Il potere che gli spazi fisici hanno sulle persone spesso non è misurabile, ma è profondamente tangibile. Lo si può toccare parlando con le persone che quegli spazi li hanno attraversati, vissuti, costruiti. Queste parole raccontano spesso di cose che fanno parte della nostra vita quotidiana e che si possono toccare a loro volta: muri, poster, bagni, cibo, portoni, sedie, proiettori, dizionari, documenti, saracinesche. Questo succede perché questi spazi esistono nel mondo reale. Le persone che passano per strada li possono vedere, ci possono entrare e possono farsi attraversare a loro volta. Abbiamo deciso di raccontare la storia di dieci spazi in cinque città d’Italia: Milano, Roma, Bari, Palermo e Bologna. Città che possono vantare di avere spazi come questi sul loro territorio. Spazi che cambiano la vita alle persone.
Moltivolti, Palermo
Comincia tutto una sera d’estate in vacanza. C’è un gruppo di amici che guarda le stelle in Senegal – il Paese d’origine di uno di loro, giocano a riconoscere le costellazioni, chiacchierano. Tra tutti un sentimento comune: la stanchezza di lavorare per gli altri, la voglia di creare qualcosa di proprio. Roberta quando ci racconta questa storia sorride molto: sono passati tredici anni da quando lei e i suoi altri amici hanno immaginato Moltivolti per la prima volta. Il nome ne racchiude la natura e l’ambizione multiculturale; le radici dei fondatori e del primo gruppo operativo si dividono tra Senegal, Zambia, Afghanistan, Bangladesh, Costa d’Avorio, Gambia, Tunisia e Italia.
Oggi, quell’idea ha preso forma in un’impresa sociale incastrata nel cuore di Albergheria, a due passi dal mercato di Ballarò. Un ristorante internazionale, un coworking, un auditorium gratuito – Camera a Sud – aperto alle associazioni e ai giovani. Ma soprattutto, un luogo in cui si impara ogni giorno a stare insieme. «Abbiamo scelto questo quartiere con consapevolezza. Ballarò è uno dei luoghi più multiculturali della Sicilia: più di 15 comunità straniere, 25 lingue parlate. Ma è anche un quartiere fortemente stigmatizzato, percepito come una periferia del centro. Volevamo essere proprio lì dove tutto succede un pò prima del resto di Palermo, ad esprimere una nostra visione della società».
All’ingresso di Moltivolti, un’installazione colpisce i visitatori: una mappa del mondo dove le persone segnano dove sono nate e dove vorrebbero spostarsi, per un momento o per una vita intera. Sopra, una scritta chiara: “la mia terra è dove poggio i miei piedi”. «È il nostro manifesto. Sogniamo un mondo in cui i diritti non dipendano dal passaporto che possiedi».
Lo staff di Moltivolti conta venti persone provenienti da nove Paesi diversi. Il cibo è il primo ponte, un collante relazionale. «È quello che ti fa entrare. Ma poi, una volta dentro, vogliamo che chiunque si senta a casa. Soprattutto chi è razzializzato, chi viene spesso guardato con sospetto. Qui, invece, deve potersi sentire riconosciuto e accolto. Gli stereotipi e i pregiudizi si spezzano».
Moltivolti è anche un piccolo incubatore di futuro: corsi di italiano e informatica, orientamento al lavoro,laboratori interculturali e antirazzisti, formazione per aziende e operatori sociali. «Ci occupiamo soprattutto dei giovani migranti, dei neo-maggiorenni che spesso si trovano da soli. Offriamo strumenti, ma anche relazioni. Abbiamo imparato come stare insieme e ora proviamo a facilitare questo processo per gli altri». Roberta ci tiene a sottolinearlo: non è un modello da esportare, non ci sono “maestri”. C’è simmetria. «Quando ti relazioni così, capisci quanto hai da imparare dall’altro. Non abbiamo mai perso nulla. Abbiamo solo guadagnato. Mettendo in discussione i paradigmi occidentali, ci siamo accorti che ci sono tanti modi di stare al mondo».
Nel 2020, dopo il lockdown, un cortocircuito ha provocato un incendio che ha distrutto parte del coworking e del ristorante. «Abbiamo davvero pensato di chiudere. Ma i nostri partner hanno lanciato un crowdfunding. In due settimane abbiamo raccolto più di 100.000 euro. In un mese eravamo di nuovo aperti. Quella risposta ci ha fatto capire la portata della responsabilità che abbiamo: le persone credono in quello che facciamo».
