Il Mezzogiorno italiano vive difficoltà e contraddizioni che hanno una storia decennale, se non secolare, e che spesso hanno poco a che fare con la crescita o la decrescita economica di quel periodo storico specifico, ma che intrecciano fattori culturali e sociali che hanno risentito di un’Italia spesso spaccata tra un Nord industriale e trainante e un Sud agricolo e sfruttabile, in periodi storici completamente differenti tra di loro. Come le nuove generazioni si collocano rispetto a questo scollamento e rispetto a una contemporaneità che non può non fare i conti con le conseguenze di una storia ancora molto impattante, lo abbiamo indagato attraverso tre realtà emblematiche del Sud: la grande metropoli Napoli in Campania, la città media Foggia in Puglia e l’area interna dell’Alta Valle del Volturno in Molise. Tre territori che raccontano forme diverse di una condizione esistenziale simile, in cui la precarietà assume connotati più marcatamente materiali rispetto ad altre aree del Paese.
Napoli: quando la precarietà diventa una forma di resistenza esistenziale
Con oltre 202.000 Under 35, Napoli è la terza città più popolosa d’Italia ma vive un paradosso straordinario. Qui la precarietà non è solo una condizione lavorativa ma «una condizione esistenziale che va oltre il solo lavoro, diventando uno stato emotivo legato a frustrazione, ansia o perfino depressione», come emerge dalle parole di un partecipante al focus group condotto nella città partenopea.
«La precarietà lavorativa coinvolge tanti, ma quella emotiva e relazionale coinvolge tutti». A Napoli, anche chi ha un lavoro appagante convive con «una costante incertezza sul futuro, come se questa instabilità fosse un veleno persistente che impedisce di godersi il presente in modo sereno».
La città registra alcuni dei dati più drammatici d’Italia: il 37,3% dei giovani napoletani tra i 15 e i 29 anni sono NEET – non studiano, non lavorano, non sono inseriti in percorsi formativi. Il 48% dei contribuenti Under 35 dichiara meno di 15.000 euro lordi l’anno. Nella classifica 2024 del Sole 24 Ore sulla qualità della vita, Napoli è penultima tra le 107 province italiane per la fascia 18-35 anni.
Eppure, emerge un elemento sorprendente: «Napoli non è una città dove la precarietà viene stigmatizzata socialmente: non c’è una pressione collettiva a dimostrare successo o stabilità come misura del proprio valore», si ascolta da una ragazza di 23 anni durante il focus group. Come racconta Gennaro, lavoratore dello spettacolo: «Il lavoro viene spesso scorporato dall’identità personale e non c’è un legame rigido tra percorso professionale e valore individuale».
Questa peculiarità napoletana genera una forma particolare di resistenza. La precarietà relazionale, che «diventa evidente soprattutto dopo l’università, quando amicizie e relazioni sentimentali appaiono più fragili», si intreccia con un senso di appartenenza che rende impensabile l’abbandono della città. Sara Scognamillo, studentessa lavoratrice, lo esprime chiaramente: «Sento intorno a me una precarietà totale e temo di vivere in una costante dittatura del momento», ma aggiunge che quasi nessuno dei partecipanti sarebbe disposto ad andarsene.
Il paradosso napoletano si rivela nella descrizione di Geremia, social media manager: «Napoli è il fallimento dell’autonomia», una città «bellissima ma anche una trappola», dove la distanza tra costo della vita e salari bassi, unita alla difficoltà di trovare lavoro regolare, contribuisce a un senso di immobilismo che però non cancella l’amore e il radicamento verso la città.
Foggia: l’immobilismo come destino e la ricerca di nuove narrazioni
Foggia, con i suoi 43.920 Under 35, rappresenta il volto più drammatico della precarietà meridionale. La città rischia di perdere il 24% della popolazione giovanile entro il 2030, in un contesto dove il tasso di occupazione nella fascia 15-34 anni è del 33,8% contro una media nazionale del 56,5%.
