di essere riconosciuta e affrontata collettivamente. A schierarsi insieme su un terreno instabile e, se serve, pestare i piedi un po’ più forte.



di Sara Paolella (Sara Paolella)

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