Forse, la cosa più bella che accade a Moltivolti è che tutti gli schemi vengono capovolti e succede qualcosa che nessuno si aspetta. «Un ragazzo gambiano, Malick che fa da tutor a un giovane palermitano in stage. Un giovane del circuito penale che scopre di essere un bravo cameriere e decide di cambiar vita. Antonio, Alassane e Aliou che insegnano cucina ai ragazzi dell’Istituto penale minorile Malaspina. Non esistono ruoli fissi… esiste uno spazio in cui i percorsi si incrociano e si trasformano». Si tratta della prova che un altro modo di vivere insieme è possibile.
«Si può fare. Davvero. Basta solo aprire la mente».
OurVoice, Palermo
A volte guardi un film e ti lasci ispirare. Un’intuizione, un sogno, un’idea. è quello che è successo a Sonia Buongiovanni; guarda I cento passi e qualcosa si accende. Il padre, direttore di Antimafia Duemila 2000, le aveva sempre trasmesso certi valori, ma lei voleva affrontarli a modo suo. Così, insieme ad altre otto ragazze, porta in scena nelle scuole italiane L’arte uccide la mafia, uno spettacolo che mischia teatro e impegno sociale. Nasce Our Voice un seme destinato a crescere oltre ogni previsione.
«La cosa straordinaria è che ogni nuova persona portava una tematica diversa», spiega Gaia, che adesso è vicepresidentessa dell’attuale associazione «Con Jamil e Kamil abbiamo cominciato a parlare di Palestina, con Lorenzo è arrivata la tematica delle dipendenze patologiche I legami con il Sudamerica ci hanno spinto ad abbracciare il femminismo». È una crescita che si muove per innesti, un progetto che si allarga man mano che si intrecciano nuove storie.
Nel 2020, dopo anni di ricerca, il gruppo si stabilisce a Palermo, in uno spazio a pochi passi dal Teatro Massimo concesso in comodato d’uso da AntimafiaDuemila. Qui, Our Voice trova finalmente un luogo che rispecchia la loro idea di “antimafia intersezionale”. Oggi lo spazio ospita una sala multifunzionale per spettacoli, cineforum e podcast, una sala per eventi e dibattiti, una zona di coworking e uno sportello d’ascolto per le dipendenze. «C’è anche una cucina che vogliamo trasformare in cucina sociale», racconta Gaia, «e uno spazio dedicato ai bambini e alle bambine».
Nel frattempo, Our Voice si struttura: diventa associazione di volontariato nel 2020, e nel 2024 si trasforma in un’associazione di promozione sociale. Ma non è solo Palermo. In Sudamerica, infatti, nascono realtà parallele: veri e propri centri sociali, come quello di quattro piani dove l’arte ha ancora più spazio, e dove si sviluppano progetti come La Fanfarria – rassegna artistica territoriale – e PANGEA, un programma di interscambio culturale tra Italia e Sudamerica.
Il cuore resta sempre lo stesso: creare luoghi sicuri dove potersi esprimere. «Le persone che vengono qui lo sentono come casa», dice Gaia con orgoglio. E mentre la compagnia teatrale Exstasia – anch’essa nata da un’idea di Sonia – porta avanti i propri spettacoli in un angolo dello stesso spazio, il confronto tra i gruppi italiani e sudamericani resta costante. «Cerchiamo di essere coerenti. La linea è la stessa ovunque, stiamo preparando una struttura internazionale dove tutti sanno tutto».
Se la cucina sociale non è ancora completa, per Gaia è proprio da lì che si può ripartire: «Migliorare e crescere si può sempre. E il nostro sogno è portare Our Voice ovunque».
In un mondo che separa, loro uniscono. Mescolano teatro, femminismo, antiproibizionismo, antirazzismo. L’arte come resistenza, l’impegno come pratica collettiva. E Palermo – ponte fra mondi – diventa l’epicentro di una rivoluzione che sta prendendo piede sempre di più.
TPO, Bologna
«Quando abbiamo aperto quel cancello nel 1995, nessuno di noi sapeva davvero cosa stesse facendo. Eravamo solo un gruppo di giovani lavoratori e lavoratrici dello spettacolo. Nessuno di noi aveva mai occupato uno spazio. Ma quel teatro abbandonato dell’Accademia di Belle Arti ci chiamava».
Nel cuore di Bologna, c’era una porta chiusa. Dietro, un teatro polveroso, dimenticato. Davanti, un gruppo di ragazzi e ragazze con più sogni che strumenti. Così nasce il TPO: Teatro Polivalente Occupato, che in pochi anni diventa una scena viva della città.
Dal 1995 al 2000 il TPO si fa conoscere: eventi, concerti, progetti culturali e sperimentazioni artistiche si intrecciano senza confini netti con la dimensione politica. Si crea uno spazio poroso, fluido, attraversabile. Un luogo dove ci si incontra prima ancora di darsi un’identità.