«Il venerdì mi sono diplomato e il lunedì successivo ho iniziato a lavorare. Ci sono state poi tante altre esperienze, tutte a nero», racconta Ruben, studente. La sua testimonianza illumina una realtà in cui il 39,7% degli occupati giovani ha contratti a termine o atipici, mentre solo il 33,2% gode di un contratto a tempo indeterminato.
A Foggia, la precarietà assume una dimensione totalizzante diversa da Napoli. «Il futuro è ciò che mi spaventa più di ogni altra cosa», confessa Michele, educatore. Qui emerge «una sensazione di assenza di agibilità: l’idea che a Foggia non si possa costruire nulla di nuovo, nulla di stabile», alimentata da quella che viene definita una “mentalità dello 0 a 0” che ostacola qualsiasi progettualità.
Il rapporto con il lavoro è caratterizzato da una peculiarità drammatica: «Quando c’è, è spesso non qualificato e svolto in nero, accessibile solo grazie a reti di contatto personali che sfiorano o attraversano aree grigie del tessuto sociale». La criminalità viene descritta come «una presenza quotidiana e tangibile», al punto che quasi tutte le persone intervistate che hanno partecipato al focus group hanno raccontato esperienze dirette di contatto con dinamiche criminali.
Francesco, educatore, esprime il paradosso foggiano: «Ad oggi, anche se ne avessi la possibilità, non me la sentirei mai di investire in questa città». L’investimento nella città è vissuto come privo di senso, e anche chi prova ad avviare un’attività «spesso non trova incoraggiamento nemmeno da amici, parenti o vicinato, che reagiscono con freddezza o disillusione». Questo, soprattutto per le persone Under 30 che devono decidere dove investire per il proprio futuro, è un elemento chiave nella decisione rispetto a rimanere nel luogo in cui si è nati o trasferirsi in cerca di territori che si presentano più capaci di cogliere e valorizzare le specificità e le esigenze di singole persone.
Tuttavia, emerge un segnale di cambiamento. Alcune città come quella di Foggia, negli ultimi dieci anni, hanno subito delle trasformazioni, soprattutto dal punto di vista culturale. Maria Roberta, attrice, osserva: «Qualcosa sta cambiando culturalmente. Basterà?». Circa metà delle persone che hanno partecipato al focus group aveva lasciato la città per poi decidere di tornare, in un fenomeno che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. Il ritorno inizia a essere visto non più solo come una sconfitta, ma come una possibile forma di resistenza territoriale. Alcuni territori, soprattutto in città del sud, si stanno imponendo come alternative valide a modelli metropolitani che si sono rivelati a livello esperienziale spesso fallimentari nella vita delle persone che sono migrate verso città più grandi, spesso dentro centro e del nord Italia.
Alta Valle del Volturno: tra “restanza” consapevole e precarietà come condizione gestibile
Nell’Alta Valle del Volturno, in Molise, con poco più di 3.600 giovani tra 0 e 35 anni in un rapporto di 1 giovane ogni 3 anziani, la precarietà assume connotati completamente diversi. Qui «non viene tematizzata come condizione esistenziale o sociale più ampia, ma come uno stato a cui è bene non arrivare, da cui è necessario proteggersi», ascoltiamo durante il focus group.
Gianmarco del Centro Indipendente Studi Alta Valle del Volturno (CISA) spiega: «Per quasi tutte le persone, la precarietà è soprattutto una questione lavorativa ed economica». Le scelte formative e lavorative vengono «spesso orientate proprio a contenere il rischio di ritrovarsi in una situazione precaria», in una strategia preventiva che distingue nettamente questa area dalle realtà urbane.
Il fenomeno migratorio qui assume caratteristiche paradossali. Michela, studentessa, riassume: «Ci hanno sempre detto che dovevamo studiare per potercene andare, come fosse un premio». Crescere in questi territori significa «interiorizzare fin da piccoli l’idea di un futuro altrove», dove andarsene è «vissuto come inevitabile, sostenuto anche da un immaginario collettivo che descrive il paese come un luogo senza prospettive».
