La precarietà lavorativa nel Nord-Est: tre città, tre facce dell’instabilità giovanile

Un viaggio tra Tolmezzo, Mestre e Bologna per raccontare come vivono la precarietà i giovani in una delle aree più produttive d'Italia

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L’Italia ha perso in venti anni oltre un quinto dei giovani, diventando ultima in Europa per la presenza di under 35, eppure c’è una macroarea che buca la tendenza: nel Nord-Est convergono migliaia di giovani professionisti attratti dalle opportunità di lavoro che altre regioni non sanno offrire. L’Emilia-Romagna cresce dello 0,9%, Veneto e Friuli-Venezia Giulia registrano tassi di disoccupazione tra i più bassi d’Europa. 

È proprio questo successo economico, tuttavia, a generare contraddizioni inaspettate. I 2,4 milioni di under 35 che abitano quest’area vivono in un territorio dove il lavoro abbonda ma la stabilità esistenziale sfugge. Non si tratta della classica precarietà contrattuale, ma di una forma più sofisticata di incertezza: quella di chi ha un impiego ma non riesce a costruire radici. La crescita economica si intreccia con la speculazione immobiliare, il boom turistico trasforma i centri storici in parchi tematici, e la ricchezza diffusa non si traduce automaticamente in qualità della vita.

La ricerca di opportunità che porta giovani da tutta Italia nel Nord-Est si scontra con una realtà territoriale in rapida mutazione. Abbiamo esplorato tre luoghi simbolo di questa tensione: Tolmezzo, dove la montagna offre autenticità ma non futuro; Mestre, nodo logistico schiacciato dall’ombra di Venezia; Bologna, magnete universitario che si rivela costoso e transitorio. Tre destinazioni che attraggono per ragioni diverse, ma che condividono la stessa sfida: come trasformare l’opportunità economica in progetto di vita duratura.

 

Tolmezzo: quando restare costa più di partire

Nelle valli carniche, a Tolmezzo, la precarietà ha il volto del disinvestimento. Con 2.875 under 35 su una popolazione di poco meno di 10.000 abitanti, il piccolo centro friulano rappresenta quella parte di Nord-Est dove la ricchezza del territorio non riesce a trattenere le nuove genereazioni. Non per mancanza di lavoro – le aziende locali, dal commercio all’industria del legno, dalla carta all’artigianato, continuano ad assumere – ma per l’inadeguatezza di un modello di sviluppo che non riesce a rispondere alle aspettative di una generazione più istruita e connessa.

«Con un diploma qui un’azienda la trovi, ma poi ti basta?», riassume Elisabetta, una delle partecipanti al focus group organizzato per la ricerca sul precariato della fondazione Ebert. È questo il nodo centrale della precarietà montana: non si tratta di povertà economica, ma di povertà di opportunità. I giovani tolmezzini non temono la disoccupazione, ma l’appiattimento professionale, l’impossibilità di crescere, di specializzarsi, di trovare un lavoro che dia loro un riconoscimento sociale e personale.

Marc Vezzi, 28 anni, insegnante, Valentino Rovis, 24 anni studente, Elisabetta Chiesa, 25 anni, e gli altri del gruppo sono concordi: la precarietà qui non è legata all’incertezza economica, ma alla frustrazione di dover scegliere tra stabilità materiale e realizzazione personale. «È sbagliato quello a cui siamo abituati. Ognuno dovrebbe scegliere quanto lavorare», dice uno di loro, sintetizzando una critica al modello di lavoro tradizionale che in montagna assume contorni ancora più rigidi.

Il paradosso di Tolmezzo è che per dedicarsi ai propri interessi, per avere tempo per sé, spesso è necessario mettersi in una situazione lavorativa precaria. E questo viene percepito come un’ingiustizia: l’impossibilità di perseguire le proprie aspirazioni mantenendo una condizione di stabilità economica e lavorativa.

Ma c’è un altro elemento che rende unica la precarietà montana: la relazione con il territorio. «Se appartieni a un territorio non te ne vai», riflette una partecipante. Eppure, a Tolmezzo, questo senso di appartenenza sembra fragile. Il paese è descritto come un luogo chiuso e diffidente, dove il senso di comunità esiste per chi è nato lì, mentre per chi viene da fuori è più difficile sentirsi integrato. E anche per i nativi, il rapporto con il proprio posto è complicato: «la maggior parte delle persone che sono nate in paese non hanno costruito un rapporto d’affezione con il proprio posto e quindi risulta semplice andarsene in modo definitivo».