Nel 2000 arriva il primo sgombero. Ma il TPO non finisce. Da via Irnerio si sposta in via Lenin, dentro un’ex fabbrica di acquari, e ci resta fino al 2007. Sono anni di tensioni e negoziazioni, di rapporti di forza con le istituzioni, ma anche di riconoscimento cittadino. La comunità cresce, il collettivo si articola: c’è chi si concentra sull’arte e chi costruisce una traiettoria più esplicitamente politica. Due anime che ,pur non senza difficoltà, dialogano e camminano insieme.
Nel 2007 un nuovo spostamento: lo stabile di via Lenin lascia il posto a un progetto residenziale. Il TPO si trasferisce in via Casarini 17/5, una delle zone più frequentate della città. Nel 2020 nel 2000, con l’assegnazione dello spazio in Viale Lenin, c’è un corteo cittadino che attraversa Bologna da uno spazio all’altro, simbolo di una città che partecipa, che sostiene, che non vuole lasciare andare.
«Un centro sociale non è solo un luogo fisico. È uno spazio indefinibile e non recintabile, con un’attitudine politica costitutiva. Non è mai un contenitore, ma un organismo vivo, che si costruisce nel conflitto e nella cura, nel dialogo con chi lo attraversa».
Nel tempo, il TPO sceglie di ridefinirsi come Municipio Sociale. Una trasformazione che non è una perdita d’identità, ma un’espansione. Non più (solo) un centro sociale classico, ma un laboratorio di autogoverno cittadino. Uno spazio aperto, dove i cancelli sono sempre stati – e sempre saranno – attraversabili anche da chi non si riconosce nei linguaggi della militanza.
Oggi il TPO è molte cose. È la Polisportiva Popolare, con corsi di boxe, yoga, danze afro e pilates. È il doposcuola che accoglie bambine e bambini delle vicine case popolari, in una zona segnata da disuguaglianze e processi di gentrificazione. È lo Sportello Migranti e la scuola d’italiano Kalima la scuola non c’è più ci sono gli sportelli sindacali per il lavoro e l’abitare, strumenti di autodeterminazione e lotta contro la marginalizzazione. È il cuore delle Brigate di Mutuo Soccorso, che durante la pandemia hanno portato aiuti alimentari dove lo Stato non arrivava. Come racconta Damiano, «ci siamo accorti prima dei dati che quelle famiglie erano le più colpite. La pandemia non colpiva a caso: colpiva dove c’erano già le ferite».
Ma è anche arte e cultura: palco libero per concerti, spettacoli, presentazioni di libri. Reti con artisti e realtà culturali locali. Il rifiuto netto della «cultura prefabbricata» lascia spazio a una produzione dal basso, meticcia, in divenire.
Con l’associazione Ya Basta Bologna odv!, il TPO partecipa a progetti di cooperazione in Messico, Tunisia, Brasile e Palestina, questi quelli passati al momento con Messico e un forte legame con il Kurdistan e il progetto del confederalismo democratico oltre a relazioni durante le rivolte in Cile, a Hong Kong e diversi viaggi in Ucraina porta avanti il commercio solidale attraverso il Café Rebelde Zapatista e sostiene la causa curda. I legami internazionali non sono vetrina, ma pratica quotidiana.
Oggi il TPO sperimenta nuove forme di presenza nei quartieri, come le “domeniche del TPO” e presto inaugurerà tra 3 settimane la nascita di un laboratorio di ginecologia popolare. Esperienze concrete che affrontano il politico nel quotidiano. «Siamo un artigiano paziente, che lavora con mani, testa e cuore per costruire nuove forme di socialità, diritti e libertà». Il TPO non è un luogo da gestire, ma da autogovernare, insieme a chi lo vive, ogni giorno, in modi diversi. Non è mai stato un’occupazione per chiudersi, ma un’apertura. E quel cancello, nel 1995 come oggi, resta aperto.
Làbas, Bologna
È il 13 novembre del 2012 quando un collettivo politico occupa i 9.000 metri quadrati abbandonati dell’ex Caserma Masini di via Orfeo, trasformando un simbolo del potere militare in un laboratorio sociale. Fino ad allora lasciata al degrado, diventerà il terreno fertile per un altro modo di abitare, di pensare, di prendersi cura.
«Abbiamo preso uno spazio che era morto, chiuso, abbandonato, e l’abbiamo fatto esplodere di vita», racconta Martina. Il gesto è un atto di rottura concreta con l’urbanistica dell’abbandono e della speculazione immobiliare. Làbas nasce come risposta collettiva alle fratture di una società segnata da precarietà, razzismo, esclusione e solitudine. Per oltre cinque anni, gli spazi spogliati delle insegne marziali della caserma si popolano di progetti: un birrificio artigianale autogestito, un dormitorio per migranti, un doposcuola popolare, un mercato contadino, una ciclofficina, una scuola di italiano, momenti di cultura e socialità aperti alla città.
