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16 millimetri alla rivoluzione è lo spettro in celluloide di una politica scomparsa

“La Notte nelle scuole” un progetto di Scomodo e Ariete, che indaga la notte come elemento di esplorazione dove si costruisce una parte centrale dell’individuo, attraverso racconti di giovani scrittori e scrittrici under 30 che hanno partecipato al contest “I miei segreti te li dirò di notte”, aperto fino al 10 maggio su scomodo.org/la-notte

Il cinema militante è tale perché concepisce la ripresa come arma politica per mostrare tutto quello che i mezzi di comunicazione di massa lasciano fuori dai loro racconti. Il cinema era militante perché le sue sequenze restituivano momenti importanti della lotta, tra scioperi in fabbrica e proteste per la depenalizzazione dell’aborto: erano filmati che tracciavano più di un decennio di mobilitazioni, che dagli anni ’50 finivano agli anni di piombo. In Italia il ‘68 si rivelò un momento cruciale per decidere il significato da attribuire al cinema che si voleva militante e alle forme con cui doveva essere realizzato: in quel periodo nascono il Collettivo Cinema Militante (CCM) e il gruppo dell’ANAC e dei cinegiornali liberi, attorno ai quali orbitano non solo registi come Cesare Zavattini (più legato al PCI), ma anche altri autori come Marco Bellocchio ed Ettore Scola. Come spiega Goffredo Fofi nel suo libro Breve storia del cinema militante (elèuthera, 2023), l’esperienza di questo tipo di cinema in Italia si spense presto (forse anche a causa della prematura scomparsa di Berlinguer) diventando un mero archivio delle lotte di quegli anni. Manifestazioni, scontri e interviste: non c’è molto altro in quelle riprese che, mentre continuano ad essere saccheggiate dalle televisioni, aspettano ancora chi sappia utilizzarle al meglio. Sempre secondo Fofi, il cinema militante ha mantenuto una sua autonomia e, allo stesso tempo, ha saputo essere collettivo. 

 

È lo stesso pensiero espresso da Zavattini nel film 16 millimetri alla rivoluzione di Giovanni Piperno: «un cinema di tanti per tanti» dice il regista in una ripresa ripescata da Piperno che, insieme all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, ha dato vita ad un’indagine non solo sul cinema di quella generazione politica (che oltre ad essere militante era libero, sperimentale, empatico e partiva dal basso), ma anche sull’eredità del PCI e su cosa abbia significato essere comunisti e cosa possa ancora significare. Questa domanda Giovanni Piperno non solo la rivolge a se stesso in 16 millimetri alla rivoluzione, ma anche all’ospite eccezionale della lunga intervista che lega tra di loro i materiali d’archivio: Luciana Castellina, storica dirigente comunista e fondatrice del Manifesto.

 

Nel film, Piperno si approccia al materiale indagando su una quotidianità lontana che non gli è più familiare, ma in cui ogni tanto scorge i volti dei suoi amici, i vecchi amori del liceo, della madre e della zia. Restano comunque personaggi distanti da Piperno che lui tratta alla stregua di un naturalista su National Geographic. Infatti, Luciana Castellina, nelle sue riprese e parole sembra essere davvero l’ultima della sua “specie”: i comunisti. Nel suo racconto, quando dice che per lei essere comunisti significa che «bisogna provarci ancora» si percepisce una malinconia non tanto per quel senso di lotta che sembra affievolirsi sempre di più, bensì verso la mancanza di una collettività culturale. Festival come Cannes e Pesaro, nel ’68, furono fondamentali per il dibattito sul cinema militante, ma già tra il Marcello Mastroianni di Dramma della gelosia (1970) e la sua iconica battuta «Adelaide, domenica prossima vota comunista!» e le riprese del Festival dell’Unità (1972) sempre di Scola (che compaiono nello stesso 16 millimetri alla rivoluzione), sembra esserci un abisso.

 

Giovanni Piperno cerca di riempire questo vuoto dialogando con Luciana Castellina e mentre lo fa sbaglia anche qualche data, forse di proposito, per farla parlare il più possibile e colmare l’abisso. Quando lei finisce, il regista si mette a dialogare con le immagini mentre le immagini a loro volta parlano tra di loro: 16 millimetri alla rivoluzione apre un meta-dibattito politico tra i “già convinti” e di conseguenza i delusi-illusi. Mentre un tempo questo tipo di politica avrebbe fatto capire le cose anche agli “ignoranti” (come dice un uomo dopo un’assemblea in una ripresa presente nel film), il cinema militante mette in scena linguaggi che «indottrinano e non spiegano, commuovono e non fanno ragionare, esaltano ma non fanno riflettere», come sostiene sempre Fofi nel suo libro. Viene da ragionar allora sul fatto che più che indagare su una generazione politica, 16 millimetri alla rivoluzione apre una riflessione sullo stato della politica (italiana) e sulla già citata assenza di una collettività culturale tramite un dialogo tra passato e presente, in cui l’incognita resta sempre il futuro.

 

I festival come esperienze di politica e con la politica sembrano scomparire, zittirsi, auto-censurarsi, mentre i film, le canzoni e l’arte si fanno sempre più politici. Il dialogo per ritrovarsi e scacciare via la malinconia potrebbe ripartire proprio dalla sala? Sembra essere questo il messaggio che vuole lanciare 16 millimetri alla rivoluzione. Non era nelle sale cinematografiche che aveva origine l’esperienza del PCI, ma la stessa Luciana Castellina racconta che ai circoli ci si andava sempre, anche quando non erano previste assemblee. Ci si andava perché la gente voleva instaurare un dialogo. Ora forse è giunto il tempo di (ri)cercare un dialogo. La distribuzione del film di Giovanni Piperno è curata da Wanted Cinema e uscirà il 26, 27 e 28 febbraio nei cinema accompagnato da incontri e dibattiti in diverse città d’Italia ai quali saranno presenti gli stessi Piperno e Luciana Castellina.

di Davide Merola (Davide Merola)

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