12 ore a Hebron, Palestina

Un reportage da una della città della Cisgiordania. Come un giovedì qualsiasi si trasforma in un terreno di scontri.

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È il 27 luglio 2023, un giovedì qualsiasi per gli abitanti palestinesi della città di Al-Khalil, più spesso conosciuta col suo nome ebraico, Hebron. È mattino e i negozianti alzano le loro serrande ospitando caldi ma incoraggianti raggi di sole. I fruttivendoli informano tutti i passanti dei prezzi bassi su pomodori e angurie, articolando tra schiamazzi e sorrisi le loro offerte imperdibili da dietro carretti imbanditi di frutta e verdura. Il profumo del caffè al cardamomo riempie le vie alternandosi con l’odore sgradevole di spazzatura mal gestita. Tra un «Sabah Al Kheir» e un «Sabah Al Nur»,
Buongiorno in arabo. Letteralmente “Che il mattino abbia per te splendore”, “Che il mattino abbia per te le luce”.
la passeggiata mattutina tra i quartieri storici della città è un’immersione nella calma trasmessa dai palestinesi di Al-Khalil. Eppure, data la complessa situazione della città, è difficile immaginare come una tale bonarietà sia così caratteristica. Soprattutto quando si verificano giornate violente come questo 27 luglio, sorpreso inaspettatamente da violenze ingiustificabili.

Ci troviamo nella città più ricca e viva a livello commerciale della Cisgiordania. È anche la città più complicata da spiegare a chi non conosce il sistema etnico di divisione territoriale che esiste in tutta la Palestina occupata. La scelta del termine “etnico” è solidamente supportata da accuse da parte di organizzazioni per i diritti umani. Infatti, l’intera Cisgiordania è suddivisa in aree A – B – C che si differenziano nell’estensione e nel tipo di occupazione che le forze israeliane possono esercitarvi. Sinteticamente: le aree A sono le otto città palestinesi e le aree B sono zone cuscinetto dove l’amministrazione dovrebbe essere divisa tra autorità palestinesi e israeliane. Di fatto, qui, l’esercito israeliano viola i suoi obblighi all’ordine del giorno, invadendo spesso i campi profughi e radendo al suolo case e scuole palestinesi. Infine, le aree C sono zone interamente sotto la mercè delle forze israeliane, e, oltre ad essere in continua espansione, sono le zone dove si trovano le colonie illegali d’Israele. Tutto ciò fu stabilito negli accordi di Oslo II nel 1995. L’idea era quella di ridare ai palestinesi il controllo della Cisgiordania. La realtà è un fallimento diplomatico che ha legittimato il sopruso e lo spossesso di palestinesi della loro terra da parte di alcuni israeliani sionisti.

In tutto questo, Hebron, o Al-Khalil, non rientra in alcuna delle suddette divisioni, perché la sua storia è ancora più dolorosa di quella complessiva della Cisgiordania. Al-Khalil ha una divisione territoriale tutta sua, tra la zona “H1”, palestinese, e la zona “H2”, colonia israeliana. Anch’essa instaurata dopo gli accordi di Oslo II, la ripartizione della città avvenne per accomodare i coloni israeliani che già da anni cercavano di occupare con azioni terroristiche il centro storico e religioso. Per esempio, nel 1994 Baruch Goldstein, un colono estremista sionista, entrò nella Moschea Ibrahim durante l’orario di preghiera nel mese di Ramadan e, armato di fucile, uccise 29 palestinesi, ferendone centinaia. Il giorno stesso, durante le cerimonie funebri dei morti, l’esercito israeliano assalì i palestinesi in lutto, uccidendone altri. Per inciso, il ritratto di Goldstein è appeso in casa di Itamar Ben Gvir, l’attuale ministro della sicurezza nazionale israeliana.