«Ogni angolo aveva una funzione, ma anche una storia», dice. «La parete dove oggi cresceva l’uva era il muro di cinta di una caserma».
L’8 agosto 2017 arriva lo sgombero. Le forze dell’ordine irrompono con violenza nell’ecosistema fragile e potente di Làbas. L’azione repressiva sembra chiudere una pagina, cancellare un sogno. Tuttavia, come spesso accade nella dialettica tra potere e resistenza, l’atto di forza dello Stato genera l’opposto: solidarietà. Una risposta massiccia, trasversale, affettiva.
«Il 9 settembre, quindicimila persone hanno riempito le strade di Bologna gridando #RiapriAMOLàbas», spiega. «Quel giorno abbiamo capito che Làbas non era solo un luogo fisico: era una pratica condivisa. Una possibilità collettiva. Una domanda radicale: a chi appartiene davvero la città?»
È questa pressione cittadina, questa marea di corpi e parole, a rendere possibile una nuova stagione. Làbas rinasce nell’ex convento di San Leonardo, in Vicolo Bolognetti. È una metamorfosi: non più uno spazio occupato, ma un “municipio sociale autogestito”. Un passaggio che non è un compromesso ma un’evoluzione. Non cambia lo spirito, cambia la forma. Làbas continua a essere un’idea in movimento.
«Siamo un punto di passaggio, un incrocio. Confiniamo con una scuola elementare, con l’Arena Orfeonica. Non siamo un’enclave, siamo parte del quartiere». Ogni sabato, questo confine poroso prende corpo nel “pranzo di quartiere”: recupero alimentare, cucina collettiva, pasti caldi, socialità, docce per chi ne ha bisogno. Le “articolazioni” di Làbas – così vengono chiamate le diverse anime del progetto – formano un organismo complesso e interdipendente: la scuola di italiano per migranti, lo sportello psicologico per disturbi alimentari, il laboratorio odontoiatrico solidale, l’ambulatorio ginecologico, la ciclofficina, l’atelier artistico, lo sportello legale, il collettivo transfemminista.
«La trasformazione è lotta politica», dice Martina, «ma si realizza nelle pratiche quotidiane di cura. Non c’è cambiamento senza ascolto, senza relazione, senza presenza».
Dalla “salute popolare” nasce un manifesto per immaginare un nuovo sistema sanitario pubblico, costruito dal basso. Il sindacato di base dà vita a tre occupazioni abitative in città. La scuola di italiano innesca vertenze e mobilitazioni contro i CPR. Làbas non è chiuso su se stesso: si muove, si espande, si interseca con le lotte metropolitane, regionali, nazionali. È un punto dentro una rete più ampia che connette spazi, desideri, resistenze.
A dieci anni dalla sua nascita, Làbas continua a farsi spazio in una città che cambia, in un mondo che tenta di ricacciare nell’individualismo ogni forma di legame. «Làbas è una ragnatela», come dice il testo del collettivo. «Una ragnatela che tutti e tutte noi possiamo tessere insieme, per costruire dal basso un futuro diverso, fatto di diritti e di libertà».
Nel tempo dell’atomizzazione e della privatizzazione sistematica degli spazi pubblici, Làbas incarna una domanda che resta aperta, urgente, bruciante: chi decide cosa può accadere in una città? A chi appartengono le piazze, gli edifici, le strade? La risposta di Làbas non ha bisogno di proclami: è incisa nel cemento riparato, nei cancelli sempre aperti, nei pranzi condivisi, nelle assemblee affollate, nelle lingue che si mescolano, nei corpi che resistono.
«Appartiene a chi la abita. A chi la sogna. A chi se ne prende cura».
Quarticciolo, Roma
A Roma c’è una borgata che rifiuta la narrazione imposta, che si sottrae alla retorica del degrado e della rassegnazione, per affermarsi come laboratorio di democrazia dal basso. È qui che, nel 2015, è approdato un gruppo di ex attivisti dell’Onda, con un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: non portare un progetto dall’esterno, ma stare, innanzitutto. Restare. Ascoltare.
«Il primo anno lo abbiamo passato a fare relazioni e basta», racconta Pietro. «Ci dicevamo: l’esperienza prima dell’identità. Niente etichette, niente bandiere. Solo tempo e presenza. Se anteponi l’idea al contesto, finisci per imporre qualcosa. E allora non costruisci nulla». Quell’approccio ha richiesto una pazienza quasi monastica come dice scherzando. Ci sono voluti due anni prima di distribuire il primo volantino sulla questione abitativa. Nessuna retorica dell’emergenza, nessuna invasione. Solo tempo, cura, ascolto. E lavoro manuale.