L’emigrazione giovanile è qui normalizzata: chi rimane ha visto partire almeno tre quarti dei compagni di scuola, diretti verso città del nord o all’estero. Questo esodo continuo mina la possibilità di costruire progetti collettivi, di immaginare cambiamenti per il territorio. Come può una comunità pensare al futuro se i suoi giovani sono già mentalmente altrove?

Il problema abitativo completa il quadro: come in molti territori montani, a Tolmezzo c’è una scarsissima offerta di case in affitto. Le poche disponibili sono destinate agli affitti brevi turistici, un fenomeno che sta svuotando i centri anche delle aree interne. E l’offerta culturale? «Insufficiente e rivolta principalmente a bambini o persone anziane», lamentano i giovani, costretti a spostarsi nei centri maggiori per trovare stimoli culturali adeguati.

Restare a Tolmezzo significa quindi accettare un compromesso: la sicurezza economica in cambio della rinuncia alle proprie ambizioni. «Rimanere qui costa di più», non in termini monetari, ma in termini di opportunità perdute, di crescita professionale mancata, di stimoli culturali negati. È una precarietà esistenziale che non si risolve con un contratto a tempo indeterminato, ma che richiede un ripensamento complessivo del modello di sviluppo territoriale.

Mestre: il parcheggio di Venezia

A Mestre la precarietà assume i contorni dell’assenza di identità. Con meno del 30% di under 35 sulla popolazione totale – i giovani tra i 15 e i 30 anni si sono dimezzati negli ultimi quarant’anni, passando da 74.000 a 36.000 – la città vive una crisi demografica che riflette una più profonda crisi di senso.

«Mestre è una città priva di identità: un luogo di passaggio inadatto a una relazione profonda», emerge dal gruppo di discussione che ha coinvolto Alessandro Bressanin, Giovanni Cagnin, Allegra Tonon e altri giovani della città. È la precarietà di chi vive in un non-luogo, in una città satellite che esiste solo in funzione di Venezia, ridotta a «parcheggione» per turisti e lavoratori dell’isola.

Questa condizione di subalternità genera una forma particolare di precarietà, che non è legata alla mancanza di lavoro – il settore dei servizi rappresenta circa il 70% dell’occupazione totale nella provincia – ma alla qualità di quel lavoro. Le professioni più richieste sono cameriere, facchino, commesso, cameriere d’albergo: lavori spesso in nero, mal pagati, senza prospettive di crescita. Non a caso Venezia è la città con il reddito medio più basso dell’intero Nord-Est, con circa 22.000 euro contro una media regionale veneta di 23.500.

«La percezione è che si stia accentuando la configurazione di alcune zone come quartieri-ghetto», raccontano i partecipanti, descrivendo una città sempre più frammentata e scollegata. Il corpo urbano di Mestre è percepito come poco attraversabile, uno spazio da cui «per lo più, si cerca di evadere». La dualità con Venezia è vissuta come opprimente: Mestre è sempre più a servizio dell’isola, in una relazione totalmente asimmetrica.

Ma c’è un aspetto peculiare della precarietà mestrina: per alcuni, la condizione di instabilità è paradossalmente ricercata, associata alla libertà e considerata necessaria per una produzione artistica di qualità. È una minoranza, ma significativa: giovani che vedono nella precarietà uno spazio di creatività e autonomia, pur riconoscendone i costi in termini di ansia e incertezza.

Per la maggioranza, però, la precarietà è correlata «alla noia e all’ansia», oltre che all’assenza di riconoscimento del proprio valore. «Lo stato non dà valore a quello che sono», dice uno dei partecipanti, sintetizzando una frustrazione che riguarda non solo il mondo del lavoro, ma l’assenza di ascolto da parte delle istituzioni e della popolazione verso il potenziale culturale delle giovani generazioni.

È stata lamentata l’assenza di spazi dedicati a intercettare quella che viene definita «pressione dal basso», la vivacità latente della città. Questo misconoscimento aggrava la condizione di precarietà di molti giovani che vorrebbero trasformare la città ma non trovano canali per farlo.