Israele rispose a questo genere di episodi stipulando il piano di divisione della città in modo che israeliani e palestinesi non entrassero in contatto, e basta. Tuttavia, ciò avvenne attraverso lo sfratto di tutte le case al centro di Al-Khalil che furono occupate dai coloni, i quali vivono da ormai più di 20 anni in appartamenti che appartenevano a generazioni di famiglie palestinesi. Di conseguenza, quello che un tempo era il mercato centrale di Al-Khalil, ora è una città fantasma dove quasi tutti i negozi sono stati chiusi. O perchè ora appartengono a palazzi occupati da coloni, o perchè, nel caso non siano stati occupati, il semplice timore dato dall’essere vicini ai coloni e ai loro attacchi ha spinto i commercianti ad abbandonare le loro proprietà.

I pochi negozi che continuano le loro attività fino a oggi hanno dovuto costruire sopra le loro botteghe, tra un palazzo e l’altro, delle griglie in metallo per proteggere i passanti dagli oggetti (principalmente rocce e spazzatura) che tirano i coloni dall’alto dei loro appartamenti. Tuttavia, queste griglie non sono sufficienti per proteggersi dai liquidi (acidi, uova, e acqua di fogna), rovesciati soprattutto nei giorni di festa ebraici, in concomitanza dei quali i sionisti si dilettano in passatempi che hanno come obiettivo ferire e umiliare palestinesi. 

La Moschea Ibrahim è forse la cosa più importante da visitare in tutta la città: per il suo valore religioso, storico, e politico. Al suo interno vi è la tomba del Profeta Abramo, sacro a musulmani ed ebrei. Fu proprio questo che spinse Goldstein a massacrare tutti quei palestinesi: conquistare con violenza il mausoleo e darlo ai suoi. Così, ora, grazie a lui, l’accesso a questo luogo sacro è presidiato nella zona musulmana-palestinese da soldati israeliani che decidono chi può e chi non può entrare. Seppure la ragione ufficiale per la quale i soldati sono dislocati qui e nel resto di Al-Khalil sia proteggere i palestinesi da aggressioni, i soldati puntualmente ignorano o sostengono gli abusi perpetrati dai coloni

La Moschea è uno dei 22 punti nella città dove si trovano dei checkpoint dell’esercito. Questi sono attentamente distributi sia nel centro che ai margini di Al-Khalil. Attraversarne uno significa dover passare da una zona H1 (palestinese) a una zona H2 (israeliana). Farlo non è semplice e, che si possa o meno, dipende dall’arbitrio del soldato di turno. Mentre un turista è piuttosto libero di girare come e dove vuole, un palestinese di Al-Khalil non gode del diritto di libera circolazione nella sua stessa città. Sullo stesso tema, mentre turisti e israeliani in Cisgiordania sono soggetti alla legge civile israeliana, tutti i palestinesi vengono giudicati e trattati sotto una celata legge marziale, dettata dagli ordini militari israeliani 1651 e 101. A supportare le accuse di Apartheid, sono le recenti dichiarazioni di Tamir Pardo, ex presidente del Mossad, che ha espresso apertamente che «Netanyahu e i suoi alleati sono peggio del Ku Klux Klan.» In un’intervista con l’Associated Press di mercoledì 6 setttembre, Pardo ha detto «un territorio in cui due popoli sono giudicati sotto due sistemi legali diversi, è uno stato di Apartheid». 

Proseguire questa passeggiata senza imbattersi in ingiustizie politiche sembra impossibile ad Al-Khalil, o in Palestina. Ma continuiamo a camminare lo stesso. È ormai primo pomeriggio. Di solito, uscendo dal centro storico si percepisce facilmente un cambiamento nell’atteggiamento dei palestinesi. Nel centro storico molti vanno con cautela e consci del fatto che da un momento all’altro potrebbero essere detenuti senza motivo (i soldati israeliani possono arrestare ai checkpoint un palestinese fino a 3 ore senza dover dichiarare il presunto reato). Nel centro storico ho visto soldati camminare sempre armati, anche nelle zone H1, dove non dovrebbero stare. Un palestinese non sa mai se uno scatto di corsa o un rumore troppo alto possano essere fraintesi come pretesto per un pestaggio o una pallottola da parte delle forze occupanti. Così, di solito, uscendo dal centro storico, l’aria è meno tesa e le persone camminano per strada senza guardarsi alle spalle. Ma non questo 27 luglio.