La prima idea era quella di aprire una palestra popolare, ispirata ai modelli brasiliani in cui lo sport diventa spazio di riscatto collettivo, una zona franca dalle dinamiche della strada. Ma prima della palestra, c’era da ristrutturare lo spazio. Anche quel lavoro è stato fatto in autonomia. «Metafora perfetta», sorride Pietro. «Costruire lentamente. Senza scorciatoie. Con fatica».
La palestra è diventata anche casa di quartiere, accanto a essa c’è un birrificio artigianale gestito collettivamente, e poi l’ex questura, occupata dal 1998, che ospita famiglie, assemblee, doposcuola. Un presidio sociale in un quartiere che conta sessanta locali commerciali, di cui quarantatré vuoti. Il vuoto come malattia urbana, ma anche come spazio di possibilità.
Il febbraio del 2017 segna una svolta. La prima assemblea pubblica del comitato di quartiere si tiene in piazza, con decine e decine di abitanti a discutere problemi e desideri. «Fu un momento potentissimo», ricorda Pietro. «Il quartiere era chiuso, le saracinesche abbassate. Ma quella giornata ha fatto emergere una voce collettiva che da tempo era sottotraccia. Non eravamo più ospiti. Eravamo parte».
Da allora, il Quarticciolo ha cominciato a rifiutare l’immagine che per decenni gli era stata cucita addosso. Niente più «quartiere di serie B». Niente più cornice per servizi tv lacrimevoli o tour antropologici in cerca di degrado. Gli abitanti, attraverso le assemblee, gli sportelli sociali, gli eventi culturali, hanno ribaltato la narrazione: da oggetti di intervento a soggetti politici.
«Ci rifiutiamo di essere il fondale della pornografia del dolore», dice Pietro. «Qui vivono persone con diritti, storie, desideri. Non casi umani da raccontare con pietosa commozione. E soprattutto, non vogliamo essere lasciati soli».
Una solitudine che torna con prepotenza oggi, mentre aleggia la minaccia di sgombero sull’ex questura. Un paradosso: lo Stato si accanisce contro gli unici spazi vissuti e curati, mentre abbandona tutto il resto – aiuole, scuole, marciapiedi – all’incuria.
«Nel male, tutto questo ha finito per dare visibilità alla nostra esperienza», osserva Pietro, con amara ironia. «Siamo diventati un simbolo. Ma non cerchiamo riconoscimenti. Vogliamo solo essere trattati come cittadini, non come eccezioni».
Le foto sono a cura di Daniele Napolitano estratte dal libro “Oltre il ring. Come la boxe ha cambiato una borgata”
Lucha y Siesta, Roma
«Tutto è iniziato l’8 marzo 2008». Adelaide parla con calma, racconta la storia di un posto che continua a resistere dopo più di quindici anni. Lucha y Siesta nasce dall’incontro tra alcune attiviste dei movimenti per il diritto all’abitare e militanti del femminismo e donne senza una casa. Fin dall’inizio è un esperimento ibrido, ostinato: una casa liberata e autogestita, dove la cura incontra il conflitto e la protezione non significa isolamento.
Il nome è una dichiarazione d’intenti: lucha come lotta, siesta come riposo. Un paradosso? No. «Volevamo creare un luogo in cui fosse possibile fermarsi. Riprendersi il tempo, il corpo, il desiderio. Senza dover “guarire” per forza, senza un tempo prestabilito da altri», racconta Adelaide. «Questo è il limite delle case rifugio istituzionali: trattano la violenza come un evento eccezionale, noi la consideriamo strutturale. Non si esce da una struttura di violenza in trenta giorni. Ci sono percorsi personalizzati. A Lucha ognunə costruisce il proprio percorso con i propri tempi, sostenuntə dalla comunità e dallə operatricə». Lucha si trova in un edificio dell’inizio del ’900 nel quartiere Tuscolano, un tempo proprietà dell’ATAC. Oggi è molto più che un tetto: è uno spazio aperto e condiviso, attraversato da chi ha bisogno di un luogo sicuro e da chi vuole costruire alternative collettive. Ogni mattina nel giardino si tengono corsi, attività, assemblee. «Siamo sempre state uno spazio con un ampio margine di indefinizione, che si trasforma in base ai bisogni. Un luogo dove fermarsi, rimettersi nel mondo, senza essere salvate o rieducate».
In questi anni Lucha ha accolto oltre 180 persone, donne e bambine, molte delle quali migranti. Ma è anche un centro culturale, politico, relazionale. «Non abbiamo mai voluto essere solo un rifugio. Volevamo che questo spazio fosse attraversato. Costruiamo reti con il territorio, proponiamo e accogliamo attività. Sviluppiamo un rapporto con il vicinato: apriamo il giardino, organizziamo iniziative, offriamo uno spazio di immaginazione». Perché Lucha non è pensata per proteggere dal mondo, ma per ritessere legami con il mondo.