Economicamente, la situazione non è drammatica per i partecipanti al gruppo: i guadagni sono «sufficienti a mantenersi e vivere una vita in cui si dà spazio anche alle proprie passioni, ma insufficienti per la progettazione di una vita stabilmente autonoma rispetto alla famiglia di provenienza». La maggioranza vive ancora nel nucleo familiare di origine, che viene definito «un’ancora contro la precarietà».

Le condizioni di lavoro nel turismo completa il quadro: nella ristorazione, nell’accoglienza e nelle attività turistiche si registra una progressiva precarizzazione, con un aumento del lavoro in nero e sottopagato. Mestre diventa così il serbatoio di manodopera precaria per l’economia veneziana, senza riuscire a costruire un’alternativa non precaria all’economia del territorio. .

Bologna: il parco giochi che non diventa mai casa

A Bologna, con i suoi 127.922 under 35 (il 32,6% della popolazione), la precarietà assume le sembianze del tradimento delle aspettative. È la città universitaria per eccellenza del Nord-Est, quella che dovrebbe offrire le migliori opportunità ai giovani, eppure si rivela un «luogo di transito» dove «non si riescono a mettere radici».

«C’è una scritta sul muro di via Castiglione che dice ‘Bologna è un parco giochi’, e io l’ho sempre odiata», racconta uno dei partecipanti al gruppo che ha coinvolto studenti, lavoratori e attivisti come Martina, Flavia, Carlo. Quella scritta sintetizza il paradosso bolognese: una città la cui popolazione è circa del 35.6% da fuorisede ma che non riesce a offrire loro un futuro da adulti.

I dati economici sembrano incoraggianti: il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sceso al 17,4%, quello della fascia 15-34 anni è al 7,9%, tra i più bassi d’Italia. Sono stati attivati 35.171 contratti a tempo indeterminato nel 2023, con oltre 20.300 trasformazioni da contratti precari. Eppure, è fondamentale ascoltare l’esperienza delle persone che vivono realmente la città per cogliere delle storture e delle contraddizioni che semplicemente con i numeri non riusciremmo a cogliere. «Non è sufficiente una stabilità lavorativa, perché a questa non corrisponde sempre un’indipendenza economica e una possibilità d’accesso ai livelli di qualità di vita ritenuti desiderabili».

Il nodo è il costo della vita, in particolare quello abitativo. Con affitti che hanno raggiunto i 506 euro al mese per una stanza singola e spese generali che si aggirano sui 990 euro mensili, Bologna è diventata inaccessibile per molti giovani lavoratori. Negli ultimi quattro anni il costo medio mensile per affittare una stanza singola nel capoluogo emiliano è aumentato del 73% e quindi «come si può definire un ragazzo che a Bologna ha un lavoro stabile con uno stipendio nella norma ma è costretto a continuare a vivere come uno studente ventenne in una stanza in condivisione senza nessuna prospettiva di accesso a un mutuo o di vita autonoma e convenzionalmente adulta?», si chiedono i partecipanti.

La crisi abitativa è aggravata dal boom degli affitti brevi: «In sette anni ho avuto almeno una decina di amici che ho dovuto ospitare nella mia stanza perché si sono ritrovati senza casa». La turistificazione del centro ha reso Bologna cara, invivibile», una città che funziona «finché non passano tre anni», poi diventa insostenibile.

Ma la precarietà bolognese ha anche una dimensione identitaria profonda. I partecipanti denunciano come «la precarietà lavorativa ed economica è inscindibilmente legata a una precarietà identitaria perché impedisce dei percorsi liberi di autodeterminazione». L’assenza di stabilità impedisce di immaginare il proprio futuro, anche a breve termine, e questo «sottrae autonomia alle persone e le rende incapaci di prendere decisioni importanti».

L’università, che dovrebbe essere un trampolino di lancio, spesso si rivela un ambiente «molto competitivo e contemporaneamente pregno di disillusione», soprattutto nei settori umanistici. Molti studenti «non riescono a immaginare un proprio posto in futuro negli ambienti a cui quella formazione specifica dovrebbe portare».