Uscendo dal centro storico, invece di vedere i negozi aperti e le strade pullulanti di gente, questo giovedì pomeriggio ci sono veicoli blindati e corazzati  dell’esercito israeliano all’angolo di ogni via. Non ci sono solo i “soliti soldati”, ma altre truppe di grado superiore. Per strada ci sono ancora parecchi ragazzi e commercianti palestinesi che non hanno chiuso le loro attività. 

Chiedo in arabo ad un signore seduto di fronte al suo negozio di latticini: 

«Cosa succede?»

«Festa ebraica.»

«In che senso ‘festa ebraica’?»

«Ma signorina, lo sanno tutti: i loro giorni di festa sono i nostri giorni peggiori».

I palestinesi, sia musulmani sia cristiani, hanno in calendario le date delle feste ebraiche per tenere a mente i giorni nei quali dovranno fare attenzione. Il 27 luglio 2023 si  conclude il digiuno di Tis’ha B’av. A Hebron, come parte del rito cerimoniale, è prevista una processione dei coloni che parte dalla loro H2 e termina in un sito della zona palestinese H1. La lunghezza della strada che viene percorsa è di meno di 500 metri. 

Per assicurare che alle 18:30 i coloni possano circolare liberamente in questi 500 metri, alle 14:00 l’esercito israeliano ha presidiato tutto il centro di Al-Khalil. Nelle strade ci sono truppe pesantemente armate che obbligano e intimidiscono con violenza i commercianti a chiudere i loro negozi. L’uso di pallottole di gomma finisce per levare un occhio a un ragazzo palestinese. Tuttavia il mezzo più utilizzato dai soldati per scacciare i palestinesi dalle strade, dai loro negozi, e obbligarli a chiudersi in casa, sono delle piccole granate-sonore che, se entrano in contatto diretto con un essere umano, causano ferite talvolta letali. La maggior parte di queste bombe viene lanciata come premonizione e destabillizzante. Ma non poche di esse finiscono sotto i piedi di commercianti che, non volendo arrendersi all’intimidazione, restano seduti di fronte ai loro negozi. Altre vengono tirate ai piedi di giornalisti. 

Un bambino di 12 anni tira una lattina di Pepsi contro un soldato. Il soldato in cambio tira una granata-sonora. Il bambino corre via più veloce, ma l’immagine dell’esplosivo che lo prende rimane bloccata nei miei occhi. 

Parlando con i commercianti che si ostinano a non chiudere, il sentimento non è quello di paura, ma piuttosto di noia. Sanno come vanno queste cose, sanno che ci saranno dei feriti, sanno che alla fine gli israeliani l’avranno vinta e che alle 18:30 la processione ci sarà e nel mentre i coloni insulteranno i palestinesi dicendo loro che sono degli “arabi sporchi”. Sono stufi, e quindi non chiudere il loro negozio è un modo per mostrare la loro superiorità morale rispetto all’umiliazione di essere trattati come animali. L’esercito israeliano fa con i palestinesi quello che fa una persona con un’invasione di formiche: pestarne un paio e spazzare via le altre. 

Questa giornata non è entrata nella testata di nessun giornale, forse nemmeno dei giornali palestinesi. Diverse persone (palestinesi) sono rimaste ferite. La violenza è stata tanta. Ma non ha fatto notizia. La sera i palestinesi sono immuni a ciò che è successo durante la giornata. «A’adi», In arabo: عادي dicono: “normale”, “abitudinario”.

Ed è proprio questa abitudine alla tragedia che sconvolge di più. Tuttavia, l’esposizione a tutto questo trauma non è la condizione nella quale i palestinesi accettano di vivere. Resistere all’occupazione avviene in tante maniere diverse, non solo con la guerriglia.

“Esistere è resistere”, è scritto su moltissimi muri di Al-Khalil. Ho potuto vederlo con i miei occhi, osservando un commerciante, anziano più di Israele, che ha deciso di non chiudere. Resta seduto di fronte al suo negozio in attesa di vedere quanta brutalità utilizzeranno i soldati su di lui. Alla fine, poco prima delle 18:30, anche lui abbassa le serrande – ma solo perché ha deciso di andare a casa, non per darla vinta a loro. 

Foto di Carolina S. Pedrazzi

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