Nel tempo l’approccio è diventato sempre più transfemminista. «Abbiamo iniziato a chiederci: che tipo di città vogliamo abitare? Chi può starci dentro e chi resta fuori?». La violenza viene così riletta come effetto di un’organizzazione patriarcale dello spazio urbano: una città costruita per uomini. «Quando parliamo di diritto all’abitare, parliamo anche di questo: della possibilità di vivere in una città che tenga conto della cura, della relazione, della sicurezza collettiva».
In un contesto segnato dalla progressiva erosione degli spazi pubblici e gratuiti, Lucha rappresenta un’anomalia. O forse un’alternativa. Un laboratorio che continua a reinventarsi. Oggi guarda a esperienze come quella delle Babayagas, il collettivo di donne anziane in Francia che ha creato una casa condivisa e autogestita – invitato per un convegno dello scorso ottobre insieme a Indu Anthony, l’artista indiana che ha trasformato cabine telefoniche abbandonate in spazi di ascolto, cura e sociali. è in questa occasione che si lavora su tre laboratori che hanno rimesso «al centro tre parole: cura, abitare, rappresentanza», conclude Adelaide. Non come slogan, ma come pratica quotidiana. Perché Lucha y Siesta è prima di tutto questo: un esperimento vivo di città transfemminista. Una casa politica, concreta, imperfetta. E per questo reale.
Leoncavallo, Milano
Milano è una città che cambia a grande velocità. Grattacieli, quartieri ripuliti e riconsegnati al mercato sotto il cappello della rigenerazione urbana. Ma dietro questa trasformazione estetica e funzionale, si nasconde spesso un processo di esclusione. In questo contesto, spazi come lo Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo diventano fondamentali per resistere a quella che David Harvey definisce «l’accumulazione per espropriazione»: una sottrazione sistematica di spazi, diritti e possibilità a favore del profitto.
Il Leoncavallo, nato nel 1975 e rioccupato più volte, oggi è uno dei centri più longevi d’Italia. Ma non è solo un simbolo della sinistra antagonista milanese: è un laboratorio quotidiano di mutualismo, cultura e vita collettiva. «Il Leoncavallo non è mai stato solo un luogo di protesta, ma un laboratorio di possibilità», racconta Stefania, che da tempo milita al suo interno. «È uno spazio che, nonostante tutto, si lascia trasformare da chi lo attraversa. E questa è la sua forza».
Dentro lo spazio, ogni giorno, la gente si incontra, si ascolta musica, si fa politica. Ma soprattutto si sperimenta un’idea diversa di città. In un tempo in cui tutto si misura in termini di produttività e performance, spazi come il Leoncavallo rivendicano il valore del tempo improduttivo. «Ci sono persone che sono venute qui solo per ballare, e poi sono rimaste per anni», raccontano. «È uno spazio che non ti chiede chi sei o cosa fai, ma ti lascia il tempo per scoprirlo. Per costruire legami. Per sentirti parte di qualcosa».
Stefania pensa un attimo prima di rispondere, poi dice sorridendo che «gli spazi che cambiano la vita sono quelli che riescono a trasformarsi, perché la vita in primis è un cambiamento costante. C’è umanità in questa azione. Più ci si chiude in standard e dogmi di mercato, più tutto diventa stagnante. Milano non è una città generosa, ma gli spazi sociali, se sblocchi la testa, servono proprio a questo. Ciò che ricevi è l’esperienza che arricchisce l’anima, la persona».
È anche una questione di sguardo. Dove l’urbanistica vede degrado, abbandono o “sottoutilizzo”, questi spazi vedono possibilità. Non è solo una questione materiale, ma simbolica e politica. In un tempo che ci vuole soli, performanti, efficienti, spazi come il Leoncavallo ci ricordano che la città può ancora essere un bene comune. Che abitare – davvero – è un atto politico. E che l’immaginazione di spazi reali non è un lusso, ma una necessità.
ZAM, Milano
«Non volevamo essere un centro sociale anni ’90, ma una zona autonoma che si dà delle proprie leggi, senza diventare una riserva indiana». Norberto – da tempo nel progetto – racconta dello spazio che dal 2013 al 2014 occupa uno spazio in piazza Sant’Eustorigio. Dal 2014 ZAM si sposta in via Sant’Abbondio, nella periferia sud di Milano. Il collettivo nasce nel 2011. «Alcuni di noi erano rimasti orfani di movimenti precedenti, altrə invece si affacciavano per la prima volta al mondo del movimento, provenendo da esperienze più istituzionali. Dopo un anno di assemblee abbiamo occupato uno spazio in via Olgiati, da cui siamo stati sgomberati un paio d’anni dopo.» La scelta successiva – via Sant’Abbondio – si è rivelata definitiva, e strategica: «L’assemblea voleva esplicitamente radicarsi in periferia. Molti di noi erano già di Milano Sud. Abbiamo voluto agire nei territori dimenticati dalle istituzioni, nei vuoti lasciati scoperti, per costruire meccanismi di resistenza».