Tuttavia, emerge una trasformazione culturale significativa. Christian, studente liceale, osserva: «Se fino a pochi anni fa ritornare, soprattutto da giovani, veniva letto unicamente come una sconfitta, ora si inizia a dare valore a percorsi professionali e civici che possano reinserire le persone all’interno del tessuto locale». Anche dal punto di vista culturale, momenti come quello del Festival estivo di Sagra Futura, nella zona dell’entroterra di Isernia, racconta una storia di un collettivo formato da persone che hanno studiato tutte in città come Roma, Milano e Bologna, ma che hanno come credo e necessità il fatto di tornare al luogo dove sono nati per restituire quello che gli è stato dato.
La dimensione territoriale, infatti, non è descritta unicamente come un luogo in cui non ci sono alternative. Giada, artigiana che lavora con tinture naturali, valorizza la composizione territoriale e «la possibilità di vivere in paese pur mantenendo un piede in città», che consente di «integrare una vita urbana con una dimensione più stabile e radicata nei territori interni». Lo sviluppo turistico recente ha ampliato l’offerta di lavoro locale, permettendo di svolgere lavori stagionali direttamente nel proprio territorio.
«Vivere in un piccolo paese può dare un senso di orizzonte più ordinato e meno angosciante», spiega Roberta, archeologa. «La chiarezza degli spazi, dei tempi e delle possibilità viene vista come un argine alla precarietà, perché permette di immaginare percorsi definiti e di ridurre l’incertezza».
Un filo conduttore: la precarietà come dimensione materiale e la ricerca di nuove forme di radicamento
Attraverso queste tre realtà emerge un dato fondamentale che distingue il Sud dal resto d’Italia: la precarietà è «soprattutto precarietà economica, lavorativa e materiale». Le condizioni di disagio materiale – scarsità di lavoro, lavoro povero, redditi sotto la media nazionale – «sembrano al sud molto meno aggirabili proprio perché più gravi».
Tuttavia, il quadro non è uniforme. Napoli sviluppa una forma di resistenza esistenziale che trasforma la precarietà in una condizione accettabile purché non stigmatizzata socialmente. Foggia vive la precarietà come immobilismo strutturale, ma inizia a intravedere possibilità di cambiamento culturale. L’Alta Valle del Volturno elabora strategie preventive che rendono la precarietà una condizione gestibile attraverso scelte accorte.
Il tema dell’emigrazione attraversa tutte e tre le realtà ma con modalità diverse. A Napoli non è percepita come unica prospettiva obbligata grazie al forte radicamento identitario. A Foggia e nell’Alta Valle del Volturno rappresenta invece «un destino con cui è obbligatorio confrontarsi», ma emerge progressivamente «spazio per un discorso pubblico orientato a riconoscere l’importanza dell’impegno nei propri territori».
La precarietà meridionale si configura così come una condizione che, pur mantenendo caratteristiche più drammatiche dal punto di vista materiale, genera forme di resistenza e adattamento che potrebbero prefigurare nuovi modelli di vita. Dalla resistenza esistenziale napoletana alla restanza consapevole delle aree interne, passando per la lenta trasformazione culturale delle città medie, il Sud Italia sperimenta modalità diverse di convivenza con l’instabilità, alla ricerca di un equilibrio tra necessità di partire e desiderio di restare, tra precarietà subita e precarietà trasformata in strumento di riappropriazione territoriale.
In questo scenario, la precarietà non è più solo una condizione da subire, ma diventa terreno di sperimentazione per nuove forme di cittadinanza e appartenenza. Ascoltare le parole delle persone che non sono hanno scelto di partire ma anche di restare o tornare, offre la possibilità non solo di cogliere meglio la conformazione sociale di questi territori, ma permette di immaginare nuovi modi di persona e raccontare il Sud, come qualcosa da cui le persone cercano sempre di andarsene. Nuovi modi di vivere la precarietà, farla propria e in parte superarla, costituiscono nuovi modi di pensare il presente partendo da territori in cui le condizioni strutturali di base costituiscono una fragilità che intreccia nuovi modi di pensare i territori.