Inoltre, buona parte degli studenti durante l’università per sopravvivere si ritrova invischiato nel fenomeno della gig economy – caratterizzato da contratti a breve termine, a progetto o a chiamata, spesso mediati da piattaforme digitali, piuttosto che attraverso lavori stabili e continuativi – ha introdotto una nuova narrazione della precarietà: chi ha lavorato con startup e piattaforme digitali riferisce di «una narrazione della precarietà rappresentata come inevitabile, eroica e anzi positiva, necessaria e funzionale». Questo rende ancora più difficile far valere tutele e diritti.

Paradossalmente, in un contesto così stratificato, i giovani bolognesi trovano nelle «reti amicali e di sostegno informale la principale difesa dal senso di precarietà». «Se sei solo, sei molto più precario», riflette uno dei partecipanti. Gli affetti profondi e gli ambienti sociali solidali diventano l’unica ancora di salvezza in una città che promette molto ma mantiene poco. Nella solitudine di una città nuova e non propria, le reti dei fuori sede garantiscono solidarietà e unione tra i nuovi arrivati e chi non ha ancora trovato il proprio posto. 

La gentrificazione ha reso il centro «più respingente e meno vissuto», mentre l’aumento della militarizzazione e del controllo da parte delle forze di polizia ha reso la città «uno spazio meno attraversabile e più ostile». Bologna si rivela così una città che consuma i giovani: li attrae con la sua reputazione universitaria, li sfrutta come consumatori, ma poi li espelle quando pretendono di diventare adulti con bisogni di stabilità e autonomia.

Ripensare il futuro

Tolmezzo, Mestre e Bologna rappresentano tre declinazioni di un fenomeno comune: la disconnessione tra sviluppo economico e benessere giovanile nel Nord-Est. In tutte e tre le realtà emerge un elemento centrale: la mancanza di lavoro non è mai indicata come causa principale del senso di precarietà. Il tessuto economico solido del Nord-Est non lascia i giovani privi di opportunità lavorative, ma spesso questi lavori vengono considerati insoddisfacenti rispetto alla volontà di identificazione in una professione specializzata.

Un primo tratto comune è l’impatto negativo della pressione turistica. Secondo elemento trasversale: il rapporto conflittuale con l’identità del luogo. Mestre è descritta dai partecipanti al focus group come una città priva di identità culturale propria – causata dalla vicinanza con Venezia che risulta una forza accentratrice – mentre la sua storia è legata al porto industriale di Marghera. Bologna sembra un parco giochi che respinge chi cerca stabilità, Tolmezzo come un posto da cui è normale andare via. Questa assenza di identità territoriali ben definite si accompagna alla sensazione di non riuscire ad accedere a percorsi lavorativi e di vita che abbiano un riconoscimento pubblico in sintonia con il luogo in cui si vive.

Le differenze sono altrettanto significative. Tolmezzo e Mestre condividono l’essere raccontate come luoghi culturalmente stagnanti, con poca offerta per le generazioni più giovani. Bologna presenta il problema opposto: il giovanilismo della città viene vissuto come una trappola che rischia di infantilizzare i giovani lavoratori, normalizzando situazioni di precarietà tipiche della vita studentesca.

La precarietà nel Nord-Est non è dunque quella della disoccupazione di massa o della povertà economica estrema. È una precarietà più stratificata quella di chi lavora ma non riesce a immaginare un futuro, di chi vive in un’area ricca ma si sente privato di opportunità, di chi abita luoghi che cambiano troppo velocemente per permettere di mettere radici.

È la precarietà di una generazione che ha studiato più delle precedenti ma che si trova a fare i conti con un mercato del lavoro che premia la flessibilità più della competenza, con città che privilegiano i flussi turistici rispetto ai residenti, con un modello di sviluppo che produce ricchezza ma non benessere diffuso.

La sfida per il Nord-Est non sembra essere  quindi quella di creare più posti di lavoro, ma ripensare la qualità di quello sviluppo, costruire opportunità che rispondano alle aspirazioni di una generazione più istruita e consapevole, invertire la rotta di una turistificazione che sta snaturando i luoghi e precarizzando il lavoro. Solo così questa area, che pure resta tra le più dinamiche d’Italia, potrà essere davvero attrattiva per le nuove generazioni

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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