Milano, come dice Norberto, è percepita come «la capitale italiana della finanza e dei grandi eventi, per ZAM è l’emblema dei meccanismi del capitale». Parla piano e risoluto, spiega che «noi ci posizioniamo in modo radicalmente opposto. La nostra è una postura anticapitalista, antirazzista e femminista. Non vogliamo essere un presidio ‘diverso’ integrato nel sistema, ma nemmeno qualcosa di estraneo o folkloristico. Siamo pienamente dentro Milano, ma in contrasto col suo paradigma dominante».
Nel concreto, questo si traduce in una serie di attività che coniugano servizio e sperimentazione politica. «Due palestre autogestite – una popolare e una di arrampicata – una radio, una scuola per migranti, un’università popolare. Ma la differenza non sta solo nel tipo di offerta, quanto nel modo in cui viene costruita: senza delega, senza appalti, senza profitto.» Ogni cosa è gestita da chi attraversa lo spazio. «Crediamo che la città dei servizi – dove tutto è appaltato – non sia neutra. Noi invece ci sporchiamo le mani: ristrutturiamo, puliamo, curiamo. Facciamo manutenzione, materiale e sociale».
ZAM si propone quindi come un esperimento quotidiano di autogestione e accessibilità radicale, pensato per soggettività spesso escluse dai circuiti urbani dominanti. «La città più ricca d’Italia ha sacche enormi di esclusione. Qui in periferia ci sono migranti, italiani poveri, pensionati, giovani precari, persone che non accedono ai servizi, che vengono respinte dalla logica del mercato.» All’interno dello spazio, invece, si apre una possibilità di liberazione: «Chi viene qui trova un momento di respiro. Può costruire il proprio progetto – un corso, una palestra, un laboratorio – senza competizione né discriminazioni. È un inizio di liberazione della vita stessa».
Lo spazio è attraversato da soggettività molteplici e da almeno due o tre generazioni: «Italiani e stranieri, studenti e lavoratori, ma anche associazioni preesistenti sul territorio. Persino gli anziani trovano qui occasioni per fare attività. È una rete che cresce dal basso, e che si fonda sul radicamento».
Il concetto chiave è quello di «territorializzazione delle comunità». Come spiega, «non portiamo un modello da applicare, ma lavoriamo per orientare le dinamiche del territorio in maniera diversa. Ci interessa capire i bisogni reali, intercettarli, e costruire insieme risposte condivise.» Non si tratta di offrire alternative passive, ma di innescare pratiche attive, autonome e replicabili.
«ZAM ci ha avvicinati a persone che vivono qui da sempre. Noi stessi abitiamo questa periferia. Il nostro è un impegno quotidiano, che parte dalla microcomunità, ma che ha uno sguardo più ampio. Nei margini delle metropoli si nascondono anche possibilità: di resistenza, di trasformazione, di nuove narrazioni». In un sistema che delega, ZAM sceglie di partecipare. In una città che seleziona, ZAM include.
«È faticoso, certo. Ma è anche potente. Perché non facciamo solo eventi o servizi: costruiamo spazi, relazioni, immaginari. E lo facciamo partendo da qui».
Bread and roses, Bari
«Siamo entrati con quella che chiamiamo illegale giustizia», racconta Gianni De Giglio, con un sorriso che tradisce l’orgoglio per un percorso tutt’altro che semplice. È marzo 2016 quando vari collettivi decidono di liberare l’area adiacente a Villa Capriati, nel quartiere San Pasquale di Bari, abbandonata da trent’anni: la casa del custode e i giardini circostanti diventano Bread and Roses, uno spazio di mutuo soccorso. Bread and Roses nasce dalla campagna Rifacciamola, per reagire alla cementificazione, alla precarietà e alla mancanza di spazi nei centri urbani. «Volevamo avviare, nel piccolo, un percorso rivoluzionario».
Lo spazio diventa subito un crocevia di mondi: universitari, piccoli agricoltori interessati a ricucire il rapporto tra campagna e città, gruppi LGBTQ+ e femministi. «Abbiamo costruito uno spazio dove solidarietà, identità di genere, migrazione e bisogni diversi potessero intrecciarsi. È questo il mutuo soccorso: aiuto reciproco, non carità».
Il riconoscimento istituzionale arriva dopo una lunga fase di trattativa con l’amministrazione metropolitana, supportata da associazioni solidali Parte una vertenza per l’allaccio dell’acqua e della luce. Dopo due anni, arriva un primo accordo, parziale, firmato come associazione: «Lo abbiamo vissuto come se fosse un patto per la cura di un giardino pubblico. Ma da lì si è aperto un altro percorso».
Tra il 2018 e il 2022 Bread and Roses si trasforma in una vera e propria comunità: un’assemblea di autogestione che sottoscrive una carta dei principi basata sulle società di mutuo soccorso di fine Ottocento. Tutte le realtà che attraversano lo spazio firmano un patto e partecipano alla sua gestione collettiva: non c’è un referente, ma una comunità che si riconosce nei valori di solidarietà, rispetto e giustizia sociale.
Giovanni racconta che sono tre oggi i pilastri che definiscono oggi Bread and Roses. Il “mutuo soccorso tra campagna e città”, con l’emporio fuori mercato, l’osteria e la cucina popolare dove le reti contadine espulse dal mercato tradizionale trovano spazio e costruiscono un’alternativa alla grande distribuzione organizzata – GDO. Le “arti e mutualismo”, con una programmazione musicale e culturale fuori dai canali mainstream e accessibile anche a chi non può permettersi un biglietto. Infine, “l’autodifesa sindacale”, per garantire diritti al welfare pubblico e supporto a chi vive condizioni di fragilità.
«Bread and Roses non è solo uno spazio: è uno strumento per rivendicare diritti, serenità e una vita migliore», dice Giovanni. E oggi questa comunità rilancia la sua scommessa: trasformare Villa Capriati in una Casa delle arti e dei mestieri, un bene comune autogestito, pubblico, solidale, fondato su un’idea di redditività civica. Una visione che sostiene l’intervento pubblico non solo come infrastruttura, ma come alleato per il benessere collettivo. La loro è un’azione che si muove sul fronte e sul retro del benessere: sociale, culturale, lavorativo. Una storia che – come dice Giovanni – «vedremo da direttə protagonistə dove ci porterà».
Spazio13 , Bari
«Questo posto mi ha veramente cambiato la vita,» confessa Emanuela e quando parla ha quasi gli occhi lucidi. «Ti trovi di fronte a una realtà nella quale le cose ti sfuggono di mano. L’idea dell’imprevisto mi ha aiutata a crescere, a autodeterminarmi».
Nato nel 2017 da un’iniziativa del Comune di Bari e numerose organizzazioni, Spazio13 doveva essere un semplice presidio nel quartiere Libertà – una zona multiculturale densamente popolata con circa 30.000 abitanti. Ma le cose sono andate diversamente. «Sostanzialmente, lo spazio di oggi è frutto di ununa progettualità specifica, che durante il corso tempo, come tutte le organizzazioni complesse, come la nostra, muta e prende forme diverse, adattandosi alle esigenze della città, e sopratutto alle competenze e prospettive delle organizzazioni che animano e vivono lo spazio» spiega Carlo.
Quello che oggi è Spazio13 si sviluppa su cinque piani ed è la casa di sedici organizzazioni –anche soci – oltre alle quali ci sono altre organizzazioni che animano lo spazio. Ognuno porta un’expertise diversa: chi fa falegnameria, chi produzione artistica e performativa, chi dialoga con le comunità presenti sul territorio. «Siamo uno spazio rigenerato a base culturale,» sintetizza Carlo.
La dimensione dell’identità è sempre stata una sfida. «Il posto è sempre stato difficile da raccontare per l’eterogeneità e per il fermento da parte delle realtà interne,» ammette Emanuela. La recente ristrutturazione è stata un’opportunità: «Ci siamo messi di fronte a nuove mappe, abbiamo ragionato in maniera più consapevole su che tipo di spazio vogliamo». La chiusura temporanea per i lavori ha paradossalmente rafforzato la comunità. «Le assemblee si sono intensificate in termini di qualità di ragionamento. Ci siamo chiesti: come possiamo arricchirci da questa diversità?».
Dal Covid in poi, come raccontano, Spazio13 ha iniziato a vivere in maniera più frequentata, si è aperto di più alla città. Secondo Emanuela «è molto difficile captare cosa sia questo spazio. Sono cinque piani e non è scontato attraversarli tutti. Eppure, chi visita lo spazio per intero, nonostante magari sia interessato solo a una sala, dà sempre feedback super positivi».
L’ingresso, con la sua piazza oltre il cortile, permette scambio e permeabilità. «Il desiderio è che Bari abbia uno spazio culturale accessibile, permeabile per le persone giovani,» afferma Carlo. «Cerchiamo di sfruttare questo spazio per dare alla città lo spazio che serve agli under30».
La riapertura dopo i lavori ha portato nuove sfide. La più grande forza di Spazio13 è proprio la sua indefinitezza. «Siamo stati percepiti come uno spazio per poter diventare, per poter cambiare – un luogo in cui qualcuno poteva incontrare una persona affine o una molto diversa, mettersi in gioco. Questo è sia il nostro tasto dolente, non esserci mai identificati in qualcosa di specifico, ma è anche il nostro aspetto più fertile».
